Le pergamene – parte sesta

Amadio Totis

N.d.R: seguite i link per leggere la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta parte di Le Pergamene.

Franco dopo giorni e giorni che stava in quel letto di ospedale, confuso e stanco, riandava di tanto in tanto con il pensiero a quella sera, con fatica cercava di ricostruire cosa gli era accaduto prima di perdere coscienza. Rammentava, a tratti, il litigio con Strobel, quello era stato, di certo, furibondo. Era da poco scoccata la mezzanotte, quando il tedesco si era presentato a casa sua. Dapprima facendo il brillante e, come di consueto, lo aveva intrattenuto con una lectio magistralis, questa volta su qualcosa tipo l’impiego degli acquerelli nell’arte del restauro, o giù di lì, con quel suo fare addottorato e sprezzante di chi è convinto di saperne veramente più di chiunque altro.
Quella voce metallica e pedante gli martellava ancora, fastidiosa, nel cervello. Mio caro Franco, gli acquerelli costituiscono oggi dei materiali ampiamente utilizzati nel restauro perché si mantengono stabili nel tempo grazie alla gomma arabica. Il ricordo sfumava confuso e ora all’improvviso, c’era il padre che lo chiamava da sotto la torre dei piccioni, come, non di rado, da bambino accadeva al crepuscolo: vieni Franco, vieni che ti porto in una nuova pasticceria, fanno una cassata siciliana, buonissima, eccezionale, mi hanno assicurato, di loro produzione. Dopo, dopo, dopo, gli gridava lui dall’alto. Sulla lunga eco della sua voce i piccioni, spaventati, i suoi piccioni viaggiatori addestrati con tanto amore, si alzavano in volo, improvvisamente, all’unisono, con grande fragore di ali e poi, in lenta agonia, sparivano all’orizzonte.
Gli acquerelli si applicano ai dipinti su tela e su tavola, su carta, pergamena e su muro. In una dozzina di colori: la terra d’ambra naturale, quella bruciata, un diluvio di parole sgradevoli e invadenti si rovesciavano su di lui, impotente di fronte a tanta veemenza, terra di Siena, rosso veneziano, bla, bla, giallo cadmio, nero avorio, verde ossido di cromo, bla, bla, bla, blu oltremare. Franco, già mezzo spogliato, assonnato, stanco, in cuor suo, non desiderava altro che quello se ne andasse, ma invano, quello dava a vedere di non aver la benché minima intenzione di alzare i tacchi per lasciarlo dormire in pace.
Quando, ecco, in un lampo, come un fulmine a ciel sereno, la scena cambiava: tu quelle, me le devi dare! latrava l’ospite indesiderato con forsennata violenza, lo sai, voglio allestire una mostra a Braunschweig in Germania, al Museo ducale Anton Ulrich. Ho già preso accordi. Rigido con il dito indice ossuto, puntato a mo’ di rivoltella all’altezza del suo torace, stava ritto in piedi davanti a lui; il museo Herzog Anton Ulrich, devi sapere mio caro, è tra i musei d’arte più antichi d’Europa e vanta la quarta pinacoteca, bla, bla, bla, in Germania. Gli vomitava addosso un fiume incessante di parole e intanto alzava il tono della voce e si faceva più vicino, addosso, incombente, continuando, minaccioso, quella concione nauseante.
Al suo interno sono esposte sculture, stampe e disegni che vanno dal medioevo ai giorni nostri e le famose collezioni di dipinti di Rubens, Vermeer van Delft e Rembrandt.
Rembrandt! Ecco dov’era il nesso di tutta quella vicenda. Ora ricordava. Quelle piccole, fragili pergamene, Aldo le aveva consegnate a lui, in piena fiducia.
Strobel da mesi gli stava dietro per quelle. Aldo gli aveva confidato quel suo segreto, compiaciuto, fiducioso, fiero di possedere un tale raro tesoro che quell’altro, avido e calcolatore, non faceva che esaltare, adulandolo, generoso di complimenti. Quel buonuomo di Aldo, così assetato di profferte di amicizia e sempre alla ricerca di conferme al suo insicuro talento d’artista.
Ecco, ecco, ora ricordava! Quei giorni a casa sua in camera, Aldo era a letto, si sapeva del suo male terribile.
Strobel voleva impossessarsi degli acquerelli, lui l’aveva capito e gli era andato dietro durante quelle visite. Aldo non avrebbe resistito ai raggiri di quell’essere infido e pericoloso, lui l’aveva imparato a sue spese.

Conoscevo Franco da qualche mese e non finiva mai di affascinarmi con quel suo raccontare: senti caro il mio Sandicchio, per oggi basta, sorrideva dolente, con la mano premuta sul basso ventre. Dai accompagnami in bagno, scusa ma faccio fatica persino a centrare il buco stando in piedi, oramai. Lui così dignitoso, un signore un po’ bambino, pieno zeppo d’orgoglio. Quando gli avevo suggerito di fare la pipì da seduto, questa poi mai!, mi si era rivoltato contro indignato, fulminandomi con lo sguardo severo. Capii che l’avevo sparata grossa, come se avessi messo in dubbio, al contempo dignità, virilità, mascolinità e chissà che altro ancora. Cose di un incommensurabile valore simbolico per Franco, uomo d’altri tempi, padrone della sua vita e grande tombeur des femmes. Tutto quanto ribadito, compresi, in quell’atto del fare la pipì in piedi.
Mi presentavo a casa sua, a volte proprio di corsa, fra una visita e l’altra, mi faceva sempre trovare apparecchiata una fetta della vera cassata siciliana.
Progettavamo un viaggio in Egitto insieme con Silvano, il figliolone devoto, che mi accoglieva caloroso ogni volta. Sempre lì al capezzale del padre, buono e sincero, di poche parole e di intensi abbracci. Accudiva quel genitore despota e capriccioso con tanta diligenza e senza risparmio sulle notti insonni e i momenti di libertà dal lavoro, permessi e ferie. Pensare che il padre si era messo di mezzo malamente più di una volta nella sua vita. Persino sul suo matrimonio non era stato d’accordo e con quale impeto si era dato da fare per convincere il figlio e la famiglia di lei che non era proprio il caso. Secondo Franco, quel figliolo era deludente, un enigma senza ambizione, senza un minimo di iniziativa, così me ne aveva parlato quella volta che aveva portato il discorso sulla sua famiglia. Un orso saggio quando ho incontrato Silvano mi ha smosso subito tanta simpatia! Calmo, riflessivo, generoso e disponibile. Certo il fratello Massimo, quello è di tutt’altra pasta, non l’ho mai conosciuto se non tramite i racconti orgogliosi del padre: ha sposato una manager dell’editoria, non come quell’altro, una commessa.
I progetti occupavano la maggior parte della sua attenzione in quel breve e ultimo periodo di vita. La prossima settimana andiamo a mangiare da amici, Timo e Maria, sai vivono in Italia da anni, arrivano dalla Nubia, il sud dell’Egitto o Alto Nilo, come si preferiva chiamarlo una volta. Hanno una pizzeria, ma preparano anche i piatti della loro tradizione gastronomica, per pochi. Dai ti faccio assaggiare le injera e lo zigni. Sai di cosa si tratta? Ti piace il piccante, vero? Aspetta, aspetta, vedrai, ammiccava compiaciuto con quel fare sornione da vero gaudente.
La sua famiglia, quando è arrivata ad Alessandria, io avrò avuto, sì e no, sei anni. Ci conosciamo fin da ragazzi. Khail, il padre, era veramente un galantuomo, per trent’anni è stato impiegato come tecnico nella fabbrica della mia famiglia, me lo ricorderò sempre: con quella grisaglia consunta, il faccione paffuto e sorridente. Con Timo ci andavo a scuola, grande amico di avventure e intense chiacchierate in quegli interminabili pomeriggi assolati, dopo le lezioni. Sai noi due insieme, giocavamo sempre a fare gli esploratori, ci infilavamo in ogni dove: negozietti, vicoli, vecchi ruderi cadenti, mercati e persino nella moschea del quartiere arabo adiacente al nostro.
Ma a me piaceva, soprattutto, quando mi invitava a casa sua, quelle merende con certi dolci al miele. Ci siamo poi persi di vista per un bel po’ di anni, la guerra, certamente. Ci si era anche non poco guastati, appena prima del quaranta, per via della sorella Maria: mi piaceva, ci piacevamo. Lei era bellissima, scura con quell’incarnato ambrato, gli occhi nerissimi e le forme perfette. Insomma: siamo o non siamo uomini di mondo?, e prendeva a ridere e a ridere. Ti dirò, mio padre non me l’ha mai perdonata, anche se poi di fronte al dipendente ha minimizzato l’importanza della cosa. Fatto sta che l’ultimo anno del liceo l’ho fatto in Sicilia, dallo “zio acrobata” ricordi? ed è da lì che poi mi sono arruolato nella Folgore, che stava partendo per il fronte libico, ma questa è tutta un’altra storia.
Sai a quei tempi sul sesso, la verginità, le promesse di matrimonio, proprio non si scherzava. Certi strilli! L’onore, la dignità e non ricordo neanche più cos’altro ancora entrava in ballo in siffatte circostanze. Mio padre, tutto d’un pezzo qual era. E poi la fabbrica era come una famiglia e lui si sentiva responsabile del benessere dei suoi dipendenti, della difesa della morale, ecc. Beh, come vedi già gli inizi erano promettenti.

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One thought on “Le pergamene – parte sesta

  1. Ciao, per dare piu’ visibilita’ ai tanti blog, ho appena creato un gruppo bloggers italiani, potete lasciare i vostri link qui:

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