Perdere la faccia

Valeria Ferrero

Alice pensa non ci sia niente di più bello di svestirsi. Togliersi gli abiti e con essi il ruolo è un’esperienza lussuosa. Disporsi al nudo significa attraversare la paura di perdere la faccia. Come se fosse possibile possederne una, come se fosse possibile possederne tante. Se si sta sulla difensiva, di nudo non ce n’è, neanche se siamo lo siamo, perché pretendiamo di governarne il corpo.
Ad Alice hanno detto che l’amore va di pari passo con il balbettare. Andare al gran ballo della parola, sapendo di non conoscere tutti i passi? Impossibile. Si mise a studiare tutte le danze del mondo per poter prevedere ogni mossa. Ma inciampò comunque nell’errore, portato dal calcolo.
Perché Alice calcolava attentamente ogni passo? Per paura di perderlo. Riviveva la spontaneità, che ripensata forzatamente diventava banalità. Ma, a quel punto, qualcosa andava storto, il meccanismo si inceppava, perché non c’era trasporto. Stava contrastando il fluire degli eventi, delle cose, delle storie. Voleva padroneggiare il racconto e con esso il suo corpo, e poi anche il corpo degli altri. E poi anche i loro passi, e poi anche i loro piedi. Burattini. Era forse un teatrino la sua vita, e lei voleva esserne il burattinaio?
Dopo che sei stata nuda puoi ricoprirti, ma sai di esserti scoperta. In quel togliersi qualcosa senza mai mostrarci completamente, offriamo qualcosa di noi e non per avere la stessa cosa in cambio. Alice incarnava tutta la difficoltà di abbandonarsi, si faceva candida perché non riusciva a sostenere la castità.
Oppure, affogava nell’erotismo e si esponeva a situazioni in cui appariva troppo fragile. Depredato della parola originaria, esponeva un corpo senza pulsione, dove la nudità non poteva essere accolta. Ricercava un riconoscimento che in quanto tale non la rassicurava mai abbastanza.
Poi capì che non voleva essere riconosciuta, ma guardata, voleva riuscire a stare sotto sguardo proseguendo la danza, oppure sostando, insomma senza pensare, con preoccupazione all’altro che ti guarda. Era il principio della gioia e della sessualità. Era la dimenticanza totale, che poi ritrova la pulsione, superare l’affezione, cioè la paura che l’altro ci abbandoni. Perché se la vicinanza delle persone porta a danzare, la loro distanza significa ripartire, sperimentarsi soli, ma non isolati.
L’indifferenza la faceva soffrire, eppure anche l’estrema indifferenza, il vedere l’altro al di là del legame permetteva il ritorno di quel silenzio necessario a un nuovo avvicinamento.
Ciascuno ha le sue parole da portare in fondo. Ma, a volte, per paura di perdere gli affetti sottraiamo le nostre esigenze per assecondare quelle degli altri, diventiamo come noi pensiamo che loro ci vogliano. Come se l’amore più grande non fosse proprio la libertà che concediamo al simile e alla sua differenza. Rigenerare il gesto, la parola e quindi ciò che si compie è una pulsione vitale. Aver cura dell’autenticità non significa parlare di sesso liberamente. Significa lasciare che ciascun atto si iscriva per sessualità, che è qualcosa di originale che va oltre la proprietà supposta o presunta di un corpo e di una voce, e che richiede memoria piuttosto che ricordo.

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