Chiamare le cose con altri nomi: vivere non è sopravvivere

Alessandro Barella

Capita a tutti di sbagliarsi, usare una parola al posto di un’altra. Spesso è una cosa del tutto automatica e inconsapevole, e la conversazione che si stava portando avanti non rischia di subire intoppi troppo grandi. Una richiesta di chiarimento da parte dell’interlocutore, al massimo, come se si fosse confusa la lavastoviglie con la lavatrice. Ma è sempre così innocente una situazione del genere? Ovviamente no: usare consapevolmente una parola al posto di un’altra estremamente simile, ma che porta con sé sfumature di significato diverse, non solo è possibile, ma è un elemento irrinunciabile dell’arte dell’inganno.
È una cosa a cui noi italiani siamo particolarmente suscettibili. Dal punto di vista filosofico e letterario, la nostra è una cultura che si è interrogata quasi esclusivamente su temi morali ed esistenziali. Basta usare una parola a cui sia associata l’idea di un valore, e frotte di persone accorreranno dietro le barricate a difenderla e battersi per essa. Ma quella parola è appropriata a indicare la porzione di mondo a cui ci si intende riferire? Non è importante. Solitamente basta questo gesto di battesimo per renderla tale, e chi cerca di spiegare che le parole sono usate a sproposito viene bollato come nemico, persona immorale e meritevole del pubblico biasimo. Lo spirito del pragmatismo, che insegna a determinare il senso di un concetto attraverso le sue concepibili conseguenze pratiche, a controllare se si può effettivamente parlare di una certa cosa proprio in quella maniera, è una vera e propria rarità in questi lidi.
A oggi sono passati più o meno due anni da quando in molti andavano in televisione a sostenere l’idea che una legge che imponesse di continuare a somministrare idratazione e trofismo al corpo di una persona ridotta in un irreversibile stato vegetativo sia una legge a favore della vita. La vita. Chi ha il coraggio di opporvisi? Essa è il valore sommo, così alto che il sacrificio di sé è ritenuto il gesto di massima abnegazione, la sanzione più alta che si possa dare a un’idea in cui si crede. Su questo c’è poco da discutere, più o meno tutti sentiranno dentro di sé qualcosa del genere. Il desiderio di vivere è così istintivo e universale che cercare di sostenere che sia un semplice portato culturale sarebbe quantomeno azzardato.
Tuttavia, si può veramente dire che una legge del genere sia a favore della vita? A cosa corrisponde il concetto di vita? Provate a fare un piccolo esperimento: pensate alla vostra vita. A cosa avete pensato? A cellule che compiono il loro processo di divisione e moltiplicazione? A un insieme di processi bioelettrici e biochimici? Alla funzione meccanica di pompare aria e liquidi nei canali preposti assolta da polmoni e cuore? È veramente difficile che vi sia venuto in mente tutto questo! Se vi fosse stato chiesto di pensare alla sopravvivenza, forse i vostri pensieri sarebbero andati in questa direzione. Ma quando avete sentito parlare di vita, non avete pensato semplicemente a qualcosa di più, avete pensato a qualcosa di totalmente altro. Avrete pensato alle relazioni che intrattenete ogni giorno con il mondo, le cose e le persone. Avrete ricordato quei momenti in cui siete rimasti incantati da una bellezza particolare, i sentimenti che avete provato per qualcuno, momenti belli e, perché no, momenti particolarmente dolorosi da sopportare. Avrete pensato al godimento di quelli che, non a caso, vengono chiamati “piaceri della vita”, avrete concepito l’idea di essere voi stessi che dirigete le vostre azioni. È a questo che si pensa, quando si parla di vita. È questa la vita, è ciò che viene vissuto.
Vita e sopravvivenza non sono la stessa cosa. Certo, non può esserci vita senza sopravvivenza, ma il contrario invece è possibile. Uno dei fatti che tende a nascondere questa differenza tra i due piani è che la lingua italiana, nonostante la sua inesauribile ricchezza, non è stata in grado di generare due parole distinte per indicare i contrari di tali termini. “Morte” può significare indistintamente tanto la fine della vita quanto la cessazione della sopravvivenza. Questo non deve stupire: in effetti, per millenni non c’è mai stato bisogno di sollevare alcuna distinzione, poiché le due non potevano che sopraggiungere insieme, nello stesso istante. Tuttavia, lo sviluppo tecnico ha cambiato le carte in tavola. Il fenomeno è troppo giovane e ancora troppo lontano dalla vita di tutti i giorni delle masse per produrre cambiamenti rapidi nel lessico, ma è noto che oggi un corpo può essere tenuto in funzione anche per anni dopo che quello a cui pensate quando sentite pronunciare la parola “vita” è giunto al termine, senza peraltro la speranza di poter mai più ricominciare.
I temi bioetici sono difficili e scottanti, battaglie che si svolgono su campi ancora non esplorati tra fazioni che partono da posizioni e scale di valori spesso incompatibili e conciliabili soltanto a fatica. Si tratta di sfide su cui è assurdo, oggi stesso, pretendere di poter dire l’ultima parola in maniera definitiva. Buona parte dei comportamenti e valori morali che gli uomini tendono a condividere sono stati selezionati dall’evoluzione in un contesto completamente diverso da questo, in cui innumerevoli scenari e possibilità che in seguito sono stati aperti dalla tecnica non erano neppure lontanamente concepibili. Soltanto a lungo termine, forse, per mezzo del dialogo e dell’abitudine si potrà giungere infine a una sensibilità e a posizioni condivise. Ognuno può scegliere la posizione che preferisce e argomentare per dimostrare che sia la migliore.
Soltanto, a patto che non si chiamino le cose con un nome che non è il loro soltanto per sfruttarne la carica emotiva. Una legge a favore della vita sarebbe una legge mirata a costruire un contesto migliore in cui gli esseri umani possano esperire e sperimentare liberamente e in serenità tutte quelle che cose che a proposito di questa parola sono state citate, nonché quelle tralasciate per motivi di spazio. Una legge che impone di continuare a fornire idratazione e nutrimento a una persona che non potrà mai più uscire da uno stato vegetativo, è una legge a favore della sopravvivenza.

3 thoughts on “Chiamare le cose con altri nomi: vivere non è sopravvivere

  1. Come hai giustamente messo in luce, dipende tutto dal sistema di riferimento di chi parla, soprattutto quando si parla di valori etici come quello che è qui proposto. Se a uno dici “vita” e a quello viene in mente “il dono di dio” ecco allora che davvero quella diventa una legge a favore della “vita”.
    Non è “arte dell’inganno” è “differenza di vedute”; e differenti vedute possono portare con sé anche lessici diversi. Gli eskimesi hanno centinaia di termini per definire ciò che in italiano è la neve, ma forse i pigmei non ne hanno nemmeno uno. Ma per gli eskimesi la neve è il quotidiano, per noi è un’eventualità, per i pigmei un mito.

  2. Alessandro Barella ha detto:

    Purtroppo se a uno dico “vita” e lui pensa “dono di Dio”, questo non fa ancora di una legge del genere qualcosa a favore della “vita”… sarebbe bello se la discussione fosse davvero così semplice.
    Fare un dono significa dare totalmente e liberamente qualcosa a qualcuno, senza aspettarsi niente in cambio. Questo significa anche che quella persona può disporre liberamente di ciò che le abbiamo donato senza che noi si possa pretendere di mettere bocca nell’uso che ne deve fare. Se a quella persona quel dono proprio non piace più, con quale diritto posso impedirle di chiuderlo nello sgabuzzino o disfarsene in altro mezzo? Per l’appunto, è un dono, è qualcosa su cui non ho alcuna potestà perché essa è interamente del suo destinatario. Posso dargli un consiglio, dirti che mi dispiace se lo tratti così, ma è lì che si fermano i miei diritti.
    Sulla base di quale principio un dono proveniente da Dio dovrebbe essere diverso, specialmente se è vero che Dio è amore?

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