Incontri. Tra gli Yanomami di Roraima, Brasile

Letizia Leardini

Tratto da: Letizia Leardini, Intercultura missionaria. Interviste a quattro Missionari della Consolata, Università degli Studi di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in Comunicazione interculturale, Relatore: Prof. Francesco Remotti (anno accademico 2005/2006).

Bambini Yanomami

Il territorio di Roraima, nel Brasile nord-occidentale, comprende una vasta area di Foresta Amazzonica, ricca di risorse minerarie. Dai primi del Novecento iniziò un processo di disboscamento, di sottrazione delle terre agli indios e di sfruttamento del territorio per l’agricoltura, l’allevamento, la ricerca di minerali preziosi e di varia utilità. Si trattava di bianchi brasiliani provenienti dal Nord-Est. Questo processo poco per volta escludeva gli indios, i quali o si mettevano a servizio del bianco e si facevano sfruttare, o se ne andavano.
Gli indios sono vari gruppi: Karipe, navigatori, Wapixana, dediti all’agricoltura, Yanomami.
Il Brasile fino al 1900 viveva sulla costa, l’interno era quasi solo abitato da indios. C’era uno sforzo di penetrare, iniziato al Nord con la dittatura dal ’64. Era il periodo in cui si doveva integrare tutto il paese. Questa integrazione era di interesse del governo brasiliano, ma anche degli Stati Uniti, che intendevano dominare la situazione economica. I grandi finanziamenti delle grandi transamazzoniche sono tutti americani. Le strutture, i macchinari, i trattori, i rifornimenti giganteschi per ogni opera erano tutti americani. Gli americani avevano il duplice interesse di dominare il governo brasiliano, come hanno fatto in Cile e da tutte le altre parti, e di soddisfare la loro ricerca di minerali e petrolio. Il governo brasiliano, da parte sua trovava conveniente questa situazione, quindi c’era un accordo, specialmente durante la dittatura. La dittatura aveva due facce: la maggior parte erano uomini di estrema destra che volevano far fuori gli indios, li definivano gli irrecuperabili e guardie inaffidabili delle frontiere, quindi dovevano essere eliminati. Poi c’era un gruppo minore, che giudicava gli indios una ricchezza per il paese, che voleva l’integrazione e che pensava che gli indios dovessero essere raccolti in grandi parchi dove si dava loro un certo tempo per diventare brasiliani, in modo che l’altra parte potesse essere occupata dal bianco. Quando noi Missionari della Consolata siamo arrivati là nel ’49 c’era la guerra fredda, una grande fame di petrolio e minerali, c’era il pericolo di Cuba, il nemico comunista installato nell’America Centrale, la Guyana inglese in cui si era istallato un governo antiamericano e filocastrista, c’era il grande Che Guevara, insomma c’era il terrore del comunismo, e gli indios localizzati nelle zone di frontiera erano considerati preda facile del comunismo.
Negli anni Sessanta l’invasione dei bianchi aveva creato una situazione molto strana. Roraima non era ancora uno stato a sé, perché non aveva un numero sufficiente di abitanti e di elettori. I candidati al governo avevano fatto venire circa 40 mila cercatori d’oro e famiglie di agricoltori e li aveva scaraventati nel mondo indigeno. Tutta questa gente era stata portata da politici locali che si garantivano con questo il gregge elettorale grazie al quale formare il nuovo Stato. I nuovi immigrati venivano poi abbandonati a se stessi, privi di garanzie e di assistenza. Sentivi i cercatori d’oro dire che la colpa era degli indios se loro morivano di fame. Se gli agricoltori non avevano abbastanza terra, era colpa degli indios che ne avevano troppa. C’era una situazione, dieci anni fa, per cui gli indios erano i capri espiatori di ogni problema, i nemici: se tu andavi in città in una chiesa e durante l’omelia nominavi gli indios, la gente usciva di chiesa!
Gli Yanomami vivono di caccia e raccolta. Non sono pacifici, anzi sono guerrieri ed è normale perché devono difendersi; erano considerati un popolo guerriero che faceva continuamente raid. C’era un grande antropologo americano, schierato con il governo degli U.S.A. nell’invasione dell’America Latina, che affermava che l’indio Yanomami è geneticamente crudele e violento. Non c’è affermazione più ingiusta! Il gruppo di sopravvivenza, costituito da tot numero di famiglie, che non deve essere più di tanto – se no non si crea neanche una comunità – e meno di tanto – se no non si crea relazione profonda tra le persone – ha bisogno di un grandissimo spazio perché vive di caccia e raccolta. Il gruppo si installa in un posto, pianta una certa quantità di palme, ma dopo un po’ le fibre diventano sempre più lontane, la selvaggina inizia a diradarsi. Ecco perché sono nomadi, lasciano un posto per permettere alla selvaggina di riprodursi e alla frutta di ricrescere e hanno un movimento circolare in un territorio piuttosto vasto, in cui conservano perfettamente l’equilibrio ecologico, senza il quale non possono sopravvivere. È evidente che l’indio deve difendere il suo territorio, quindi ci sono continue lotte con altri indios, che si moltiplicano. Non è una guerra di conquista, ma di difesa. E quante guerre di conquista abbiamo fatto noi? E allora perchè loro non possono fare guerre di difesa? Loro devono avere il cosiddetto raid, in cui non ammazzano tutti, ma qualcuno, c’è quindi un certo equilibrio.”
Per quanto riguarda la vita religiosa degli Yanomami, essa è incentrata sullo sciamanesimo:
Nei riti di iniziazione maschile, secondo la testimonianza di una missionaria, suor F., viene valutata la predisposizione a diventare sciamani. I giovani vengono iniziati all’uso degli allucinogeni, imparano i canti sciamanici, con i quali vengono trasmesse loro le conoscenze relative agli spiriti degli animali, delle piante, dei morti, dei fenomeni della natura, dei nemici; per i canti viene usata una lingua arcaica sconosciuta anche ai missionari che conoscono la lingua yanomami. Devono inoltre praticare digiuni, astinenza sessuale e da alcuni cibi, cambiare tutti i giorni la pittura del corpo e lavarsi in un punto particolare del fiume.
Nella vita sociale hanno un sistema non di sussistenza, ma di sopravvivenza. In un ambiente estremamente ostile la persona perde la propria identità. Per gli indios non è importante la persona, ma la funzione nel gruppo, una funzione che permette la sopravvivenza a tutto il gruppo, per cui l’uomo sarà il cacciatore, il difensore; c’è un concetto di persona molto vago, ma un concetto di funzione molto sviluppato. La donna non è la donna, ma è la madre dei bambini e in una cultura di sopravvivenza essere madre è globalizzante, perché il bambino non può stare per terra nella foresta, dovrà stare 24 ore al giorno sul corpo della madre. Fino ai 5 anni, maschietti e femminucce sono tutti a carico della madre, l’uomo non se ne interessa, non ne ha la possibilità. Fino ai 3 anni il bambino rimane sempre sul corpo della madre. Il lavoro di raccolta e di coltivazione, molto primitivo, molto limitato, è una questione femminile, perché legato all’alimentazione. L’uomo va per la foresta, libera il terreno e basta, perché deve difendere il gruppo e provvedere alla caccia, se no si muore di fame, lui ha la funzione di cacciatore. Quando camminano nella foresta il marito non deve caricarsi di nulla: il trasporto del bambino e di tutti i pochi materiali che si portano dietro quando si spostano spetta alla donna. Qui anche il bambino ha la sua responsabilità: non è la mamma che lo difende, lei fa la sua parte trasportandolo, il bambino deve fare la sua, spostandosi e schivando i rami. Se una mamma muore, quel bambino è perso, perché nessuno può prendere il posto della madre, perché non ha più il corpo su cui rimanere nei primi anni di vita. A volte trovano delle soluzioni provvisorie, ma non c’è un istituto apposta, perché va contro i principi della sopravvivenza. Tu per esempio hai un bambino, che fino a 3-4 anni viene allattato, ed è anche una limitazione delle nascite. La madre non può avere bambini a distanza di poco tempo, perché non li potrebbe accudire, infatti usano delle sostanze come anticoncezionali naturali. Se capita che ne abbia un altro, si crea una contrapposizione tra quel bambino e l’altro, quindi quello che nasce per ultimo deve essere eliminato, perché non c’è spazio per lui. Ora, metti due bambini sul corpo di una donna: non ci stanno! Capisci come la funzione riduce l’espressione dei diritti individuali per evidenziare i valori comunitari. Quel che più conta è il servizio, quindi per l’indio non sono in evidenza i valori individuali, mentre noi, che abbiamo superato la fase della sopravvivenza, stiamo cercando la realizzazione della persona; l’indio, che non ha superato la fase di sopravvivenza, non può arrivare al concetto di persona.

Le altre interviste di Incontri
1. Tra gli Zulu del Sudafrica
2. Tra i Pigmei della Repubblica Democratica del Congo
3. Incontri. Tra i Nasa della Colombia andina

Advertisements

3 thoughts on “Incontri. Tra gli Yanomami di Roraima, Brasile

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...