La Santa Muerte e i suoi colori

Laura Frassetto

Offerte di liquori e gallo da combattimento, fotografia di Joel Sauza Bedolla.

Il premio nobel messicano Octavio Paz scrive ne Il labirinto della solitudine che “La contemplazione dell’orrore, l’avvicinarsi ad esso con familiarità e compiacenza, costituiscono uno dei tratti determinanti del carattere messicano. Le statue del Cristo insanguinate nelle chiese dei villaggi, le veglie funebri, lo humor macabro di alcuni titoli dei quotidiani, l’abitudine del due novembre di mangiare dolci che hanno le sembianze di ossa e teschi, sono costumi mutuati dagli indigeni e dalla cultura spagnola che oggi risultano inseparabili dal nostro essere.
In Messico la familiarità con la morte è uno stato d’animo che si apprende fin da bambini, dal momento che l’immaginario collettivo pullula di icone a forma di scheletro e di santuari dedicati alla Santa Muerte. Quest’ultimo è un culto le cui origini si perdono tra i riti precolombiani e una compiacenza con il tema del passaggio a miglior vita di sapore mediterraneo, probabilmente spagnolo. La venerazione della Santa Muerte (chiamata anche La Nina Blanca, la bambina bianca) è molto diffusa sul territorio messicano: nel famigerato mercato di Tepito a Città del Messico si trova il Santuario Nacional dedicatole, ed è possibile assistere alle messe celebrate in suo onore nella Iglesia Nacional. Non è difficile arrivarci e si viene accolti con un sorriso dalla venditrice di articoli religiosi che ha installato in un’alata del tempio il suo banchetto, ricco di santini e preghiere. Ne scelgo uno a caso: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; Immacolato essere di luce, ti imploro di concedermi i favori che ti chiedo, fino all’ultimo giorno, all’ultima ora, all’ultimo momento, quando la Divina Maestà chiederà di presentarmi al suo cospetto”. Acquisto la cartolina plastificata per pochi pesos, ed è straordinariamente simile nello stile e nel design ai santini con i quali la suora premiava noi bambini a catechismo. Anche la messa è inaspettatamente poco trasgressiva; la morte ha un aspetto quotidiano, da commissione in posta, del quale non si libera nemmeno quando è assunta a divinità. I fedeli garantiscono che è muy milagrosa, molto miracolosa.

Ex voto di un camionista, fotografia di Joel Sauza Bedolla.

Anche in periferia la venerazione della Santa Muerte è molto partecipata, aperta nei confronti di chi viene a curiosare e coloratissima come s’addice a un culto messicano. Il Santuario de Santa Ana si trova in un piccolo paese vicino a Patzcuaro, la splendida cittadina coloniale dello stato del Michoacàn non a caso celebre per la grandiosa festa dei morti che si celebra la notte del 31 ottobre. Nel corso della Noche de Muertos si pensa che i defunti tornino su questa terra per bere un ultimo sorso di cerveza assieme ai parenti e agli amici che ancora appartengono al mondo dei vivi; le loro tombe vengono addobbate dei famosi fiori gialli chiamati cempasúchil (il cui profumo viene associato alle anime dei morti, assieme al battito delle ali delle mariposas monarcas che in quei giorni tornano dal Canada per venire a riprodursi in Michoacàn, dove sono nate…) e in giro per la città si incontrano le Catrinas, ovvero gli scheletri che indossano il vestito della festa. Molti figuranti girano la città così vestiti e le statuine che raffigurano queste macabre debuttanti (gli scheletri rappresentati sono generalmente di sesso femminile) sono il prodotto d’artigianato michoacano più apprezzato dai turisti che invadono le isole del lago di Patzcuaro quella notte, per celebrare la festa insieme ai purepecha (la popolazione indigena del Michoacàn). Il culto dei morti è il segnale di un’antichissima familiarità con colei che è definita “la donna più puntuale”, e sono in molti a confondere le Catrinas con le statuine della Santa Muerte. Questi vestiti eccessivi e sfrontati creano scompiglio nella mente di un osservatore straniero: non siamo abituati a coniugare morte e sensualità, eppure il binomio eros & thanatos non è certo stato inventato dai purepecha.

Per chi cerca un familiare perso nel sistema penitenziario degli Stati Uniti, fotografia di Joel Sauza Bedolla.

Al Santuario di Santa Ana le nonne accompagnano i bambini: preservare i piccoli dall’idea che non vivremo in eterno non è un’abitudine universale. Il santuario è costruito attorno a un patio, un bellissimo giardino dove gli alberi sono appena sbocciati. Un altare protetto da una gabbia di vetro accoglie il visitatore, che può ammirare le statue della Nina Blanca riccamente vestita e i quadri che le hanno dedicato. Entrando nel santuario il rapporto con le statue e le decorazioni è più diretto: non ci sono vetri a mediare ed è possibile toccare l’immagine della Santa, baciarla e lasciarle un’offerta. C’è una stanza interamente dedicata agli ex voto: si nota come questo culto sia popolare tra i poliziotti, che la ringraziano per essere riusciti a trovare quel posto di lavoro o per essersi salvati in seguito a una drammatica sparatoria. Un’altra categoria di lavoratori devoti alla Santa Muerte è quella dei tassisti di Morelia (la capitale del Michoacan), che le hanno addirittura portato in dono un fantoccio con addosso la loro divisa. Si dice che questo culto sia molto popolare tra i malviventi e i narcotrafficanti; in realtà sembra essere diffuso anche tra la gente comune. C’è anche da dire che l’apprezzamento da parte di polizia e militari è anche indice di una grande diffusione tra i narcos: è famoso il caso degli Zetas, gli ex soldati speciali che sono stati reclutati in blocco da un cartello di narcotrafficanti. Al di là dei casi eclatanti, un mio amico dai trascorsi “opachi” che poi è entrato in polizia mi spiega che “Para ser un buen policia primero hay que ser un buen ratero”, ovvero che la prima cosa di cui si ha bisogno per essere un buon poliziotto è di essere un bravo ladruncolo. D’altronde, la volta che è stato fermato da un altro poliziotto per guida in stato di ebbrezza si è salvato dalla sanzione dicendo che “entre gitanos no nos leemos las cartas”, tra zingari non ci leggiamo le carte.
Una stampa incorniciata spiega come a ogni colore del vestito della Santa Muerte corrisponda un potere speciale: il bianco offre una protezione generica, il giallo serve ovviamente ad attrarre il denaro, il nero elimina le fatture di magia nera e le presenze negative, il rosso richiama l’amore, il viola trasforma in positive le energie negative, il verde infine offrirà più salute di qualunque costoso trattamento medico.

Statua apparsa a Santana, fotografia di Joel Sauza Bedolla.

La cromoterapia applicata al culto della Santa è indice di quanto i miti e le credenze siano duttili, pronti alle contaminazioni new age e a lasciarsi travolgere dal mondo contemporaneo. Nonostante gli anatemi di Papa Wojtyla indirizzati ai cattolicissimi messicani, la gente continua a pregare questo scheletro esuberante; spesso senza soluzione di continuità con le preghiere rivolte alle potenze lecite, agli dei di importazione coloniale come Gesù Cristo e la Virgen, la Madonna (i messicani sono devotissimi alla Virgen de Guadalupe). La stessa preghiera che ho riportato nei primi paragrafi si rivolgeva contemporaneamente alla Santissima Trinità e alla Santa Muerte, e mi è capitato spesso di vedere nelle case della gente un angolo del soggiorno adibito ad altarino dove convivevano pacificamente la statua della Santa Muerte e il classico Cristo biondo con gli occhi azzurri simile ad un surfista californiano: Gesù ha sempre le iridi chiare, come i messicani, come i palestinesi. Il culto della Nina Blanca sfida l’immobilismo della Chiesa senza essere rivoluzionario, senza affermare verità nuove ma offrendo piuttosto quello che la gente chiede davvero: che gli affari prosperino, che l’amore sia ricambiato, che non si abbia troppo a che fare con i medici. Non è tempo di salvezza eterna e trascendente; ci si accontenta di un benessere quotidiano.

N.d.R: questo articolo è uscito su Caposud, anno 2 numero 4 (sett/ott 2010).

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