Per il bene di Carmelo

Erika Di Crescenzo

Ecco, ora si trovava davanti al cancello di ingresso quando all’improvviso dal bosco saltò fuori un individuo di circa cinquant’anni. A dire il vero poteva anche averne molti di più o di meno a seconda che gli si guardassero gli occhi o le mani. Nel buio dell’intricata foresta aveva vissuto i momenti più felici e ora solo per caso aveva trovato l’uscita.
L’incontro fra i due fu una grande sorpresa. Entrambi non sapevano cosa dirsi, se alzare gli occhi a incrociare gli sguardi poiché da qualche parte si sentivano spiati.
Parlarsi a quell’ora di notte era soffocare la speranza di ritrovarsi l’indomani. E la notte lì intorno suggeriva che si posassero in silenzio sulla strada ad aspettare pazientemente l’arrivo del sole.
Ma la pazienza si consuma in fretta e, non appena fu giorno, uno era già scomparso nel bosco e l’altra scoppiò in lacrime al suo solitario risveglio.
Nulla era accaduto o nulla ricordava lei di quel che era accaduto? Non ne era convinta.
Se il ricordo non dava spiegazioni su ciò che ancora si muoveva tra gli organi e la pelle allora doveva cercare quell’individuo, scovarlo e interrogarlo.
Fu per questo che si incamminò per quel sentiero dove i rami erano conficcati in tristi cortecce di alberi e le radici affogavano in un terreno fangoso e putrido che esalava odori di cadaveri e muffe.
Forse solo i vermi si sentivano a casa lì. Ma lei trasalì e proseguì.
Il suo respiro si appesantiva, l’aria mancava man mano che si allontanava dalla strada, dal cancello di casa.
Se l’era trovato lì davanti alla porta di casa sporco, come un orfano in cerca di cibo e famiglia. Appena il tempo di credergli, che già era scomparso.
Se si tratta di uno scherzo giuro che lo uccido si ripeteva mentre cercava di non pensare alla puzza che ormai le si era incollata alle pareti del naso e saliva nel suo cervello alla velocità folle di una sbandata in curva.
Per altro ora faceva freddo e qualche animale disturbato dal fastidioso rumore di quei bassi pensieri si preparava a un lauto banchetto a base di ortiche e ospiti indesiderati. E lui dov’era? Non lontano da lì, contava le margherite facendo grossi cerchi nell’acqua dove si era gradevolmente bagnato, indifferente al tutto. Contava uno, due, tre, quattro, cinque e mezzo e tre quarti e nove. Al nove si girava indietro di scatto. Giocava a sorprendere la fede e la speranza, le due sorelle, ma loro erano partite da tempo e lui lo sapeva bene, ma faceva finta di niente e continuava il suo gioco da buon pastore. Talvolta parlava ai pesci e talvolta li moltiplicava. Cioè ci provava.
Dall’altra parte del lago dietro alcune siepi lei, ormai stanca del lungo cammino, faceva pipì accucciata senza le mutande (se le era perse per strada), guardava il rigagnolo trasparente e continuava a cercare un senso, una direzione, quand’ecco che questa arrivò. Fu infatti nella terra che scorse il segno mandato a darle un indicazione precisa. Il cadavere di una mano strappata al suo legittimo proprietario si presentava ai suoi occhi candidamente, lucidamente avvolta sotto una coperta di terriccio bagnato dal fluido caldo e abbondante. La raccolse curiosamente senza schifo e se l’appoggiò sul ginocchio. Non doveva essersi staccata da molto. Il colore era ancora quello di carne umana sebbene la sporcizia che le si era attaccata addosso la facesse appartenere più al fango che alla coscienza.
Irresistibilmente la passò sulla guancia accarezzandosi il volto. Poi si afferrò i capelli come a volerli staccare piangendo inspiegabilmente e subito dopo la rinchiuse svelta nella borsa. Sollevandosi da terra, vide il beato Giovanni in acqua oltre la siepe, lo riconobbe dall’altra parte del lago e capì in quel momento di fargli paura. Cosa rimaneva a quel punto? Scappare il più lontano possibile, trincerarsi nel silenzio, interdirsi alla semplicità? O tuffarsi fra le sue gambe subacquee e trascinarlo sul fondo dove prima l’avrebbe stordito di botte e poi lo avrebbe amato confidandogli ogni segreto incurante del suo volere? Oppure avrebbe potuto lanciare un amo e agganciarsi al suo costume. Ma se non l’aveva avrebbe causato gravi danni fisiologici e metafisici.
Assorta in queste considerazioni, lo sguardo annebbiato, perse conoscenza. Prima di riprendersi le ci volle del tempo. E in quel frangente il tempo era quello della rincorsa e della fuga, tale che, quando si rimise in piedi, lui era nuovamente scomparso.
In ogni caso le rimaneva la mano. Non ne era certa, ma se il suo sentire non la tradiva questo pezzo di carne orfana, strappata alla vita, le avrebbe rivelato qualcosa di importante. Così vuotò il sacco, ne cacciò fuori la mano e la osservò ancora una volta mentre la faceva dondolare davanti a sé. Magicamente questa cominciò a cambiare forma e con gran sorpresa mostrò il dito. Cioè mostrò il dito, fece il segno del dito, il medio. Proprio quello.
Ah, ironica la sorte: oltre la piaga anche il dito nella piaga.
Ora il punto è: chi è l’uomo e chi la donna? Perché se la donna fa l’uomo, l’uomo è costretto a fare la donna.
Eppure lei non voleva essere uomo, lei amava il suo essere femminile, curioso, affettuoso, accondiscendente.
Il fatto è che oggi queste distinzioni non ci appartengono più. I maschi traditi si afflosciano, mentre le femmine alzano la gonna in segno di potere. “All’arrembaggiooooooo”.
Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, lui era caduto nel sonno (quando dormi, dormi tanto, che non hai neppure idea di quanto), dormiva in ciabatte davanti alla televisione accesa, con un braccio monco che aveva ripreso a sanguinare nella boccia del pesce. Era tornato a casa sua. Perché in effetti lui una casa l’aveva, anche se lei non l’avrebbe mai detto.
E lei?
Lei si perse riempendo di baci quel pezzo di carne morta che nei giorni cominciò a sfiorire e divenne prima gialla, poi blu e infine iniziò a sgretolarsi.
Quando fu del tutto cenere lei compiva cinquant’anni e poté festeggiarli facendo una serie di concerti.
In fondo, lui, che aveva da rimproverarsi? Le aveva o no dato una mano?

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