Libertà. Una? Nessuna? Centomila?

Alessandro Barella

Socrate. Copia romano di originale greco di Lisippo. Monaco, Glyptotheck. Immagine di dominio pubblico.

Molti, quando sentono pronunciare la parola filosofia in un contesto che non sia l’espressione filosofia di vita, d’istinto si ritraggono inorriditi, come se si fosse nominato con ardore il diavolo davanti a un buon cristiano. È inutile mettersi a fare la morale su cose del genere: “eh, ma non dovrebbe essere così”, “la filosofia apre la mente e gli orizzonti”, “filosofia è libertà”, “non si ama la filosofia perché non si è più in grado di meravigliarsi”, e simili. Per quanto si possa cercare di mettere poesia e passione in frasi del genere, restano frasi retoriche, prive di valore e capaci di fare presa soltanto su chi già la pensa alla stessa maniera.
Molti fuggono dalla filosofia perché, quando se la sono trovata davanti, hanno visto una serie di personaggi dalle lunghe barbe che si ponevano domande incomprensibili e usavano parole prive di senso per darsi risposte non molto diverse dalle domande.
Per quanto riguarda la difficoltà del linguaggio tecnico, non si discute. Tra gli stessi filosofi c’è stato chi si è scagliato contro questa complicatezza, sostenendo che non si devono dire cose banali con parole inusuali ma cose inusuali con parole comuni (altri sostengono che, per evitare fraintendimenti terminologici, bisogna creare un linguaggio del tutto nuovo, composto di parole distanti da quello ordinario – ma questa disputa non è interessante, in questa sede).
È la difficoltà a capire questo tipo di linguaggio, spesso, a viziare il punto di vista delle persone e indurle a credere che le domande e le risposte dei filosofi siano soltanto una bizzarra collezione di nonsensi.
Osservata da vicino, però, spogliata delle stratificazioni superficiali e ridotta all’osso, la filosofia è in primo luogo la capacità di guardare alle cose del mondo da più punti di vista diversi, osservare cose e situazioni familiari con gli occhi di un estraneo (anche se, ovviamente, non si riduce a questo, così come la matematica non si riduce alla capacità di fare addizioni e sottrazioni).
Sono possibili molti modi per raggiungere un risultato del genere. A volte basta un po’ di curiosità, tempo libero e fantasia per dedicarsi a quello che Charles Sanders Peirce, in un articolo pubblicato postumo, chiama rêverie o Puro Gioco.
Per esempio, proviamo a immaginare uno studente del futuro che si interessi alla storia della situazione politica in Italia agli inizi del XXI secolo. Prima leggerà che l’Italia è una repubblica democratica, poi vedrà che sulla scena politica erano presenti tre coalizioni fondamentali e, andando a vedere i nomi dei partiti che le compongono… oh, che cosa bislacca!
Per una questione di buon senso, il nome di un partito politico deve riassumere ed esprimere l’essenza del suo programma e dei suoi ideali. Per una cospicua parte della massa degli elettori, infatti, il nome non è soltanto il primo elemento del partito con cui entreranno in contatto; spesso è anche l’unico, visto che la politica annoia e viene generalmente vista con superficialità. Il nome, quindi, se non vuole essere ridotto a una pubblicità ingannevole, deve essere una promessa riguardo alle battaglie principali che il partito si impegnerà a combattere per i suoi elettori.
Qual è, allora, questa stranezza che il nostro storico ha trovato? Beh, il fatto che in tutti e tre i grandi gruppi, c’era almeno un partito o una importante corrente politica che col proprio nome invocava la Libertà. Un fatto abbastanza singolare, per una democrazia. Avrebbe avuto senso se la libertà fosse stata invocata soltanto dalle opposizioni, perché avrebbe significato che lo schieramento che all’epoca era al governo perseguiva fini e usava metodi lontani da quelli della democrazia tradizionale.
Anche il principale partito di governo, però, usava la stessa parola, anch’esso prometteva di combattere per la libertà. Cos’è, allora, questa libertà che nessuno aveva, visto che tutti la cercavano? Di sicuro non era la stessa per tutti, altrimenti si sarebbero messi d’accordo e l’avrebbero realizzata.
All’opposizione c’erano Futuro e libertà per l’ItaliaSinistra ecologia e libertà. Dall’altro lato il Popolo della libertà, discendente diretto dalle esperienze della Casa delle libertà e del Polo delle libertà. Ecco, c’è un dettaglio che salta all’occhio del nostro studente. Le opposizioni, grazie a una particolarità grammaticale del termine, rimangono ambigue nella sua declinazione. Sembra che vogliano parlare di libertà al singolare, ma non c’è niente che dica esplicitamente che non la intendano al plurale.
E per quanto riguarda il partito di governo? Esso parla piuttosto chiaramente di una sola libertà, eppure… Ha veramente rinnegato così le sue radici? Nel nome sembra di sì, ma il suo programma di governo, quella sostanza concreta su cui il nome può variare come una maschera, è rimasto pressoché immutato.
Ora, a prescindere da qualsiasi valutazione di merito, c’è una domanda che sorge spontanea: libertà è forse una parola che assume significati diversi, a seconda se la si usi al singolare o al plurale? In effetti sembra proprio di sì, ed è per questo che la domanda non è così banale come poteva sembrare a prima vista.

Una cartolina politica del Pdl.

La libertà (al singolare e con l’articolo determinativo), è un contesto comune e condiviso dove le scelte umane non sono condizionate a priori e in maniera univoca da un sistema di oppressione. Questo non significa poter fare tutto ciò che si vuole, ma muoversi all’interno di un sistema di regole condivise che tutelino i diritti e gli interessi di ciascuno. Una situazione di assenza di leggi, o di mancanza generalizzata di rispetto delle leggi, degenererebbe presto nell’oppressione del più forte (singolo o gruppo) sul più debole, negando questo senso della parola libertà nel modo più assoluto.
Questo, però, sembra non essere sufficiente per tutti. A qualcuno non basta l’assenza di condizionamenti a priori riguardo alle proprie scelte individuali. C’è chi vuole di più, essere “libero di” tante cose. Cioè vuole poter fare ciò che si vuole senza tenere conto delle conseguenze delle proprie azioni. Danneggeranno qualcuno? Che importanza ha, sono libero di fare quello che voglio o vivo in una dittatura? Provocheranno malcontento, reazioni, tentativi di rivalsa? Non è giusto, sono o non sono libero di fare ciò che voglio? Va da sé, spero, che un ragionamento del genere non sta in piedi.
Volere tante libertà significa volerle per sé ma non per gli altri. Se gli altri sono “liberi di” fare ciò che vogliono tanto quanto me, infatti, il rischio che io ne subisca dei danni è enorme. Quale essere umano potrebbe mai sostenere in maniera coerente, con le azioni e non solo a parole, un modello del genere?
Un mondo dove tutti sono “liberi di” tutto è un mondo dove a trionfare sono i più forti e i più spregiudicati, quelli a cui non interessa nulla del proprio prossimo e che sono in grado di difendersi dalle libertà altrui.
Una molteplicità di libertà illimitate è la negazione stessa della libertà.

2 thoughts on “Libertà. Una? Nessuna? Centomila?

  1. Anonimo ha detto:

    Ho letto con attenzione il tuo interessante articolo. Mi sembra un buon esempio di come l’esercizio della filosofia può calarsi nel concreto (al di là della frusta immagine platonica del filosofo con la testa tra le nuvole che inciampa e casca in un fosso). L’esercizio della filosofia e l’esercizio della libertà al singolare coincidono. La filosofia è denegata, tenuta ai margini e guardata con sospetto perchè, checchè se ne dica, la libertà fa paura, ti allontana dal gregge e da qui a metterti nel mirino come la pecora nera il passo è breve. La filosofia è faticoso esercizio critico, per lo più ostacolato e non visto di buon occhio.
    Per di più la libertà al singolare non coincide col poter fare ciò che si vuole in senso egoico, comprendendo in questo volere tutti gli impulsi istintuali e i desideri sensibili (libertà illimitate). I filosofi medievali che, tolte le dogmatiche implicazioni teologiche delle loro opere, possono ancora avere qualcosa da dirci, chiamavano la libertà al singolare “libertas maior”, il cui grado corrisponde al livello di responsabilità raggiunto: in altre parole, più si ha responsabilità morale delle proprie azioni e più si è liberi.
    Le libertà al plurale, che sono sempre oggetto di contesa (infatti si perdono, si conquistano, si prendono, si impongono, si subiscono, ecc…) fanno invece parte del libero arbitrio (“libertas minor”) che tende a svincolarsi da qualsiasi laccio e responsabilità.
    Il libero arbitrio di una persona è condizionato dagli altri mentre la libertà resta incondizionata.
    Un saluto. Dario

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...