Gli angeli di Altamont

Riccardo Magagna

Gli Stones nel 2006, Nizza.

“Erano il più grande gruppo rock del mondo, capite che intendo quando dico così? Erano qualcosa che non potrà esistere mai più. Quei tempi sono finiti. Eravamo tutti uguali. Le canzoni di Mick parlavano di quello che facevamo tutti. Scopare nel sedile di dietro della macchina, fare su e giù per le strade in cerca di qualcosa che non sapevamo come descrivere con esattezza neanche noi. La soddisfazione dei desideri. Satisfaction. Eravamo tutti figli della guerra. Mick e Keith sapevano bene cosa significasse crescere negli anni cinquanta. Da loro era lo stesso che da noi. Avevamo gli stessi genitori. Quelli erano la generazione della guerra, noi la nuova generazione.
Capite cosa intendo? Andate a parlare di quel periodo con qualsiasi giornalista musicale e vi parlerà degli Stones. Possiamo stare a discutere per delle ore dell’apollineo e del dionisiaco, ma la realtà è che le forze oscure vincono sempre, quindi fanculo ai Beatles. Fanculo davvero. Le ragazze che urlavano, Dio santo, gli sentivi l’odore delle mutandine. Delle zaffate impressionanti. Cosa doveva essere per i genitori guardare quella roba in televisione insieme ai figli e rendersi conto che le loro bambine volevano tutte scoparsi quello spelacchiato lì sul palco. Cazzo me lo volevo scopare io, e sì che sono etero come pochi. Ma nell’estate del sessantanove tutte quelle ragazze urlanti ormai avevano smesso di tagliarsi i capelli e mandato affanculo le pettinature perbene. Avevano dato fuoco ai calzini bianchi, giravano a piedi nudi ed erano scappate di casa per seguire il gran circo peloso dei fricchettoni. Negli ultimi anni la maggior parte delle volte che gli Stones erano apparsi in tv era stato al telegiornale: continuavano ad arrestarli per storie di droga. Ti beccavano con un po’ di maria e finivi sul giornale. A quel punto Brian Jones era già morto e sepolto. Avevano preso quel coglione di Mick Taylor al posto di Brian e ad aprirgli i concerti c’erano B. B. King e Ike & Tina. Keith all’epoca ancora assomigliava a una mezza specie di essere umano, aveva in testa una massa di capelli neri da pazzo che sembravano due corvi che scopavano. Aveva quelle braccia lunghe da ragno e mentre suonava impugnava la chitarra più distante possibile, come se avesse in mano un calderone di pece bollente che scottava troppo. Bill Wyman se ne stava sulla sinistra con quella sua faccia lunga da donna, senza tirar fuori niente di che. E Charlie Watts teneva la testa bassa e guardava solo la batteria con mezza faccia da avvoltoio nascosta da un ciuffo di capelli bruni. E Mick che faceva le sue camminate, agitando le mani per montare l’entusiasmo del pubblico, aizzandolo. Sporgeva i suoi labbroni e si piegava in avanti come una puttana che offre i suoi pompini sulla Decima Avenue.
Alla fine di quel tour del sessantanove gli Stones annunciarono di voler tenere pure loro un concerto gratuito e di volerlo a San Francisco. Ingaggiarono Melvin Belli, una specie di avvocato mafioso vecchio stampo, perché si occupasse dell’organizzazione. In quel momento Belli era a Los Angeles per difendere Charlie Manson. Belli piglia un aereo, va su a San Francisco, litiga con qualcuno, liscia qualche altro e si assicura la Altamont Speedway, una vecchia pista per le corse di stock car in mezzo al deserto. Una sessantina di chilometri fuori dalla città. Vi parlo del dicembre del 1969.
Arrivammo lì di prima mattina. Lungo la strada incontrammo un sacco di gente, e mano mano la strada si riempì di ragazzi e dopo un po’ ci rendemmo conto che tutte le macchine ferme ai lati della strada non erano di gente che si fermava per farsi, ma stavano parcheggiando. E poi proseguivano a piedi scalzi verso la montagna. Appena arrivavi in cima a una di quella collinette marroni te ne trovavi davanti altre due, e anche quelle brulicavano di gente. Ti guardavi alle spalle e ne vedevi anche di più, tutti quelli che si erano messi in marcia anche più tardi di te e ti venivano dietro. Tamburelli, cazzeggio: era l’assemblea generale. Ma non lo sapeva nessuno.
Se ne stavano seduti sull’erba con le stuoie e le coperte, e i sacchi a pelo arrotolati per cuscini. Facevano un balletto hippy su un piede solo e poi si fermavano. Le ragazze andavano in giro con le tette che ballavano di qua e di là seguendo le loro mosse assurde. Capelli lunghi al vento. Vedevi uno che stava con le braccia aperte fissando il sole. Iniziava a muovere la bocca e gli veniva un’aria confusa e sconvolta, come se si fosse appena reso conto della cosa più orrenda del mondo. E a quel punto cominciai a vedere gli Angeli.

Da un anno in giù gli Hell’s Angels facevano da security ai concerti dei Grateful Dead. A Jerry e compagni faceva piacere averli intorno; erano tipi tosti e non andavano troppo per il sottile, che quando mettevano qualcuno con le spalle al muro ce lo mettevano per davvero. Delle gran teste di cazzo, insomma. Quando gli Stones fissarono la data per il concerto, il manager dei Dead li mise in contatto con gli Angeli. Gli Stones comprarono i reparti degli Angeli di San Francisco e di Oakland per cinquecento dollari di birra Budweiser.
Mi svegliai che era buio. Mi svegliai e avevo tutte le molle del sedile conficcate nella schiena. Uscii dalla macchina e chiesi a un tizio se mi ero perso gli Stones. Disse di no. Qualcuno aveva strappato il recinto della pista per farci un falò e quindi c’era un po’ più di luce, vedevo gente che ballava nuda nella luce arancione. Burn, baby, burn, avete presente? Merda. Il rumore delle motociclette sommergeva tutto. Poi, a un certo punto, il rumore diventò più forte, e il mare di folla si aprì e arrivò una squadra disposta a cuneo che avanzava in mezzo alla gente come una punta di freccia. E fra le Harley c’erano gli Stones. Le urla s’alzarono in modo imponente. Dall’alto, la teoria di luci inondava il palco di un bagliore rosso infernale. Sul palco il gruppo c’entrava a malapena, con tutti quei cazzo di Angeli. Vidi un pastore tedesco vagare intorno ai microfoni con i suoi occhi avidi e affamati. Dietro di me chilometri di folla premeva per avanzare. Poi ci fu l’esplosione: Keith cominciò a strusciare gli artigli sulle corde e Mick fece roteare il mantello nero e arancio e attaccarono Carol. Poco davanti a me un fricchettone con una camicia alla Nehru – che coglione era già fuori moda nel sessantanove – spinto dalla folla inciampò in una delle moto degli Angeli e ovviamente prima uno e poi due di loro cominciarono a dargliele. Mick vestito da Satana attaccò il suo famoso Please allow me to introduce myself, illuminato di rosso contro la notte nera del deserto, e gli Angeli presero posto. Scatenarono la loro ira contro gli hippy, sollevando le mazze da baseball e le stecche da bigliardo contro le teste di ragazzi. Mick cercò di fermarli e gli Stones interruppero la canzone. Trascinarono via un po’ di gente e la situazione si calmò, un tantino. Ma di lì a poco andò in peggio. C’era un tipo che avevo già visto prima, quando gli Stones erano apparsi sul palco. Un nero alto e secco con un completo verde mela e la camicia nera: dava nell’occhio. Man mano che gli Stones si scaldavano vedevo gli Angeli diventare sempre più nervosi. Vidi quello che stava per succedere. Vidi che cominciavano a fissare il nero e lo puntavano. Non so come l’avessi capito, ma sapevo che l’avevano scelto ancora prima che scattasse la violenza. Il ragazzo nero ballava facendo su e giù con la testa, io vidi lo sguardo negli occhi degli Angeli e capii.

Meredith Hunter, 1951-1969.

Uno s’avvicinò al ragazzo nero, si mise a ridere e prese una bella manciata di capelli dalla sua pettinatura afro, allungò quella zampa lercia una prima volta e il tipo scrollò la testa, poi sghignazzò di nuovo e ci riprovò, lo stronzo, e stavolta affondò la mano in mezzo ai capelli. Il tipo tirò via la testa e mollò un cazzotto all’Angelo con la destra, senza buttarlo a terra. Altri due Angeli vennero a divertirsi insieme ai compari – fu un attimo – e a quel punto il nero si abbassò a terra, fece una specie di immersione rapidissima e quando tornò su vidi la pistola che aveva in mano. E poi vidi un coltello. Il nero li stava guardando ma non vide l’Angelo che era sbucato di punto in bianco dalla folla alle sue spalle: quel mostro sozzo gli arrivò da dietro, lo prese per un braccio come per tener ferma la preda e gli piantò il coltello nella schiena. Le ragazze urlavano. Lo stesero a terra. Il sangue gli schizzava dai vestiti. Disse, e queste furono le sue ultime parole,: “Non vi volevo sparare”, e uno gli alzò un bidone dell’immondizia sopra la testa e glielo sbatté in faccia. Poi si fecero sotto anche gli altri e lo presero a calci in testa e su tutto il corpo. Fu una cosa orrenda e noi rimanemmo lì a guardare. Lo presero a calci e lo calpestarono finché non fu ridotto a una pozzanghera, e quando non si mosse più si fermarono. La sua ragazza, una bionda di Berkeley, li seguì piangendo come una pazza. Portava un vestito lavorato all’uncinetto. Ormai non si vedono più i vestiti all’uncinetto. E sul palco gli Stones cantavano Under My Thumb, una canzone che parla di come mettere in riga la tua ragazza, mentre gli Angeli sacrificavano la loro vittima. La sacrificavano alla cultura. I ragazzi avevano messo al mondo una cosa nuova, ma non avevano ancora pagato il prezzo. C’era un prezzo che andava pagato. I Rolling Stones volarono via su un elicottero e ci lasciarono in mezzo al deserto. Noi trovammo la strada per tornare alle macchine e ce ne andammo a casa.”

 

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