L’uomo, macchina morale?

Alessandro Barella

Cervello umano. Immagine di dominio pubblico.

Per secoli il mondo è stato diviso tra coloro che credono l’uomo naturalmente buono e portato all’altruismo e quelli che vedono in questa presunta bontà soltanto un addomesticamento degli istinti per mezzo della paura delle punizioni previste dalla legge. E se per lungo tempo uno poteva quantomeno sentirsi sicuro di sapere le vere motivazioni per cui stava facendo un gesto altruistico, da quando il concetto di inconscio ha cominciato a farsi strada nella cultura (con Schopenhauer prima ancora che con Freud), neanche più questo gli è concesso. Per esempio, se faccio l’elemosina a una ragazza povera, non sarà che la mia motivazione profonda è soltanto il piacere di essere ritenuto caritatevole da chi mi sta intorno? Dare una risposta certa è impossibile.
La morale classica non è sufficiente. Limitandosi a constatare che non tutti gli uomini si comportano alla stessa maniera, e che alcuni comportamenti potrebbero essere definiti malvagi, questa ha attraversato tutto lo spettro delle possibili soluzioni: dal tentativo di formulare una legge morale universale e valida a priori a cui dovremmo conformarci, fino al relativismo assoluto che dà un certo valore a ogni posizione purché sostenuta con coerenza e razionalità da almeno una persona.
Ogni proposta, per quanto accaniti e ricchi di argomenti possano esserne i sostenitori, lascia un po’ il tempo che trova. Se non si riescono a fondare certe affermazioni nella realtà concreta in modo da essere confermabili in maniera intersoggettiva, e ci si basa soltanto su astratti principi a priori o su una non meglio specificata “intuizione morale” incaricata di stabilire la normalità, si potrà dire tutto e il contrario di tutto senza timore di essere smentiti. È constatando questo che Nietzsche esclamò (con spirito provocatorio, certo, ma compiendo in un certo senso una anticipazione profetica) che «nel filosofo non c’è assolutamente niente di impersonale; e in particolare la sua morale fornisce una testimonianza decisa su ciò che egli è – vale a dire in quale disposizione gerarchica gli istinti più profondi della sua natura si trovino gli uni rispetto agli altri» (Al di là del bene e del male).
Il problema è che, per antico pregiudizio comune, la morale è sempre stata il regno del dover essere, cioè la branca del pensiero che si occupa di stabilire come gli uomini dovrebbero regolarsi nella vita. Il modo in cui le cose effettivamente vanno e, soprattutto, perché le cose vanno proprio in quella maniera e non in un’altra, sono argomenti che generalmente non vi trovano accoglienza, o tutt’al più ne restano relegate ai margini o alle fasi preparatorie.
È per questo suo generale disinteresse a ciò che è che il cammino della morale non si è mai intrecciato saldamente con quello delle scienze. Sì, l’aumentare delle conoscenze disponibili e l’invenzione di nuovi ritrovati tecnici pongono nuovi dilemmi ai filosofi morali, e certuni vorrebbero imporre alle scienze limiti fondati su quella che è la loro concezione morale attuale. Ma, con buona pace del grande Spinoza, un’Etica dimostrata secondo il rigore geometrico non si è mai veramente vista. Per lungo tempo, anzi, si era completamente rinunciato a un’impresa del genere, preferendo relegare la morale al rango di fatto personale o semplice narrazione.

Cervello artificiale. Immagine di Gengiskanhg. CC 3.0; GNU 1.2.

Soltanto in tempi molto recenti, dopo che si è iniziato a guardare alla mente come a una sorta di computer biologico (teoria della mente modulare) e che la teoria della Grammatica Universale di Noam Chomsky ha iniziato a essere accettata diffusamente, questo progetto è stato ripreso. Ha lentamente iniziato, infatti, a farsi largo l’idea che, al pari delle strutture fondamentali del linguaggio, anche le strutture di base che regolano il comportamento morale potrebbero essere innate.
Attenzione, non si intende l’innatismo nel senso classico, secondo cui verremmo al mondo già in possesso di certe idee o contenuti mentali. L’ipotesi di ricerca da cui partono questi studiosi è che, per quanto certi principi morali possano variare in base all’appartenenza a culture diverse, essi sono comunque vincolati all’interno di un range già predefinito inscritto nel nostro DNA di esseri umani. Insomma, il neonato non sarebbe né una tabula rasa che non aspetta altro che essere riempita, né destinato dal suo corredo genetico ad avere certe idee, quanto piuttosto una scultura appena abbozzata che poi il contesto, l’ambiente e le esperienze di vita contribuirebbero a plasmare in una forma più definita.
L’idea è affascinante e, sebbene finora non sia supportata da prove definitive ma soltanto da indizi, risolverebbe non pochi dilemmi se dovesse essere provata vera. Ad esempio, perché dei danni a determinate aree cerebrali possano causare, in individui altrimenti del tutto normali, alterazioni anche gravi delle facoltà del comportamento morale. Oppure com’è possibile che spesso siamo in grado di esprimere giudizi morali sui casi più complessi e controversi in maniera quasi istantanea ma, interrogati sul perché abbiamo espresso proprio quelli, dobbiamo arrabattarci per rispondere in maniera coerente, ammesso che ci riusciamo. Ma anche, se la morale è solo una forma razionale acquisita, come fa un bambino a sviluppare una competenza morale completa, anche senza aver ricevuto un insegnamento formale al riguardo, se non addirittura formandosene una opposta a tale insegnamento? E perché non siamo in grado di risolvere facilmente certi problemi di logica formale ma se, mantenendo identica la struttura, sostituiamo i simboli con persone e azioni siamo quasi immediatamente in grado di dare la risposta esatta? E così via.
Probabilmente qualcuno ora starà pensando con gioia: se tutto questo fosse vero, se siamo progettati per essere naturalmente enti morali, come è possibile che non esista un ente superiore che ci ha fatti?
Mi dispiace interrompere così bruscamente l’entusiasmo di creazionisti e sostenitori del cosiddetto “disegno intelligente“, ma una ipotesi come quella delle radici biologiche del comportamento morale non fa necessariamente di noi esseri speciali fino a questo punto. La teoria dell’evoluzione di Darwin è più che sufficiente a renderne ragione. In parole povere, è dimostrabile che gruppi di animali in cui il carattere “altruismo” è ampiamente diffuso, hanno una probabilità maggiore di superare la sfida della sopravvivenza di gruppi prevalentemente egoisti.

Per quelli che volessero approfondire questi temi suggerisco i seguenti testi: Menti morali (Marc D. Hauser), L’errore di Cartesio (Antonio Damasio) e Unto Others. The Evolution and Psychology of Unselfish Behaviour (splendido saggio di Elliot Sober e David Sloan Wilson, purtroppo non disponibile in italiano).

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