Gran Bazar Turchia

Laura Frassetto

Scacciare il malocchio. Fotografia di Laura Frassetto, CC 2.5.

Risiediamo in un hotel carino, uno di quei minuscoli alberghi da cinque o sei stanze nel cuore di Sultanahmet. Il fratello del proprietario ci ha aspettati quasi due ore mentre cercavamo di entrare in Turchia: i doganieri ci hanno chiesto un supplemento per far entrare mio marito, un messicano dall’aspetto decisamente curdo. Entrambi parlano bene inglese e sono piccoli e biondi. Si fa colazione sul tetto anche se è freddo, siamo riparati da un gazebo con vista sul Bosforo. Questa mattina i turchi ci piacciono molto, molto di più rispetto a stanotte.
Aia Sofia è chiusa, per qualche strana ragione. La notizia non mi turba perché c’è già la Moschea Blu in programma, e due cose architettoniche famose in un giorno sono decisamente troppo per il mio poverissimo spirito. Voglio dire, siamo nella città del Gran Bazar!
La cosa più bella della Moschea Blu sono i porta sapone fucsia che troneggiano sui lavatoi pubblici vicino l’entrata. Sono sicura che il contrasto fra questo rituale di pulizia antico e solenne e il sapone delle Winx sarebbe molto piaciuto a Mustafà Kemal. La moschea è grande e imponente come uno se l’aspetta, puoi entrare anche se non sei perfettamente velata, le “zampe d’elefante” che sostengono la struttura sono proprio impressionanti, etc etc etc. “Andiamo al Bazar, adesso?”.
Il Gran Bazar verso l’una di pomeriggio è molto romantico: le luci sono tutte spente ed è impossibile vedere la merce, ma le candele accese qua e là creano un’atmosfera magica. Localizzo gli stivali ricamati che ho deciso di comprare pochi secondi dopo il mio arrivo, probabilmente mentre discutevo alla dogana, e mi faccio dire il prezzo, vergognosamente esorbitante. Avrei potuto pagare decine di “supplementi”, con quella cifra.
Alle tre le luci si accendono e ci sediamo a sorbirci un costosissimo chai, osservando i turisti.
Quando decidiamo di andarcene, fuori infuria la tormenta. Ci avviamo verso l’albergo, quando Joel comincia a dire che abbiamo appena incrociato Pedro Almodovar. Mi sembra molto improbabile, ma mi volto e vedo che dietro di noi c’è un signore tarchiato con un ombrello del Four Season, l’hotel più raffinato della città. Al suo fianco troneggia un bodyguard dall’aria protettiva e l’omino parla inconfondibilmente spagnolo. Non avrei mai pensato di poter diventare fan di chicchessia; per giunta, ho trovato ridicolo il suo ultimo film.
Vorrei tanto avvicinarmi e dirgli che la smetta di raccontare storie retoriche di registi ciechi, che torni a vestire Gael da donna piuttosto. O a fare cantare i bambini del seminario, ma dubito che il guardaespalda mi lascerebbe perorare la mia causa.
Il Gran Bazar di Istanbul mi sembra un concentrato di quel che dovrebbe essere da centinaia di anni a questa parte: una deliziosa trappola per turisti e un luogo pubblico, un’agorà dove la gente si mescola e si fanno grandi incontri.
Torniamo di fronte ad Aia Sofia per rivedere Si Kyung, una mia amica coreana conosciuta sette anni fa. Dopo aver viaggiato in lungo e in largo per il pianeta, ha deciso di stabilirsi a Istanbul.
Mangiamo insieme e ci raggiunge un suo amico, una sorta di yuppie turco. È giovanissimo ma ha già decine di master e trilioni di anni di esperienza lavorativa. Si Kyung e Joel chiacchierano tra loro, lasciandomi ascoltare per ore il suo terrorizzante cursus honorum. Per fortuna, da bravo yuppie, è troppo preso da se stesso per chiedermi cosa faccia io nella vita, e da bravo turco forse non lo ritiene nemmeno troppo importante.

Uchisar, Cappadocia. Fotografia di Laura Frassetto, CC 2.5.

L’aeroporto di Kayseri è un bellissimo gazebo con un nastro trasportatore per i bagagli; per fortuna ci sono i bagni. Mi metto in coda in quello delle donne, chiedendomi perché venga usata solo una delle due toilette presenti. Scopro che quella inutilizzata è alla turca, e in effetti preferisco attendere. Nemmeno le donne turche usano il bagno alla turca.
Il nostro hotel si chiama Farfalla ed è scavato nel tufo; tutt’intorno i camini delle fate sono ricoperti di una luce rosa da tramonto invernale.
I muezzin di Goreme sono i più intonati di tutta l’umma (comunità dei musulmani).
A Goreme la notte dell’ultimo dell’anno non c’è rumore e ci svegliamo la mattina del primo gennaio pronti a un’escursione dedicata al trekking. Condivideremo il minibus con tre coreane dall’aspetto confuso e uno strano trio che risulta essere un raro esempio di famiglia allargata turca.
Io e Joel eravamo stati gli unici a leggere i presupposti dell’escursione, ovvero a sapere che comprendeva una lunga camminata, d’altronde si chiamava “explore & hike”. Tutti dicono che non hanno nessuna intenzione di farla, ma di fronte al nostro sguardo omicida la guida garantisce che ci accompagnerà attraverso la valle di Ihlara, solo noi due. Gli altri rimarranno seduti al punto d’arrivo a bere chai e ad aspettarci.
La passeggiata è stupenda, o almeno lo sarebbe se non andassimo così in fretta. Si cammina in un canyon scavato da un fiume, e sulle pareti una guida meno frettolosa avrebbe potuto farci ammirare qualcuna fra le centinaia di chiese scavate nella roccia. Per fortuna decide di mostrarcene almeno una: si chiama Chiesa Fragrante ed è decorata da affreschi meravigliosi. Non quei disegni perfetti e noiosi che si trovano nelle chiese di tutto il mondo ma decorazioni più semplici, più popolari. La benedizione bizantina goffamente tratteggiata sul soffitto è splendida. I visi raffigurati sono stati semi cancellati dagli iconoclasti, ma tutta la chiesa è ricoperta da scritte del tipo “arjan ama seline”, il che non stupisce visto che niente impedisce l’accesso ai vandali. Chiediamo alla guida perché questi antichi luoghi di contemplazione spirituale siano così poco protetti e lui ci risponde che le chiese sono davvero tante, causandoci il primo trauma del 2010.
Mi viene la tentazione di indignarmi, poi mi ricordo dell’articolo letto su Geo riguardo le chiese rupestri pugliesi, in stato di totale abbandono e decomposizione. Non che la cosa mi stupisca, generalmente però mi aspetto di più dalla Turchia che dall’Italia, e quasi sempre a ragione.

Mongolfiera in Cappadocia. Fotografia di Laura Frassetto, CC 2.5.

Finalmente la guida si calma: abbiamo raggiunto il resto del gruppo. Sembrano tutti molto soddisfatti della loro mattinata a base di chai e concludiamo il trekking insieme a loro, questa volta a una lentezza esasperante.
Pranziamo in un ristorante lungo il fiume; otteniamo il permesso di visitare da soli un’altra chiesa rupestre situata nelle vicinanze, mentre il gruppo si riposa dei quattrocento metri di trekking. Scopriamo che è una della chiese meglio preservate, nonostante abbia tutta l’aria di essere usata come stalla dalla gente del posto. Dopo qualche minuto ci raggiunge la guida: nonostante compia quell’escursione diverse volte a settimana non l’aveva mai vista, e sembra quasi che gli piaccia.
Ci conducono a visitare un antico monastero situato tra i camini delle fate, ma non possiamo addentrarci troppo nella visita perché da un lato c’è un pericoloso “local dog”, dall’altro il tufo è pericolante. In ogni caso abbiamo pochissimo tempo a disposizione, che decidiamo di sfruttare esplorando una celletta piena di zampe di agnello divelte.
Torniamo a Istanbul una domenica, e finalmente il Gran Bazar e io possiamo ricongiungerci in un atto di amore estatico, come i dervisci con Allah.
Ho deciso di comprare i miei stivali: afferro quelli di qualità peggiore, tanto so che mi ci cadrà subito qualcosa sopra o finirò in una pozzanghera.
Ceniamo in un ristorante coreano con Si Kyung, e pensiamo che sia valsa la pena di aspettare tanto tempo prima di rivederci, per incontrarci in un paese così bello. Anche la sensazione di inadeguatezza che ho provato il primo giorno se n’è andata. I paesi del Vicino Oriente riescono sempre a farmi sentire bene nella mia pelle, come se fossi una giovane donna appena uscita dall’hammam.

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22 thoughts on “Gran Bazar Turchia

  1. Antonio Baiano ha detto:

    anche vicino Trabzon, per noi Trebisonda, c’è una chiesa scavata nella roccia (monastero di Sumela) e anche lì gli affreschi sono stati devastati da qualcuno nella maniera descritta…qua però dicono che sono stati soldati tanto tempo fa per divertimento, la maniera però di farlo-ossia la deturpazione e/o asportazione del volto-mi fa pensare ad autori spinti da motivi religiosi.
    Non mi sorprende che abbiano creato problemi a tuo marito, purtroppo fra una parte della popolazione abbonda il razzismo e i guai maggiori sono per i kurdi.
    Peccato non abbiate potuto vedere Hagia Sofia, ma se non avete visitato il Topkapi avete perso qualcosa di straordinario. La prossima volta che ci vediamo vi racconto un aneddoto divertente su di esso, complice la mia lingua madre napoletana…

  2. Anonimo ha detto:

    Hola Baiano!

    questo racconto è il riassunto di un racconto più lungo: siamo stati sia a Agia Sofia sia al Topkapi (anche se io non sono una grande appassionata di architettura!), ma sono curiosissima di ascoltare il tuo aneddoto!

    sei stato a Trabzon, Istanbul, e poi? La Turchia è splendida (sul razzismo non mi pronuncio, continuavano a chiedere il passaporto di Joel ad ogni occasione…). A me piacerebbe andare all’est, Urfa etc…

  3. Antonio ha detto:

    ciao
    sono stato in Turchia due volte con un associazione che si occupa dei Kurdi (versoilkurdistan) ad agosto del 2008 e del 2009; la prossima volta ti faccio vedere un po’ di foto…qui comunque c’è una selezione di foto del 2008: http://www.antoniobaiano.eu/kurdistan1e/
    sono stato in quasi tutti i luoghi del cosiddetto Kurdistan turco (Anatolia sud orientale):
    Dyiarbakir, Hasankeif, Van, Dogubeyazit, Mardin, Nusaybin, Van, Kars,Cizre, Sirnak, Siirt, Iusufeli, Gaziantep, Urfa, Harran, Hakkari, Istanbul (la baraccopoli di Ayazma, il “quartiere delle torri”).
    in effetti Trabzon e Iusufelisonoè un po’ fuori rotta ma Iusufeli è un bellissimo posto destinato a fare la stessa fine di Hasankeif (sommersi dai laghi artificiali creati dalle dighe che vogliono costruire) e quindi ci interessava capire come si muovevano in quella municipalità, mentre Trabzon è uno dei posti con maggiore disoccupazione e dove si formano sacche di gruppi violenti di destra e ne abbiamo quindi parlato con le associazioni locali. E’ stato un viaggio bello ed interessante ma faticoso perchè eravamo sempre in movimento e ad incontrare rappresentanti di partito, associazioni, sindaci, con una temperatura media di 40°. I membri dell’associazione poi sono ben conosciuti e quindi eravamo sotto controllo; ai check point ci rompevano i cosiddetti un bel po’…nel 2009 per fare 200 km ci abbiamo messo 7 ore!
    Io poi mi sono fermato due giorni in più ad Istanbul (nel 2008) ed un giorno sono andato con la interprete nei posti che ti ho citato mentre il secondo giorno ho fatto il turista…devo dire che Istanbul mi è piaciuta molto, una città veramente viva e ricca di diversità…
    Urfa è bella, vale la pena andarci solo per vedere la moschea con la vasca dei pesci sacri ed i giardini…mentre a Gaziantep varrebbe la pena andare solo per vedere il museo con i meravigliosi mosaici salvati dalle acque della diga Ataturk che hanno sommerso la città alessandrina di Zeugma scoperta in seguito agli scavi…imperdibile…

  4. Ragazzi, state parlando di luoghi che vedrò fra une mese e mezzo: ho un biglietto di sola andata per Gaziantep, poi vagabonderò. A leggervi mi viene voglia di anticipare la partenza…

  5. Laura ha detto:

    @Baiano: oooooooh sei stato sul lago di Van!!! che emozione… per me è un luogo mitico per via dei gatti con le marche di allah (per i non feticisti http://it.wikipedia.org/wiki/Turco_Van ). Follie a parte, le tue foto sono splendide e sono sicura che, nonostante la fatica, avrai ricordi intensissimi di quei due viaggi. I posti sommersi dalle dighe artificiali sono davvero inquietanti.

    @Davide, che bello! quanto ti fermerai?

  6. Antonio Baiano ha detto:

    grazie Laura!
    il laco di Van è molto bello, devi assolutamente visitare l’isoletta di Adana con la chiesa armena, ma da non perdere è anche la fortezza urartiana che hai visto nelle foto! i gatti sono una delusione semplicemente perchè l’attenzione è scarsa…io ed un altro siamo andati a trovare il centro dove vengono “osservati” (sic), un centro universitario. Non ti dico cosa ci è voluto per trovarlo ed arrivarci, abbiamo avuto la fortuna di incontrare sul dolmus una ragazza che parlava inglese. Il centro infatti è fuori città, vicino ad una base militare e praticamente non è segnalato. Oltre a questo posto, i gatti li trovi solo nei negozi di animali, chiusi in gabbiette…(sic sic!)
    confermo, il viaggio è stato intenso…le testimonianze forti (la nostra stessa guida è una piccola signora turca che è stata anche incarcerata e torturata, ma la sua serenità esteriore è stata veramente di ispirazione), il difetto di questo gruppo è che tende a chiudersi troppo negli incontri con i dirigenti e associazioni, se non avessi insistito non sarei mai andato a vedere alcune baraccopoli e quindi sentito testimonianze.
    @Davide: se arrivi a Gaziantep…mi raccomando il museo di Zeugma!!! e poi visto che sei zona anche Harran va visitata…antichissima città già citata nella BIbbia (Abramo si fermò lì per un anno durante il suo viaggio verso la Palestina). E’ caratteristica per le sue case a trullo…molto povera a parte il piccolo aggolmerato turistico. Lì ci sono anche le rovine di quella che è considerata l’università più antica al mondo…

  7. @Laura: non so quanto mi fermerò. Non ho nessun biglietto di ritorno. Quando finirò i soldi suppongo.

    @Antonio: vedrò il museo, Harran è già tappa del viaggio, così come il Nemrud Dagi. Con il mio passato di studio storico-archeologico la Turchia e il Kurdistan diventano la Mecca.

  8. Salvador ha detto:

    Davide, si sente che sei già lì. Ma dove si va con le parole? Noi rimaniamo qui in attesa delle tue.
    S.

  9. Antonio Baiano ha detto:

    come ti invidio…quello di viaggiare senza limiti di tempo è un mio sogno…

  10. Laura ha detto:

    @baiano: qualcosa me lo diceva, che i gatti di Van non erano trattati esattamente come meriterebbero :( magari un giorno vado a salvarne uno!
    Riesco anche a immaginare il gruppo che tenta in qualche modo di “sviarti” dalla conoscenza diretta delle baraccopoli etc. Per fortuna hai avuto la curiosità di immergerti da solo nella vita vera…

    @Davide: non vedo l’ora di leggerti

  11. Antonio Baiano ha detto:

    è complicato portare fuori i gatti di Van, inoltre sappi che sono dei veri distruttori di case da quello che ho letto!
    circa l’organizzaazione con csui sono andato (una ONLUS, per la precisione) non vorrei essere frainteso, è che loro (in particolare il capogruppo) sono molto concentrati a fare gli aggiornamentidella situazione e non capiscono che se si organizza un viaggio “di conoscenza” non ci si può limitare a questi incontri…non vorrei che si confondesse con la malafede.

  12. Laura ha detto:

    @Baiano: avevo anche letto che sono complicatissimi da esportare (non che esportare un chihuahua sia stato facile :D ma vivevamo in Messico e quindi avevamo tutto il tempo per occuparci della burocrazia!). Delle distruzioni mi preoccupo poco, il caos domestico mi lascia indifferente :P

    Tranquillo, non confondo con la malafede: io mi riferivo piuttosto a un atteggiamento che avevo notato in Marocco… ero lì con un campo di lavoro e non c’era verso di farsi portare dai marocchini nella città vecchia o nelle zone più interessanti. Loro cercavano di portarti in assurdi luoghi di villeggiatura per stra ricchi e nei centri commerciali… Non per malafede, ma perché erano onestamente desiderosi di mostrarti quel che secondo loro era il meglio del loro paese. Sicuramente in un viaggio “ufficiale” le dinamiche sono diverse!

  13. Antonio Baiano ha detto:

    Ah ! ah! a me completamente l’opposto…altro che centri commerciali e luoghi per straricchi…piuttosto seri incontri con dirigenti vari…immaginati alle 3 del pomeriggio, 45°, uno che parla in turco, l’interprete che traduce (con qualche ovvia difficoltà di italiano)…roba che a volte ricordava le peggiori scene fantozziane della corazzata Potiomkin! il massimo è stata una sera la visita ad un centro culturale per una manifestazione dove si leggevano le poesie di vari autori in KURDO…che può anche far piacere per 10 minuti, ma poi.. :-O io ed un altro siamo andati via fra la disapprovazione degli altri, ma perlomeno ho scattato qualche bella foto come quella dell’uomo che balla al matrimonio a Cizre…a me interessa questo, la gente, la vita di tutti i giorni apparentemente banale.
    secondo me questa maniera di gestire riflette proprio l’atteggiamento di una certa sinistra che si balocca nelle sedi di partito (o in qualche salotto) e si dimentica della gente.
    guarda il sito della ONLUS, puoi anche scaricare le relazioni di viaggio (ma magari te la giro io…):
    http://www.versoilkurdistan.blogspot.com/
    ciao

  14. Antonio Baiano ha detto:

    Comunque, per quanto riguarda il Marocco, visto che erano marocchini penso che loro intendessero farvi un favore, e che ci fosse anche un po’ di pudore rispetto alle situazioni che volevate vedere. Chiaramente con i Kurdi c’è un’altra situazione, perchè loro cercano il più possibile di far conoscere i problemi che hanno ed i soprusi che subiscono.

  15. Salvador ha detto:

    Signori viaggiatori, qui siete andati tutti oltre la Turchia, Me li raccolgo i vostri suggerimenti. Che passione! Siamo solo a Pasqua…

  16. Laura ha detto:

    @ ahahahahahah! oddio, le poesie in curdo no :D il matrimonio invece è stato un bel colpo di fortuna! anch’io ne ho visto uno in marocco ed è stata una delle esperienze più belle. Non credere che volessimo vedere chissà quali cose turpi… semplicemente volevamo vedere la medina, come tutti i turisti! ma a loro faceva schifissimo (arabeschi, vecche madrasse, ristoranti da mille e una notte) e ci volevano portare nei centri commerciali dove si beveva il té Lipton, altro che quel loro meraviglioso té verde alla menta! Corro subito a guardarmi i racconti di viaggio, devono essere interessantissimi.

    @ Salvatore: pasqua è il momento giusto per pianificare le vacanze estive :P

  17. Antonio Baiano ha detto:

    Marò, secondo me erano dei marocchni col mito dell’Europa…il loro té (e quello curdo) è così buono, non ci posso pensare!

  18. Laura ha detto:

    è vero, avevano un’idea dell’europa totalmente delirante e un’idea simile di noi europee. Pensavano che vivessimo come delle attrici di cinema, tra feste, balli di gala e “soirée” (nb eravamo tutte volontarie scalcagnate e di sinistra che al massimo la sera si bevevano la sangria al circolo arci)

  19. Antonio Baiano ha detto:

    D’altronde è il sogno che rappresentiamo attraverso le TV (sogno a cui d’altronde si affidano parecchi italiani)…mi chiedo però: possibile che. con tutta la migrazione che c’è stata, non siano arrivate notizie più veritiere della situazione?

  20. Laura ha detto:

    credo che molti migranti cerchino di alimentare il mito…

    comunqe la primisssssima domanda che mi ha fatto un marocchino (in perfetto italiano, era un ex migrante) quando mi ha venduto i biglietti del treno è stata: “oh sei italiana! Chi ha ucciso Samuele Lorenzi????”

    Ugh….

  21. Ragazzi, vi lascio soli due giorni e guarda un po’ come vi scatenate!

    @Baiano: sì, non avere il biglietto di ritorno è dannatamente eccitante.

    @Laura: forse metterò online una sorta di diario di viaggio. Ci sto lavorando.

    (ormai off topic questo commento… siete già in Marocco…)

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