L’altalena del respiro

Salvatore Smedile

Con il suo comunissimo cognome e il suo carattere schivo Herta Müller si insedia nella storia e nella letteratura contemporanea con l’umiltà di chi si stupisce di esserci entrata. Il suo Atemschaukel (2009) è stato tradotto in Italia da Feltrinelli nel 2010 con il titolo L’altalena del respiro. Copertina con fotografia della Collezione Carboni: un ragazzo anonimo del secolo scorso che corre a petto nudo, gli occhi coperti dal braccio. Non è facile trovare la copertina per un libro di Herta Müller, nata nel Banato rumeno, colonia di lingua tedesca voluta da Carlo VI d’Asburgo all’inizio del ‘700 ai margini dell’Impero.
I reietti pagano sempre, anche a distanza di secoli, le scelte fatte dall’alto. Nell’estate del ’44 l’Armata Rossa occupa la Romania e, in nome di Stalin, tutti rumeni di origine germanica tra i diciassette e i quarantacinque anni vengono impiegati nella ricostruzione dell’Unione Sovietica distrutta dalla guerra. Ha così inizio, nel gennaio del ’45, una grande deportazione di massa in Ucraina da cui prende spunto il romanzo della Müller. La vicenda ruota intorno a Leo Auberg, il protagonista che narra la sua indescrivibile odissea prolungatasi per cinque anni, il tempo standard di reclusione nei lager sovietici. Leo, nella realtà, è Oskar Pastior, poeta e vero testimone di quell’assurdo confino, la cui morte, nel 2006, ha troncato il progetto originario di un libro a quattro mani costringendo la Müller a proseguire da sola l’impresa.
Questa scrittrice di assoluto valore, premio Nobel per la letteratura nel 2009, fa coincidere realtà, invenzione e stile. Attraverso il personaggio di finzione, torna nel delirio dei lager con la coscienza e la volontà di martellare fino allo sfinimento il senso delle parole. Non è sufficiente ricordare, descrivere, riportare. Per ritornare lucidamente nel disumano ci vuole un’intenzione vigile e capace di guardare oltre l’accaduto. 256 pagine senza respiro per 64 capitoli, alcuni di qualche riga, altri di sette pagine. Una catena di immagini potenti e lucida poesia. Con strumenti persuasivi di assoluta efficacia Herta Müller torna sul luogo del delitto, nel profondo della sua stessa storia. Sua madre, infatti, fu una di quei deportati e Herta stessa si trasferirà a Berlino Ovest nell’87, stanca di subire continui controlli e vessazioni da parte del regime
La sua tecnica stilistica coincide con una narrazione prepotente, forte, radicale, fantasiosa, reale e surreale. Un flusso apparentemente disordinato che dentro la sua struttura inconsapevole vuole costruire un senso e chiarire il vero scopo di un’opera di memoria: far rivivere senza la presunzione di avere qualcosa da insegnare. Ci sono situazioni talmente difficili da ricordare e da raccontare che la mente umana, in uno stato di normalità, non è in grado di concepire e di riassumere. Senza mai rinunciare alla poesia la Müller incalza il lettore con immagini altamente simboliche e metafore grandiose radicate nel crudo vivere, nello sporco, nel basso, nel reale che non può essere detto nella sua estrema nefandezza. Scompone i fatti con ripetitività dolce e ossessiva per ricostruirli in un nuovo ordine di significati.

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