Viva l’Italia

Giovanni Guizzardi

Tricolore su Palazzo Cesaroni, Perugia. Fotografia dell'Ufficio Stampa Consiglio regionale Umbria. CC 2.0

Il 17 marzo per strada non faceva freddo. Era festa, festa nazionale, una festa che non tutti hanno voluto e su cui si è discusso come solo in Italia si può fare. Non credo ci sia altro paese al mondo che di fronte al 150° anniversario della propria nascita si stia a chiedere se è il caso o no di festeggiare. Ma gli italiani sono capaci anche di questo.
C’era poca gente in giro quel giorno nei paraggi di casa mia, una nonna col nipotino che andava ai giardinetti, due ragazze slave che parlavano nella loro lingua, un anziano col bastone, che le guardava con insana avidità. Non c’era una gran aria di festa, qua e là qualche bandiera su un balcone, a una finestra, in qualche giardino. Mi è venuto in mente Giorgio Gaber, che non si sentiva italiano, e ho girato lo sguardo lentamente verso quei palazzi, quelle finestre, quei balconi, chiedendomi chi fossero coloro che avevano voluto esporre il tricolore. Dei fascisti? Via, solo un reduce del ’68 un po’ rincoglionito può pensare una corbelleria del genere. Oddio, non erano poi tante quelle bandiere, ma ancor meno sono ormai i nostalgici del Duce. È passato troppo tempo. Sì sì, il fascismo è entrato in parecchie famiglie italiane, nel bene o nel male. Ci sono quelle che hanno avuto il martire antifascista, se è per questo ci sono anche quelle che hanno avuto il martire fascista. La maggior parte però, siam sinceri, per fortuna non ha avuto martiri e del fascismo non gliene può fregare di meno. Dunque ci deve essere un’altra risposta. Qualche nostalgico, come no, ma anche qualcun altro, qualcuno che è preda della contingenza.
Cattolici benpensanti? Mmmmh, un altro stereotipo del rincoglionito di prima. Ai cattolici della patria non è mai importato un fico, loro hanno la città di Dio che li aspetta dopo la morte, e di questa Città terrena si servono solo come viatico per l’aldilà. I cattolici stanno a sentire quel che dice il Papa, il resto non è che non c’è, ma conta molto di meno.

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini di ritorno dalla Spagna con la Nazionale di Calcio, 12 luglio 1982. Fotografia della Presidenza della Repubblica.

Dunque quelle bandiere italiane non le hanno esposte solo i cattolici, e non solo i nostalgici del fascismo. Tertium non datur: alcune sono bandiere di sinistra. E penso a Sandro Pertini che bacia il tricolore nella parte rossa, sussurrando: “La bacio qui, dove mi piace di più.” Rosso antico. Ma il tricolore per cinquant’anni è stato lasciato in ostaggio ai fascisti, unici difensori dei valori nazionali. E così, per combattere loro, si è disprezzata lei, la Patria. Peccato, peccato che i compagni nostrani non abbiano realizzato che i loro fratelli sovietici chiamarono la guerra contro la Germania nazista “la Grande Guerra Patriottica”. Si vede che per i russi le parole “socialismo” e “patria” non erano antitetiche. Forse perché l’Unione Sovietica era la “patria” del “socialismo”? Ma via, era la Patria e basta. Invece e purtroppo, la Patria-Italia è stata negletta da socialisti, comunisti, cattolici. Mica pochi, né più né meno che l’ottanta-novanta per cento degli italiani. Chi restava, cioè monarchici e fascisti, si è trovato in eredità l’esclusiva del patriottismo. Ossissì, se queste parole le pronunciassi davanti a un resistente democratico antifascista diventerebbe rosso come un peperone e agitando l’indice vindice mi ammonirebbe che loro, i partigiani, sono stati i veri patrioti e che tutto quello che hanno fatto lo hanno fatto per l’Italia, mentre gli altri erano diventati dei servi dei nazisti. Storie vecchie, frittate rigirate, odore di muffa. Quand’ero ragazzo e vedevo sventolare delle bandiere italiane a una manifestazione non potevo sbagliarmi, erano fascisti.
Cammino per le strade deserte, è l’ora di pranzo. Vedo da lontano una signora che viene verso di me. Parla al cellulare. Non parla in italiano. Est europeo, direi russo. Gli stati maggiori della NATO temevano tanto la soglia di Gorizia, l’invasione dell’Armata Rossa coi suoi carri armati, e invece abbiamo subito senza reagire l’invasione delle badanti ucraine e delle domestiche moldave.
Hanno reagito solo i leghisti. Che pasticcio: quelle bandiere appese ai balconi hanno la stessa valenza simbolica di quelle, ormai riposte e stinte, della Pace. Sono bandiere “contro”. Non più contro la guerra, ma contro la Lega.

La partenza da Quarto, Museo del Risorgimento, Torino. Pubblico dominio.

A parte la nazionale di calcio, non c’è nulla che ci unisce. E non c’è mai stato. Quei pochi che centocinquant’anni fa vollero l’unità d’Italia mai e poi mai l’avrebbero ottenuta, fosse stato solo per loro. Ci vollero le armate di Napoleone III e un accordo internazionale anglo-francese ai fini di indebolire l’Impero Austro Ungarico per arrivare alla nascita dell’Italia. E per di più l’accordo prevedeva solo la creazione di un regno dell’Alta Italia, che non avrebbe dovuto arrivare oltre Bologna, e forse nemmeno lì. Non ho nulla contro Garibaldi, ma anche la spedizione dei Mille ebbe successo solo perché era già stato deciso in altro loco che così fosse. Non ci si può meravigliare se Mazzini fino alla morte manifestò scetticismo e malcontento per quell’Italia che era nata così male e che ancor peggio cresceva.
Quel che lo rodeva, fra l’altro, era che l’Italia non l’avevano fatta (e voluta) gli italiani. Da Firenze in giù, i fautori dell’unificazione si contavano sulle dita di una mano. A Torino si era convinti che l’Italia non fosse altro che il Regno di Sardegna divenuto più grande: quando la capitale fu spostata a Firenze, i torinesi scesero in piazza e ci furono decine di morti. In tutto il sud invece si provava un profondo fastidio per tutti quei settentrionali che arrivavano con l’aria del missionario fra i selvaggi o con quella del proconsole in una provincia appena conquistata. Il fenomeno del brigantaggio si chiama così perché fu sconfitto, sennò si chiamerebbe guerra di liberazione contro l’imperialismo piemontese. In Sicilia ancora oggi quando si parla del resto dell’Italia si dice “il continente”. In Alto Adige sono cent’anni che si domandano (in tedesco) ke kazzen c’entrano loro con l’Italia. A Venezia e a Napoli ancora oggi la lingua più usata è il dialetto. A Sondrio sognano l’unione con la Svizzera. A Mantova, secondo me, rimpiangono i Gonzaga.
Viva l’Italia.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...