Invito al Pragmatismo

Alessandro Barella

I padri fondatori del pragmatismo: Peirce, James, Dewey e Mead. Immagine di pubblico dominio.

Charles Sanders Peirce è indubbiamente una delle figure più geniali e polivalenti che la storia della filosofia ricordi nell’ultimo secolo e mezzo. Studioso di matematica, fisica, chimica, logica e filosofia, ha portato numerosi contributi a ognuna di queste scienze, e alcune delle sue tesi hanno anticipato percorsi di ricerca che rivelatisi fecondi soltanto negli ultimi anni, come l’idea di una variabilità nel tempo del valore delle costanti di natura. Nonostante non abbia mai avuto riconoscimenti accademici e abbia condotto una vita di stenti, già tra i suoi contemporanei non mancava chi lo ritenesse un genio e, a soli trentasei anni dalla sua morte, Ernest Nagel si è spinto fino a definirlo come la cosa più vicina a un Leibniz che gli Stati Uniti d’America abbiano mai prodotto, complimento che Peirce avrebbe accettato con orgoglio.
Perché interessarsi a lui oggi, a quasi un secolo dalla sua scomparsa, quando un recente articolo di Douglas R. Anderson ci invita piuttosto a presenziare alla morte del pragmatismo da lui fondato? Al di là del suo genio e del fascino che possono esercitare le sue idee, c’è bisogno di parlarne perché da lui si sarebbe potuto imparare moltissimo, e invece finora ci si è accontentati di troppo poco.
Eppure quello di Peirce è un pensiero i cui insegnamenti sono tutt’altro che morti. Proprio oggi, con l’esplosione dei mezzi di comunicazione di massa e il conseguente moltiplicarsi degli abusi che ne vengono fatti da chi riesce a ottenervi visibilità, poche cose sarebbero più utili della massima del pragmatismo.
Quella di inventare nomi nuovi e affettivamente pregnanti è diventata una pratica sempre più diffusa, ma non sempre, anzi piuttosto di rado, questi nomi corrispondono effettivamente alla cosa che vorrebbero indicare. È evidente che “vita” e “sopravvivenza” indicano concetti differenti tra loro, e che una “interruzione di un processo in corso da troppo tempo” e un “processo breve” non sono assolutamente la stessa cosa. Ma confusioni del genere, e altre ancora peggiori, sono propagandate ogni giorno, sfociando in confusioni che, se a volte appaiono comiche nell’aspetto, rischiano di essere tragiche nella sostanza.
Domandare “quali sarebbero le conseguenze pratiche di ciò?”, “se questo fosse così, in cosa cambierebbe da quest’altro?”, “le implicazioni di quest’atto sono veramente le stesse della parola che si sta usando per descriverlo?” dovrebbe essere alla base di ogni serio dibattito. Tuttavia in Italia sembra sempre prevalere l’amore per la discussione sui valori e la ricerca della parola a effetto, piuttosto che una indagine pragmatica e supportata da fatti empiricamente e intersoggettivamente confermabili, che sola permette di cogliere e rendere evidenti le differenze che pure tanta parte del pensiero filosofico ha eletto a proprio tema centrale.
Non si cerchi una giustificazione di questa distanza nel fatto che Peirce si è formato in un ambiente filosofico anglosassone mentre in Italia trionfano perlopiù forme di “filosofia continentale”. A parte il dubbio valore di un’etichetta terminologica del genere, si deve ricordare che Peirce si è formato tanto sui testi di Hume, Mill ed Emerson quanto su quelli di Tommaso d’Aquino, Leibniz, Kant e Hegel. La massima pragmatica, a ben vederla, non è che una specificazione del metodo di applicare a un determinato dominio il principio degli indiscernibili. Il senso di ogni cosa deve essere cercato nell’insieme dei suoi concepibili effetti pratici. Se due cose hanno gli stessi effetti pratici, significa che hanno lo stesso senso, e quindi in una proposizione descrittiva sibi sobstitui possunt salva veritate, quindi eadem sunt. L’insieme delle implicazioni di “criminale” e quello di “grande statista”, per esempio, non hanno punti in comune, eppure spesso è accaduto, e ancora accade e accadrà, che li si scambiasse l’uno per l’altro.

Il Chicago Philosophical Club nel 1896. Immagine di pubblico dominio.

La filosofia dovrebbe rifiutare di restare intrappolata nel diktat aristotelico che ne fa la scienza suprema al prezzo di un distacco totale dalle discipline pratiche e rendendola speculazione pura. Le origini di questa forma di sapere sono di tutt’altra schiatta. Si pensi, per esempio, alla metafisica platonica, che si poneva la funzione eminentemente pratica di formare i governanti della città ideale e renderli virtuosi. Ma il discorso può essere portato su un piano ancora più generale.
Nessun essere umano compie mai alcuna azione se non in vista del raggiungimento di un fine, esplicito o implicito, consapevole o inconscio che sia. È un portato della nostra storia evolutiva: in natura compiere sforzi privi di finalità significa disperdere energie preziose che avrebbero potuto essere impiegate meglio nella sfida per la sopravvivenza. Perché mai proprio la continua ricerca di verità filosofica, che è anch’essa un’azione e che comporta un impegno notevole al livello delle facoltà cognitive, debba fare eccezione è tutt’altro che chiaro, e sembra una forzatura.
Quando ci si imbatte, nel VI secolo a.C., nel pensiero dei filosofi presocratici, sembra che esso si ponga come una riflessione globale su tutti i suoi aspetti ritenuti più o meno conoscibili del cosmo. Logica, etica, fisica, cosmologia e gnoseologia sono fusi in groviglio inestricabile, di cui ci è difficile venire a capo, probabilmente anche a causa della scarsità dei testi. La filosofia si proponeva di spiegare tutto, trovare il fondamento, l’ἀρχή di ogni parte del reale per scoprirne la collocazione all’interno di uno schema razionale e renderlo alla portata delle menti umane. Questo continuo porsi le domande fondamentali “come?”, “perché?” e tentare di risalire alla causa, ai processi e alle relazioni nascoste che stanno dietro l’apparenza sensibile, tradisce l’umano desiderio di scoprire i meccanismi e il funzionamento di tutto ciò che lo circonda, se non nel tentativo di influenzarne l’andamento quantomeno in quello di prevederne gli esiti per prepararsi a essi e agire di conseguenza – entro i limiti permessi dalle sue conoscenze, dalle sue capacità e dai mezzi a disposizione.
Ogni ricerca della conoscenza, per quanto possa proclamare di essere disinteressata, porta in sé un germe pragmatico. “Sapere è potere” non può essere un motto relativamente recente nella storia dell’umanità, ma è la tacita considerazione che dà forma a ogni possibile ricerca di conoscenza, dalla magia alla tecnica. Persino la matematica, per quanto si interroghi su entità astratte: il matematico sa bene che le sue scoperte che oggi sembrano assolutamente inutili, in un certo futuro potrebbero essere riprese da un fisico o da un biologo e diventare un elemento fondamentale dell’architettura di una teoria.
Nel suo descrivere il mondo, la filosofia non si discosta da questo modello. Le ipotesi esplicative che fornisce nel suo indagare su cause, processi e relazioni sono tutti potenzialmente utilizzabili come guida per un’azione concreta nel mondo. Poiché l’inizio di ogni riflessione filosofica è un’osservazione della realtà, è soltanto normale che sia così. La cosa che più stupisce è che ciò accada molto raramente, soprattutto a causa de «le dispute interminabili che hanno fatto della più elevata delle scienze positive un mero divertimento per intelletti oziosi, una sorta di gioco di scacchi – piacere ozioso il suo scopo, e la lettura di un libro il suo metodo» (C.S. Peirce).
L’Italia è un paese dove “la prova dei fatti” assume un valore ogni giorno minore. La frase di Nietzsche «proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni» sembra la profezia che preannuncia questa contemporaneità: viene chiamato con il nome di verità non più ciò che corrisponde ai fatti, ma ciò che li nasconde. Quello che viene fatto passare per verità non è più un riferimento al mondo circostante, ma un film che viene mostrato, montato, tagliato, che parla in maniera superficiale e grazie alle reticenze riesce a dire la menzogna senza pronunciarla esplicitamente. Non importa se eventi non-consequenziali vengano fatti passare come legati da una necessaria relazione causale, o se a due gesti che sono l’uno il naturale complemento dell’altro venga attribuita una radicale incoerenza: c’è sempre chi crede a questa “verità” e la proclama ad alta voce con tono profetico.

Silvio Berlusconi, controllore della maggioranza dei più importanti mass media Italiani. Immagine sotto copyright della Presidenza della Repubblica.

Non è una caratteristica unica di questi tempi. Era per deridere questo tipo di persone che Socrate ingaggiava le sue battaglie dialettiche, i Pensées di Pascal sono pieni di riferimenti simili, il giudizio che Peirce pronuncia contro questo tipo di persone è estremamente aspro: «per la massa del genere umano non vi è forse miglior metodo di questo. Se il loro più alto impulso è quello di essere schiavi intellettuali, schiavi devono rimanere»; e quando Nietzsche sosteneva che solamente in pochi potevano elevarsi al rango di oltreuomini, forse aveva in mente qualcosa del genere. La storia dell’umanità ne è attraversata in lungo e in largo.
Ciò che è però in grado di conferire caratteristiche del tutto peculiari al fenomeno così com’è oggigiorno, è l’enorme incremento delle possibilità comunicative portato dalla tecnica, e l’omologazione dell’informazione fornita da questi mezzi. Persino internet, osannato da più parti come la grande rete orizzontale, il paradiso in terra dell’informazione democratica, è diverso da come lo si dipinge e nasconde non meno degli altri i propri trucchetti e inganni.
Forse oggi più che mai, c’è bisogno di un ritorno a Peirce e al suo pragmatismo. Non tanto nelle scienze e nei saperi particolari, quanto nella società di tutti i giorni.

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