Facite ammuina

Giovanni Guizzardi

Fretta. Foto di Enrica Corvino. CC 2.0

Recentemente una mia riflessione sui culti del cargo ha avuto un corollario, di cui mi sono accorto tempo fa, all’ufficio delle Poste. Stavo aspettando da troppo tempo insieme ad altre decine di utenti che venisse il mio turno e nell’attesa osservavo gli impiegati alle casse che si muovevano con studiata lentezza e con espressione intensa ed assorta, come se stessero meditando fra un bollettino e l’altro sull’ultimo teorema di Fermat. Non ho dubbi che stessero solo facendo il loro lavoro cercando di mantenere la calma mentre l’afflusso di pubblico era troppo elevato, ma in quel momento mi parvero solo degli sfaticati: avrei voluto vederli affannati, frenetici, velocissimi, protesi in uno sforzo sovrumano per diminuire i tempi biblici della mia e dell’altrui attesa. Poi però ho pensato all’espressione partenopea “fare ammuina” e con un sorriso ho ritrovato il mio equilibrio psico-fisico, attendendo con pazienza il mio turno.
Se è vero infatti che c’è un mucchio di gente che crede che assumendo atteggiamenti superficialmente simili a quelli di coloro che si vorrebbe emulare si riesca realmente ad essere come loro e ad ottenere ciò che loro ottengono (culti del cargo), così c’è un mucchio di gente che nello stesso modo ritiene di poter far credere agli altri di essere ciò che non è facendo finta di fare ciò che dovrebbe.
La distinzione non è speciosa. I culti del cargo nascono da un’ingenua concezione del mondo da parte di chi li pratica. Sono il frutto cioè di una ruspante ignoranza che scambia gli aspetti esteriori di un fenomeno per le sue cause profonde. Un praticante di questi culti ci può solo far sorridere, sempre che non si tratti di persona che occupa posti di responsabilità e che col suo comportamento può fare del danno, involontariamente.
Al contrario, uno che assume comportamenti che imitano gli aspetti esteriori di un’attività al fine di farci credere che tale attività sia da lui effettivamente svolta non è un ingenuo ignorante, ma un volgare truffatore.
Mi capita purtroppo di frequente di domandare una cosa precisa ad un mio alunno e di osservare il patetico sforzo con cui l’interrogato assume l’atteggiamento assorto e pensoso di chi sta ragionando intensamente per trovare una risposta che nessun ragionamento gli potrà mai dare. Mi spiego: posso capire che uno mediti sulle cause della crisi del ‘300, sebbene sia sufficiente aver letto il capitolo del libro di storia che ne parla per avere la risposta pronta. Faccio più fatica a immaginare a cosa mai stia pensando uno a cui ho chiesto il contenuto del Dictatus papae di Gregorio VII o la data della pace di Westfalia: o lo sai o non lo sai.
Quando lavoravo in banca, tanto tempo fa, c’era un collega per il quale nutrivo un’ammirazione sconfinata. Quando l’attività di sportello mi lasciava un attimo di tregua, tra un libretto di risparmio e un assegno fuori piazza, non potevo evitare di osservare i suoi comportamenti assolutamente geniali. Non sorrideva mai, e non stava mai fermo un momento. Se era seduto alla sua scrivania aveva sempre il telefono in mano o gli occhi piantati su una qualche pagina di un qualche fascicolo; se era in piedi aveva sempre un foglio in mano e si dirigeva con decisione da qualche parte, altrove, in cerca della soluzione del problema che solo lui poteva risolvere. Se stava facendo dei conti, la sua calcolatrice non cessava un istante di ululare e di sfornare colonne di cifre sulla strisca di carta (sto parlando di quarant’anni fa, l’elettronica era ancora in fasce). Se infine era allo sportello e doveva occuparsi di un cliente, lo osservava con serioso interesse e scuoteva il capo lievemente, per dargli conferma che capiva perfettamente ciò che stava ascoltando, poi gli chiedeva di attendere un attimo perché doveva chiedere al suo superiore e veniva da me, chiedendomi di occuparmene io perché lui doveva chiedere un cosa al direttore. In pratica, spendeva tutte le sue energie nel far finta di lavorare, ma in realtà non faceva assolutamente nulla. Come è ovvio, quando l’orario di servizio terminava lui si tratteneva sempre e faceva un paio di ore di straordinario, cogliendo due piccioni con una fava: guadagnava qualcosa di più e otteneva la stima del direttore della filiale, che era convinto che lui nutrisse una profonda dedizione per il suo lavoro.
A Napoli, come dicevo, c’è un’espressione meravigliosa per indicare questo comportamento: fare ammuina. Letteralmente significa “fare confusione”, ma in realtà assume un significato ben diverso, e cioè “far vedere che si è molto occupati”.

Bandiera del Regno delle Due Sicile (1860). Elaborazione grafica di Flanker, immagine sotto licenza CC3.0

L’espressione pare sia nata da una leggenda metropolitana di centocinquant’anni fa. Subito dopo l’unità d’Italia circolò la voce che nel regolamento della marina militare del Regno delle Due Sicilie ci fosse un articolo che recitava così:

« All’ordine Facite ammuina:
tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa
e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora;
chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta;
tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio
passann’ tutti p’o stesso pertuso;
chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à.
N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »

È un falso, ma non per questo è meno divertente. D’altra parte pare che tragga origine da un fatto storico realmente accaduto dopo la nascita del regno d’Italia. Sembra che un ufficiale napoletano fosse stato sorpreso a dormire a bordo della sua nave insieme al suo equipaggio e messo agli arresti da un ammiraglio piemontese, in quanto responsabile dell’indisciplina a bordo. Una volta scontata la pena, costui riprese il comando della sua nave e pensò bene di istruire il proprio equipaggio a “fare ammuina” per dimostrare la propria operosità.
Un esempio fulgido dell’italica ingegnosità.

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One thought on “Facite ammuina

  1. oblivius ha detto:

    senza offesa, solo per gusto dialettico: E se invece fossi tu quello che cerca di imitare l’ipotetico personaggio super-partes che riesce a giudicare/vedere le cose in maniera oggettivamente più dettagliata degli altri… mentre invece eri solo un po’ stonato dalla mancanza di caffeina e quei poveri beoti stavano solo lavorando, con calma serafica, alla loro solita fangosa routine? forse quegli alunni cercavano solo di ricordare, più che pensare ai massimi sistemi della natura, forse il tuo collega lavorava veramente mentre tu, fissando il vuoto, ti soffermavi anche su di lui, non facendo null’altro. Ripeto, senza offesa e con tutto il rispetto, critico solo per gioco.

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