Şanlıurfa

Davide Picatto

Sanliurfa, 5 giugno. Fotografia del dottor Heffler.

Ovvero Urfa: fino al 1984. Poi, dopo che nel 1973 Antep, a poco più di cento chilometri di distanza e sull’altra sponda dell’Eufrate, ricevette il titolo di Gazi (eroica), i locali invidiosi cominciarono a mormorare fino a ottenere dieci anni più tardi il nuovo nome: Şanlıurfa, “Gloriosa Urfa”.
Ci entriamo con le nostre super macchine e subito cominciamo a lottare con traffico, navigatore satellitare che non distingue una scalinata da un’autostrada, motociclisti spericolati sulle loro pettarole, pedoni scellerati e stradine strette, tortuose e maledettamente labirintiche. Alla fine ci arrendiamo e ci mettiamo alla ricerca dell’Hotel Ugur a piedi, infilandoci in un quartiere di viuzze minuscole, larghe un paio di metri, percorse da pettarole e da bambini meravigliosi e questuanti: “money, money” dicono, e “hello! hello!”. Sono rapidi, curiosi e divertiti, con occhi profondi nerissimi e a volte verdi. Alla fine ci salva una ragazza, una delle poche della religiosissima Urfa priva di velo. Non parla una parola di inglese, francese, italiano, spagnolo, cinese, bretone, polacco o islandese, ma ci fa strada nel dedalo col cellulare bollente in mano. Attraversata la città militarizzata (poliziotti pronti con gli scudi antisommossa, le elezioni sono dietro l’angolo, e il Kurdistan non è proprio Pinerolo) ci recapita a destinazione. L’albergatore e il suo pessimo inglese ci comunicano che la famiglia della ragazza ci vuole a cena da loro quella sera, ma il mio spirito occidentale, europeo, piemontese e montagnino mi fa declinare per paura di pesare eccessivamente sul bilancio famigliare. Naturalmente, dieci minuti più tardi, ce ne pentiremo tutti.

Sanliurfa, 5 giugno. Fotografia del dottor Heffler.

Şanlıurfa non sta a 100 km da Gaziantep, sta ad anni luce: religiosissima, raccoglie migliaia e migliaia di fedeli e pellegrini diretti a Golbasi, area sacra dedicata ad Abramo. Secondo la leggenda, Abramo/Ibrahim, figura chiave per ebrei, cristiani e musulmani, un giorno giunse in città e in veste di ospite maleducato distrusse le divinità pagane autoctone. Il fatto provocò le ire del sovrano, Nimrod, che lo piazzò a surriscaldarsi su una pira. Yahweh/Dio/Allah non poteva lasciare arrostire così il suo prediletto, quindi intervenne mutando le fiamme in acqua e i tizzoni in carpe senza però considerare di aver così tolto il terreno (bollente) da sotto ai piedi di Abramo che ruzzolò giù per la collina atterrando fortunatamente su un letto di rose. Oggi sul luogo sorgono un roseto, due vasche piene di grasse carpe grandi come la mia coscia e fameliche come piranha (guai a pescarle, si diventa ciechi) e una serie di moschee dove si pensa sia nato Abramo, in una grotta naturalmente. Il luogo è curato, mistico, vivo, pieno di persone e bambini e quando i muezzin chiamano alla preghiera pure un ateo straconvinto come me rischia di rivalutare la fede.

Sanliurfa, 5 giugno. Fotografia del dottor Heffler.

Ma guai a invocare Teshup, dio hurrita del cielo e della tempesta. Quando lo faccio dal fianco del colle su cui sorge la poderosa kale (cittadella) vengo punito dal dio del luogo con la tempesta perfetta. Il cielo vasto, immenso sulle colline circostanti Urfa si appesantisce, diventa nero, e scendono rapidi i lampi, fortunatamente ancora distanti. Ci rifugiamo sulla terrazza all’aperto del ristorante Çift Mağara a un passo dalla cupola della moschea e la vista meravigliosa ci svela torrenti di pioggia che spazzano come una scopa fasce di città, mentre lontano a ovest, dove il cielo rosseggia per il tramonto, nubi nere come il carbone sono sconquassate da lampi. Cinque minuti dopo la tempesta ci raggiunge e travolge la terrazza: mentre un cameriere pulisce il piatto di Valeria da quattro briciole di arbusti portate dalla brezza un ombrellone viene divelto dalla sua base del tavolo vicino rischiando di infilzare clienti e personale. Corriamo tutti a rifugiarci nella sala interna, una grotta scavata nel fianco della collina della kale, e mentre il muezzin chiama a raccolta i fedeli per la preghiera del tramonto ci sediamo a tavola sbranando un piatto dietro l’altro. Un buon çay e un narghilè dolce precedono la chiusura della serata, trascorsa a bere birre scovate in un negozio sulla terrazza dell’Ugur, più guesthouse e ostello che hotel, ma dall’atmosfera comune dannatamente internazionale: koreani e orientali sembrano farne una seconda casa, ma è sbucata anche altra teppaglia europea: olandesi per la precisione.
Di Şanlıurfa ci siamo innamorati tutti.

L’articolo è tratto, su concessione dell’autore, dal suo blog di viaggi Peregrinare turco

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