Virgin

Riccardo Magagna

John Lennon durante le registrazioni di 'Give Peace A Chance'. CC 2.5

Dicevano che somigliasse a John Lennon. Credo che fosse per via di occhialetti tondi e di quel sorriso da schiaffi, tipico di certi miopi che non vogliono sembrarlo. Tutti i giorni, all’ora della vasca, lo vedevamo sotto i portici, con lo zainetto da sherpa tibetano e la camiciona hippy di cotone fuori dai jeans. Estate e inverno, quella era la sua divisa. Si chiamava Virginio. All’inizio io e Patrizio non gli davamo troppo peso. I nostri miti erano Lillo, Grillo e Pier che aveva inventato gli Strock 84 mettendo insieme a calci in culo quattro ragazzetti come noi, finché era riuscito a farli diventare un gruppo.
Pier era ricco di famiglia perché suo padre trafficava in bare: un mercato sicuro, a saper aspettare. Così non aveva bisogno di sderenarsi a suonare in giro per le balere. Si limitava al ruolo di capitano non giocatore. Proprio come faceva l’avvocato Giulio Maria Besozzi, nostro illustre concittadino, alla guida della nazionale di bridge: il famigerato Old Team che in quegli anni infliggeva sconfitte memorabili agli inglesi e agli americani. Inutile chiedersi se Besozzi sapesse davvero giocare a bridge, o se Pier avesse mai preso in mano almeno il basso elettrico.
Che importa?
«Credetemi,» diceva lui agli Strock «non conta tanto saper suonare o cantare. Se vuoi diventare una vera rockstar devi morire giovane. E la maniera giusta di andare all’altro mondo è una di quelle cose che s’imparano da soli, mica al conservatorio. L’istinto non basta: anche per crepare ci vuole un po’ di talento, e un tot di applicazione».
Fu alla centoduesima vasca di un sabato pomeriggio di fine giugno, sempre avanti e indietro sotto i portici infuocati, che attaccammo bottone con Virginio. Era meridionale per parte di padre e, prima di scoprire la propria somiglianza con John Lennon, aveva fatto il cadetto all’Accademia Militare. Chissà quante volte io e Patrizio avevamo riso alle sue spalle, confondendolo con uno di quei soldatini di stagno in libera uscita che vedevamo passeggiare, impettiti come tacchini nelle loro divise estive.
Venivano da un altro secolo, eppure s’illudevano di rubarci le ragazze.
«Dovevate vedermi, come ero tutto fiero e orgoglioso, il giorno del Mac P 100,» diceva Virginio rollandosi una canna «mentre i veterani dell’ultimo anno di corso consegnavano la stecca a noi capelloni. Eravamo là in mezzo al prato della piazza d’Armi, tutti uguali nel nostro assetto da parata. Dalla tribuna era impossibile distinguerci l’uno dall’altro, però i miei genitori hanno pianto lo stesso. E mia sorella è svenuta per il caldo».
Da capellone a capellone, il passo è breve. A cambiare la vita a Virginio, tramutandolo in Virgin, fu un ellepì regalatogli da un parente distratto, che l’aveva scambiato per una compilation di fanfare militari. Si intitolava Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Al nostro amico non era bastata un’intera licenza per ascoltarlo e riascoltarlo, fino alla reciproca consumazione. La puntina scassata del vecchio grammofono di casa aveva rigato i solchi del disco come se ci fosse passato sopra un aratro. Che aveva rivoltato in un sol colpo le zolle di una vita troppo ordinata.
Sarà stata colpa di quel fischio ultrasonico per cani, impercettibile all’orecchio umano e tuttavia ben noto agli appassionati, che chiude l’ultimo brano del disco. Oppure ci si saranno messi di mezzo gli occhialini di John Lennon, anche lui in divisa – però da banda musicale – sulla copertina. Fatto sta che in due e due quattro Virgin aveva spezzato lo spadino e il cuore del padre, decidendo di lasciare l’Accademia e l’ultima fidanzata perbene.
«Ma lo sai» si era lasciato sfuggire con la sorella più grande, quella che studiava lingue «che le iniziali di Lucy in the Sky with Diamonds, se le leggi in verticale, viene fuori la parola LSD?».
Gli era sembrata una spiegazione più che sufficiente per cambiare vita e provocare un terremoto in famiglia.
Qualcosa del militare, però, gli restava addosso anche ora che passava le sue giornate a farsi spinelli e a leggere I vagabondi del Dharma, progettando viaggi in Oriente e un’improbabile ripresa degli studi di ingegneria, tanto per tener buona la famiglia.
«È come un prete spretato» mi disse Patrizio, un sabato mentre lo accompagnavo a prendere la corriera.

Jimi Hendrix nel 1967 a Stoccolma. Immagine di pubblico dominio.

Proprio così: Virginio aveva soltanto cambiato divisa. Non militava più per l’Ordine, ma per la Trasgressione. Si vestiva da hippy, inneggiava alla cultura dell’acido e alla chitarra pazza di Jimi Hendrix con lo stesso senso di disciplina che solo un anno prima avrebbe impiegato per rifarsi il letto in camerata o tirare bene a lucido la divisa.
Poi arrivò Morena. Era una ragazza bionda e formosa, con la pelle fine, molto bianca. Sapeva di crema Nivea e borotalco. Veniva subito voglia di toccarla.
Da brava figlia di genitori separati, Morena aveva parecchio bisogno di affetto, che per pudore camuffava, tramutandolo in un’evidente disponibilità sessuale. Le bastò dire:
«Lo sai che quegli occhialini ti donano… Sembri proprio Paul McCartney(!?!)» perché Virgin perdesse la testa. La sera stessa se l’era già imbarcata.
Per circa una settimana non lo vedemmo più sotto i portici all’ora della vasca. Quando ricomparve, aveva l’aria più fumata che mai.
«Non starai esagerando con le canne?» ci preoccupammo io e Patrizio.
«Dovete sentire come grida» flautò lui con aria trasognata, quasi non ci avesse neanche ascoltato.
«Come grida chi?» chiesi io, mentre Patrizio si batteva il dito sulla tempia per significare: quello lì è completamente picchiato in testa.
«La Morena, no? Le basta vedere il mio coso nudo per andare in estasi. Mentre facciamo l’amore geme e mugola tutto il tempo. Poi, quando stiamo per arrivare al dunque, le esce un grido lungo, come il lamento di un animale ferito. È qualcosa che ti scuote dentro, perché tiene questa nota al diapason e non la molla più finché tutti e due non abbiamo raggiunto il Nirvana».
Davanti alle nostre facce incredule per quella sparata, Virginio si offese:
«Non vi fidate della mia parola? Peggio per voi… Ve lo posso dimostrare con prove inconfutabili».
Per poi aggiungere, visto che la fantasia non gli è mai mancata:
«L’orgasmo di Morena è un portento ultrasonico, dal profondo degli oceani le balene le rispondono e cantano con lei».
Dallo scherzo finimmo al litigio. Ci lasciammo a male parole, come se quel sottile strato di crema Nivea che dava alla Morena il colore del latte appena munto fosse stato sufficiente per scavare fra di noi un diaframma incolmabile.
Forse non avremmo dovuto prenderlo in giro per questa fissazione; ma in fondo eravamo convinti che scherzasse. Invece faceva sul serio, simile a quei cacciatori ai quali non interessa tanto la preda viva, quanto la sua pelle da esporre in salotto per sbalordire gli amici, pretesto per narrare mirabolanti e spesso false avventure.
La volta che Morena si è accorta del ronzio silenzioso sotto il letto era accaduto l’irreparabile. Di Virginio non ha più voluto saperne. Da allora lui si era messo a vagabondare per strada con quella scatoletta nera che portava inciso su nastro il canto segreto delle sirene.
La proverbiale somiglianza con John Lennon, accentuata dagli occhialini tondi, aveva assunto in lui qualcosa di blasfemo. Perché qualsiasi mito si sporca e si degrada, se lo trascini troppo a lungo per le strade della nostra città. Il cadetto mancato era adesso il nostro rimprovero vivente: un John Lennon fallito. Ossia qualcosa di imperdonabile per chi, come noi, non ha mai avuto un sogno di grandezza che quello di identificarsi fisicamente con qualcun altro – diciamo un personaggio di successo – non potendo neppure immaginare di uguagliarne le doti o la popolarità. Virginio aveva coltivato la propria somiglianza con John Lennon proprio come noi perseguivamo sulla tastiera della chitarra l’imitazione di Clapton e Hendrix.
Eravamo all’affannoso quanto inutile inseguimento dello stile altrui: nel suonare e nel vestire, nel sognare e nel gestire. Non siamo mai riusciti a perdonare a Virgin di averci smascherato.
Nel suo personale fallimento, senza mai arrivare a dircelo, vedevamo già rispecchiato il nostro.
Fu solo l’autunno successivo che rivedemmo Virginio sotto i portici. Per vie traverse avevamo saputo che la sua storia con Morena era finita male.
Stentammo a riconoscerlo tanto era magro. Aveva gli occhi di uno con la febbre. La sua divisa da hippy cominciava a puzzare. Ci riconobbe da lontano e fece un cenno accompagnato da un magro sorriso. Gli andammo vicino con l’aria impacciata, come se fosse un mendicante pronto a chiederci l’elemosina. Sembrò infatti allungare la mano nel gesto della questua. Invece reggeva un registratore.
«Ecco la prova…» disse semplicemente. E schiacciò il tasto. Così, proprio lì in mezzo ai vivai degli sbandati come noi, che si facevano delle inutili vasche nell’attesa di cominciare a vivere, ascoltammo lo strepitoso canto della Morena perduta, nel suo inesorabile crescendo wagneriano fino alla lancinante nota conclusiva. Era un suono sbalorditivo, tenuto a lungo, come il lamento di una sirena in agonia. Chissà perché, ripensai a Sgt. Pepper e al suo finale ultrasonico, non fatto per orecchie umane.
Dell’uccisione di John Lennon venni a sapere un giorno che ero in città. Pranzavo alla Colombina e a un certo punto la radio si è messa a trasmettere Imagine. Poi lo speaker ha cominciato a parlare di Lennon usando i verbi al passato. Allora ho capito e di colpo mi è piombata dentro una grande tristezza. Come se quella morte riguardasse un po’ anche le nostre vite.
Di Virginio mi hanno detto che è diventato ingegnere e ha fatto i soldi. Insomma, ha indossato un’altra divisa. Spero per lui che sia quella buona. Adesso ha i capelli corti e non porta più gli occhialini alla John Lennon. A differenza del killer mitomane, lui non ha avuto bisogno di prendere a revolverate il suo idolo. Gli è bastato ucciderlo simbolicamente.
Ma forse le cose sono andate diversamente. Virgin è stato il primo a morire. E il suo sosia John Lennon si è limitato a sopravvivergli, inconsapevole, per qualche anno. Il vero Virginio è crepato quella volta là, quando, per orgoglio malsano e folle insicurezza ha messo il registratore sotto il letto mentre faceva l’amore con Morena. Ai rischi e alle passioni della vita vera, ha preferito il richiamo sirenico di ciò che la riproduce.
Sì: per me Virginio è caduto giù come un pilota d’aeroplano, dopo aver raggiunto altezze e udito suoni che non credeva possibili. E quel registratore che ci aveva teso con mano questuante è la scatola nera dove è custodito, per sempre, il segreto che l’ha schiantato.

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