Solitudine

Valeria Ferrero

Le disillusioni sono stanze aperte in cui sensazioni mute trovano voce quando gliela concediamo.
A seguito di un incontro in cui l’inconciliabile era emerso come non mai, Alice sentì un’ondata di gelo allo stomaco e poi uno stato incomunicabile. La punta di dolore che il suo interlocutore le aveva trasmesso, divenne il pretesto per mettersi al buio e in silenzio. Era venuto il momento di ascoltare ciò che, anche per lei, era diventato impossibile da arginare.
Dopo un lungo cammino, attraversando smarrimento, deserto e allucinazioni, la sottrazione si era messa ad operare tra alcuni suoi pensieri, che si stavano incenerendo. Accolse la tristezza di quel fumo, pur tentando, in un primo momento, di resisterle.
Tuttavia, anche se qualcosa esce di scena, qualcos’altro permane ineliminabile. Decise, allora, di curare quelle erbe essenziali per mantenersi in vita, le sue radici.
Cominciò a fare di nuovo qualche passo. Si trovò davanti ad un fiume in piena, dove profondità e superficie si toccano e si spostano l’una con l’altra, attraversate da correnti di dolore, piacere e desiderio. Per attraversarlo si sarebbe separata dai suoi più grandi lacci, e avrebbe potuto sperimentarsi libera e in relazione. Dalle esperienze precedenti sapeva che non poteva bastarsi da sola e ora aveva una chance, scegliere di nuotare. Aveva come traccia parole scritte sull’aria e, se chi le era stato vicino fino a quel momento non poteva accoglierla, avrebbe proseguito sola.
Stava cambiando forma, stava rinunciando a vivere il volere degli altri. Era un lento rilancio dell’originalità. Aveva pensato che fossero delle cose o delle persone il cuore del suo desiderare; delegando così ragioni e pulsioni, rinunciando a coltivare il suo sentire.
I suoi piedi, ora, toccavano l’acqua del fiume. Ripensava all’amore, quella forza di dire, senza la paura di essere lasciata sola perché non si è uguale all’altro. Adiacenza senza simbiosi. Sentiva amarezza per aver perso il senso del corpo e della curiosità in relazioni che, invece, si trascinavano stanche.
La complessità di noi umani è data dalla nostra spregiudicatezza, tanto bella quanto difficile da sostenere, se si hanno tendenze mimetiche. A richiamarla in gioco, erano stati i suoi sintomatici tentativi di morte che la mettevano in allarme e la riportavano a domandarsi se si stavano compiendo i suoi sogni. Non credeva nel destino, ma nella battaglia, e quindi non poteva sottrarsi ad incontrare ciò che la ostacolava. Scopriva che la sua impresa di vita consisteva nel dare fiato, ciascun giorno, a ciò che in lei tendeva a raggrinzirsi, non permettendole di incontrare il mondo. La solidità stava nell’assecondare il mondo desiderando ciò che si vuole. Un piede dopo l’altro, eccola pronta al tuffo.

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