L’estetica della seduzione: non c’è solo Don Giovanni

Alessandro Barella

Andrade interpreta Don Giovanni. Immagine di pubblico dominio

Ogni villa, ogni borgo, ogni paese
è testimon di sue donnesche imprese.
Madamina, il catalogo è questo
delle belle che amò il padron mio;
un catalogo egli è che ho fatt’io:
osservate, leggete con me.
In Italia seicento e quaranta,
in Lamagna duecento e trentuna,
cento in Francia, in Turchia novantuna,
ma in Ispagna son già mille e tre.

Quando si pensa all’arte della seduzione, il pensiero non può fare a meno di correre all’immagine di Quando si pensa all’arte della seduzione, il pensiero non può fare a meno di correre all’immagine di Don Giovanni. Reso celeberrimo dall’opera di Mozart su libretto di Da Ponte, il suo nome è addirittura entrato nel linguaggio ordinario come sinonimo di grande conquistatore, di uno che ci sa fare con le donne.
Per lodarlo, deprecarlo, ammirarlo, analizzarlo sono stati versati fiumi di inchiostro, e anche a ragione. Tra tutti gli “io sperimentali” che ci sono stati tramandati dalla storia dell’arte, Don Giovanni è uno di quelli che esprime nella maniera più esplicita possibile le complesse possibilità esistenziali di cui è portatore.
Tuttavia, da tali enormi fama e importanza, segue un errore assai comune: quello di considerare Don Giovanni come il solo e supremo modello di ogni forma di seduttore.
Se guardiamo alla questione da un punto di vista meramente quantitativo, era senza dubbio il migliore; ma non è questo l’unico modo in cui si può declinare la ricerca di un piacere infinito. Se tutte le 2.065 donne del catalogo sono cadute ai suoi piedi con la stessa rapidità con cui ha capitolato Zerlina – e non c’è motivo di dubitarne seriamente – l’intensità di tutte quelle relazioni dev’essere stata estremamente superficiale. Uno o due giorni con ogni donna e poi via, verso la preda successiva, senza più pensare a quello che è accaduto il giorno prima né mai pensare a quello che accadrà il giorno dopo.
Una moltiplicazione talmente smisurata di esperienze praticamente identiche fa sì che tutte perdano valore alla stessa maniera, anche quelle in cui si sono magari investite più energie. Nessuna è un momento di quelli che danno senso all’esistenza, l’insoddisfazione del vuoto interiore è permanente, e si colma soltanto nell’attimo presente, nell’azione in sé, non in un progetto o in un ricordo.
Restando all’interno dell’arte della seduzione, altri personaggi ci mostrano strade diverse per cercare di raggiungere la pienezza dell’infinito. Si prenda per esempio il Giovanni protagonista del Diario del seduttore di Kierkegaard. A lui non interessa la fretta, non agisce per accumulare un trofeo sopra l’altro. In un certo senso, Giovanni il seduttore agisce per avvicinarsi a Dio.
Una ragazza non è per lui soltanto un bel visino attaccato a un corpo niente male, ma materia informe che si sente in diritto di plasmare per trarne fuori una donna che corrisponda in tutto e per tutto al suo canone estetico, facendo sviluppare in lei una nuova personalità e un nuovo modo di vedere e vivere il mondo.
Giovanni è agli antipodi esatti del suo omonimo messo in musica da Mozart. La sua preoccupazione non è la ricerca di un coito appresso all’altro, ma la costruzione di un’esistenza che, per quanto temporanea, assomigli a una vera e propria opera d’arte; non la realtà di tutti i giorni, ma la realtà come vorremmo che fosse. Egli vi profonde tutte le sue energie e lavora lentamente, con calma, assaporando il gusto di ogni singolo passo che lo porterà verso la conclusione finale. Sì, anche la sua storia con Cordelia dovrà avere una fine. Ogni artista deve mettere la parola fine al proprio lavoro quando l’opera ha raggiunto la sua forma perfetta. Non si può andare oltre, non c’è più niente da ricercare e produrre in quella direzione. È il momento di dedicarsi qualcos’altro.
Non c’è superficialità in questo passaggio da una donna all’altra. Giovanni vive per far sì che le sue esperienze abbiano sempre il massimo dell’intensità e siano degne di essere ricordate. Mette in moto gli eventi che dovrebbero condurre all’effetto sperato e poi si getta all’interno del suo esperimento, per farne parte, per farselo “accadere addosso”.
Per il Martin del racconto La mela d’oro dell’eterno desiderio di Kundera la questione è ancora diversa. Per lui la seduzione è un gioco in cui non è nemmeno importante arrivare fino in fondo; basta cercare di vincere almeno una delle fasi in cui lo si può dividere. Il resto non conta, è solo un accessorio.
Laddove uno dei due Giovanni sarebbe incapace di chinare il capo davanti a un rifiuto e si sarebbe gettato con ancora più ardore nell’impresa, Martin si limita ad alzare le spalle e discutere pacatamente col suo amico di quali possono essere stati i motivi dell’insuccesso. È un gioco, niente di più, a volte si vince a volte no e dalla mancata vittoria (che non è mai una vera sconfitta) si possono sempre trarre delle lezioni per il futuro; poi si passa alla prossima partita, senza superficialità, perché il gioco è sempre una cosa seria, ma con leggerezza quasi invidiabile.

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