La vita è un gioco

Alessandro Barella

Bambina che gioca con le bolle di sapone.
Immagine sotto licenza CC2.0

Se dovessimo immaginare un personaggio a cui attribuire l’esclamazione “La vita è un gioco!”, quasi tutti ci figureremmo subito una specie di dandy moderno, un giocatore d’azzardo, uno per cui hanno valore soltanto le sue libertà e che non prende null’altro sul serio.
Istintivamente ci sembra una risposta verosimile. L’immagine più forte che abbiamo del giocare, infatti, è quella che ci si è formata negli anni spensierati dell’infanzia, quando il gioco era la parte più grande della nostra esistenza: un’attività non-seria, un momento di libertà ed evasione dagli impegni del mondo reale.

C’è un dettaglio, però, che da piccoli non eravamo in grado di cogliere e che anche da grandi spesso sorvoliamo: il gioco è sì un’attività libera, in cui si può decidere in autonomia quali azioni compiere per raggiungere un certo scopo (solitamente chiamato “vittoria”, ma questo non vale per tutti i casi), però sempre e soltanto all’interno di un sistema di regole definite e codificate che stabiliscono che cosa è possibile e come.
Questi sistemi possono essere semplici o complessi a piacere: c’è una gamma infinita di variazioni tra la singola regola del “gioco di finzione”, tanto studiato dagli psicologi dell’età evolutiva (questo x è un y), e i regolamenti di certi wargames strategici o giochi di ruolo, che contano manuali da decine e decine di pagine.
Nella vita le cose non stanno in maniera molto diversa. Le uniche differenze davvero rilevanti stanno nel numero sterminato delle regole del gioco e nel fatto che non tutte sono immediatamente evidenti; capita spesso che servano intelligenza e un pizzico di intuizione per scoprirne una. Per “regole del gioco”, infatti, non dobbiamo pensare alle leggi dello Stato in cui ci troviamo o al regolamento dell’associazione di cui facciamo parte, come ci verrebbe spontaneo fare.
In generale, cos’è una regola? Ciò che stabilisce le conseguenze di un’azione: se faccio A, succede (o è probabile che succeda) B.
La vita di ognuno è piena di regole non scritte. Alcune possono avere valore generale, altre le incontriamo soltanto in un numero limitato di casi, spesso uno solo. Per quanto certe situazioni possano assomigliarsi tra loro, ogni evento nella vita è unico e irripetibile, determinato e composto da un’alchimia di fattori che non potrà mai ripetersi in maniera del tutto identica. Non è come in quei giochi da tavolo in cui può capitare un “torna indietro di cinque caselle”. Quando si lanciano i dadi, quando si fa una mossa, si può soltanto andare avanti.
Paragonare veramente la vita a un gioco non è menefreghismo, è assumersi l’impegno di pensare alle conseguenze dei propri gesti, valutarne i pro e i contro e cercare di costruire un insieme di mosse il più possibile adeguato al raggiungimento di un certo scopo. A volte si potrebbe scoprire che tra le conseguenze delle mosse che si sono programmate, ce ne sono alcune che proprio non si vorrebbe che si verificassero; allora bisogna cercare mosse alternative, pianificarne di nuove per neutralizzare l’effetto collaterale, o sacrificare a malincuore la regina pur di tentare lo scacco matto.

Bambini che giocano a scacchi per le strade di Santiago di Cuba. Immagine sotto licenza CC3.0

L’analogia con gli scacchi può sembrare sensata, ma è ovviamente un errore. Nella vita non ci si trova mai nella condizione di avere sotto controllo tutte le possibili mosse e contromosse grazie a un ragionamento logico. Nella vita c’è un elemento di imponderabilità che può essere assimilato soltanto al lancio dei dadi: che sia quello comandato dalla casella su cui ci si trova, l’insieme degli innumerevoli fattori, persone, situazioni e cose, che non si potevano prevedere né tenere sotto controllo; o quello che si fa da sé, quando si decide di mettersi in gioco e vedere cosa accadrà.
Spesso questo secondo tipo di lancio necessario. A volte quella pedina che siamo avanza da una casella all’altra senza intoppi, ma possono sempre capitare momenti di stagnazione, in cui non si riesce a escogitare alcuna mossa sensata. Allora forse è meglio affidarsi al caso, far ripartire il gioco e cercare di reagire in maniera appropriata ai nuovi ostacoli e alle nuove sfide che si incontreranno, piuttosto che sperare in qualche effetto casuale prodotto dall’arrivo di un nuovo giocatore sulla nostra stessa casella. Non si può raggiungere nessuno scopo se si rimane immobili, se ci si rifiuta di giocare.
La vita non è un gioco soltanto per il dandy che ci siamo immaginati all’inizio; lo è per tutti. Un gioco più o meno serio, che si può affrontare in tanti modi diversi, proprio come quelli che chiamiamo giochi più comunemente: c’è chi è convinto di vincere sempre ed è lassista, chi si impegna a studiare ogni sorta di strategia per vincere, chi dà tutta la colpa alla sfortuna coi dadi, chi gioca solo per divertirsi e chi solo per vincere, e così via.

2 thoughts on “La vita è un gioco

  1. Che bell’intervento!
    Mi trovi d’accordissimo… e la cosa bella di alcune mosse è che talvolta i loro effetti ti sorprendono, o arrivano anche molto tempo dopo (come dice Steve Jobs: “Possiamo unire i puntini solo guardando all’indietro”).
    In ogni caso, credo che in ogni possibile mossa ci sia un duplice germe che può portare ad un risultato negativo o positivo (a volte entrambi… a me è capitato).
    Così, credo che la cosa migliore sia muovere la propria pedina al meglio che possiamo per noi stessi e per gli altri, e tentare di vivere i risultati dal miglior punto di vista possibile.

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