Cappadocia

Davide Picatto

Cammini delle fate, vallata di Göreme. Immagine sotto GNU Free Documentation License

In qualche momento della mia vita liceale ricordo di aver tradotto una versione dal latino su qualche legione romana in quel di Cappadocia. Ricordo anche di aver pensato: “e dove sta?”. Grosso modo in centro all´Anatolia, ma a distanza siderale da Urfa. Il primo impatto con Göreme é viziato dalla bellezza dei camini delle fate e da un mondo geologico mai visto prima. Il secondo impatto é un frontale con un gioiellino turistico a misura di occidentale: illuminazione notturna che esalta gli scherzi erosivi-vulcanici, bancherelle di paccottiglia souveniristica, ristorantini, uffici per escursioni guidate e quad in affitto. I prezzi raddoppiano quelli orientali (un letto in tripla con bagno 15 euro) mentre la vita della gente del luogo sembra essere annodata alla presenza dei visitatori: al contrario dell´oriente, dove l´ınglese lo parlavano solo una donna di Harran, il nostro albergatore di Urfa e un bambino a cui abbiamo dato un passaggio che sapeva contare fino a venti, qui c´é anche chi parla fluentemente l´italiano. L´uomo in questione é un venditore di tappeti di Uçhisar. Ci invita a prendere un vero caffé italiano nel suo negozio di lusso e, dopo aver ammirato la Cappadocia al tramonto dalla rocca del villaggio, passiamo a trovarlo tramutando la bevanda nostrana in un çay. Per lavoro viaggia spesso in Italia e da qualche parte a Torino ha un cugino che fa lo stesso mestiere, a quanto pare il terminale sabaudo dei tappeti della zona. Ci mostra la collezione spiegandoci vita morte e miracoli del kilim, quindi lo salutiamo andandocene a mani vuote: prezzi non accessibili ai comuni mortali.

La rocca di Uçhisar. Immagine di pubblico dominio

Trascorriamo tre notti e due giorni a Göreme, passeggiando in superbe valli con pinnacoli dalle sfumature rosa, gialle, rosse, marrone e grigie, piccionaie (ottime fabbriche di guano, fertilizzante il cui possesso un tempo era indice di successo), abitazioni e chiese di un millennio scavate nel tufo dai cristiani ortodossi, alcune con tracce di dipinti parietali. Nulla in confronto con quelli del museo all´aperto di Göreme, dove le chiese rupestri fresche e isolate dall´intensa luce solare simili alle case dei puffi hanno impianti decorativi sbalorditivi. Vita dura per i cristiani di un tempo da queste parti: le continue invasioni e razzie arabe li spinsero a scavarsi rifugi sotterranei. Un centinaio di citta` furono scavate negli inferi, alcune con otto livelli nel sottosuolo che andavano a rispecchiare l´organizzazione sociale della vita sotto al sole: i ricchi ai piani alti e i poveri dalle parti dell´inferno. Angusti cunicoli, appartamenti minimali, stalle, cucine, pozzi, condotti d`aria e magazzini arrivavano a ospitare tre-diecimila persone disposte a cacciare la testa in un buco per salvare la pelle.
Fuoriusciti all´aria la sorpresa arriva on the road e fuori dai circuiti turistici massificati: attraversiamo villaggi abbandonati scavati nei camini delle fate, terre in cui sopravvive una vocazione agricola e Mustafapaşa, un tranquillo paesino con edifici in stile greco-ortodosso.

L’articolo è tratto, su concessione dell’autore, dal suo blog di viaggi Peregrinare turco

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