Qualche considerazione su Roma e dintorni

Fulvio Ferrario

L'esproprio della piazza. Roma, 15 ottobre. Foto di nimzilvio, CC 2.0.

Primo: la violenza. Sono d’accordo con chi dice che alcuni dei gruppi che hanno dato vita agli scontri di P.za San Giovanni e dintorni sono, oggettivamente, funzionali al tentativo di criminalizzazione di ogni espressione di protesta sociale, di indignazione, di contestazione dei poteri forti, di rivendicazione dei diritti sociali, lavorativi, di democrazia. Il problema non è criminalizzare alcuni settori dei “centri sociali” o l’area degli anarco-insurrezionalisti, ma è quello, assai più complesso, di essere consapevoli che, nell’attuale fase della vita di questo paese, segnata dal degrado che abbiamo sotto gli occhi in tutti i settori, esistono componenti, non così minoritarie come si vuole far credere, che non credono nella possibilità di un cambiamento radicale che passi anche attraverso i rapporti con le forze politiche organizzate della sinistra, col sindacato, con il livello istituzionale, ma si affidano alla pura testimonianza del disagio sociale e praticano lo scontro con il potere come atto liberatorio e di rivendicazione della propria alterità al sistema di governo della società e di rappresentanza esistente. È un fenomeno fisiologico, che è sempre esistito, e che oggi rischia di ampliarsi perché si sta saldando con i gruppi del tifo organizzato, con i giovani senza speranza dei quartieri degradati delle nostre città, con le associazioni di disoccupati cronici di alcune zone del Sud. Può crescere un fenomeno simile a quello che ha sconvolto le banlieus delle città francesi o i quartieri a forte presenza di immigrati come a Londra. Pensare che vi siano segnali di un ritorno a una stagione morta e sepolta, come quella del terrorismo, non è solo sbagliato ma è strumentale per soffocare qualunque manifestazione di dissenso. Da questo punto di vista, le dichiarazioni forcaiole di Di Pietro, che liberano il questurino che da sempre vive in lui, la dicono lunga sulla capacità di lettura della società e dei suoi fenomeni che caratterizza la nostra opposizione. Non è utile nascondersi dietro a un dito: al di là delle dichiarazioni ufficiali, peraltro piuttosto deboli, anche nel PD esistono consistenti settori che ammiccano a un giro di vite in nome della libertà di manifestare pacificamente, naturalmente in modo funzionale agli interessi del PD stesso. Il fatto che non si assuma una posizione forte nei confronti del divieto di manifestare in corteo comunicato alla FIOM o che si metta in guardia il mondo intero rispetto alla manifestazione NoTav di sabato prossimo la dice lunga su quali siano i veri scopi di queste manovre.

Roma, 15 ottobre 2011. Foto di diri.gibile, CC 2.0.

Bisogna a tutti i costi soffocare le posizioni di dissenso radicale e riportare il movimento di protesta in un ambito sufficientemente manovrabile: il PD per riuscire finalmente a far cadere Berlusconi, non essendo stato capace in tutti questi anni di sviluppare un progetto credibile di alternativa (cosa che succede a tutti coloro i quali accettano il quadro di compatibilità imposto dalle grandi concentrazioni economico-finanziarie), Di Pietro per raccattare un po’ di voti nell’area del dissenso mostrando una sua peculiare prossimità alle ragioni degli indignati (lo scivolone sulla Legge Reale non lo aiuterà molto), Vendola per raccattare sufficienti truppe in vista di possibili primarie di coalizione.
Ma davvero pensiamo che un Governo Bersani-Vendola-Di Pietro, magari con l’aggiunta di Casini, possa svincolarsi dai diktat di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, BCE e grandi concentrazioni economico-finanziarie? Qualcuno crede seriamente che questi personaggi siano in grado di stipulare un accordo programmatico che vada in quella direzione? Ma per favore…
In questo quadro, credo che la riflessione sulla violenza di piazza assuma altre connotazioni. Sono certo che le tensioni sociali fortissime che, in questi mesi, aumenteranno esponenzialmente, si esprimeranno anche in modo assolutamente maleducato e i protagonisti non saranno il black bloc o i piccoli delinquenti delle periferie. Guardate la Grecia: qualche giorno fa scrivevo, di fronte alla constatazione che la manifestazione di sabato ad Atene era filata via liscia, che era in programma, per oggi, un nuovo sciopero generale e, come nelle altre occasioni, ci sarebbe stato un confronto duro con le forze dell’ordine davanti ai luoghi del potere. In questo momento mentre scrivo, ci sono scontri furiosi davanti al Parlamento tra un pezzo certo non minoritario del corteo e la polizia in assetto di guerra. La restante parte del corteo non mostra certo dissenso o indignazione per quanto sta succedendo.
Si dia pace quella parte di indignati italiani che, in queste ore, sta mettendo in rete le foto dei ragazzi che hanno partecipato agli scontri di sabato: non esorcizzeranno certo il problema della violenza facendo mettere in galera quattro ragazzotti imbecilli.
Quando Maroni dice che ci sarà un Autunno caldo, non fa certo riferimento ai ragazzotti di Roma ma a tutte le manifestazioni di protesta e dissenso che coinvolgono strati sempre maggiori della società.

V. Roma, 15 ottobre 2011. Foto di Belluno più, CC 2.0.

Vogliamo davvero ridurre i problemi della FIAT, di Italcantieri, della Valle di Susa e delle migliaia di realtà italiane caratterizzate da licenziamenti, crisi, caduta nella miseria, disoccupazione cronica, precariato con caratteristiche talvolta peggiori dello schiavismo a un problema di ordine pubblico? Vogliamo davvero far passare un provvedimento che permetta di manifestare solo a coloro i quali sono in grado di assicurare finanziariamente i cortei per ripagare eventuali danni? C’è da ridere, o da piangere: chi ha provocato danni incalcolabili, epocali e ciclici all’economia mondiale, nel peggiore dei casi è stato liquidato con milioni di dollari/euro di buonuscita. Ma di che cosa stiamo parlando?
È in atto un tentativo di soffocare qualunque manifestazione di dissenso spontaneo, non organizzato dai grandi partiti o dalle centrali sindacali. Addio cortei autoconvocati attraverso il web, che, pure, gli indignati venerano come una religione, addio alla possibilità dei mille comitati spontanei di far sentire la loro voce. Un famoso giurista democratico, sicuramente non un estremista, diceva al TG3 che si tenta di ritornare al 1880, quando in Italia votava, cioè aveva la possibilità di esprimersi, il 2% della popolazione.
In conclusione, oggi il problema è di allargare il più possibile il movimento, almeno a livello europeo, e di costringere l’opposizione ad assumerne le parole d’ordine come elementi qualificanti del suo programma. È improbabile che ciò possa avvenire senza un profondo rinnovamento dei gruppi dirigenti e senza una validazione davvero democratica della rappresentanza istituzionale e non.
Se, cari indignati, pensate che lo sbocco istituzionale possa essere quello di primarie che acclamino un nuovo capo (mi dicono Vendola, il “narratore”, l’uomo dei sogni) siete davvero fuori di testa: un meccanismo plebiscitario, davvero poco democratico nella sostanza, non porta proprio da nessuna parte.
Rassegnatevi, non c’è altra strada se non quella della paziente e continua costruzione di un vasto movimento di massa accettandone contraddizioni, difficoltà e aspetti che possono non piacere a tutti.

Sulla manifestazione degli indignati a Roma del 15 ottobre leggi anche Strategie di piazza.

3 thoughts on “Qualche considerazione su Roma e dintorni

  1. dicksick ha detto:

    Un’analisi molto interessante. La manifestazione è stata molto complessa, ma non credo che la violenza in questo caso sia un atto gratuito, quanto la denuncia di un’assenza di movimento politico che abbia a cuore i reali problemi del Paese. Quando la voce non basta, segue l’esagerazione, l’estremismo. E alle bocche, da molto tempo a questa parte, hanno messo tantissimi bavagli. Con questo non giustifico le cause che hanno scatenato il terrore sabato a Roma,soprattutto ai residenti di San Giovanni, via Merulana e via Cavour, ma certe analisi, che nelle tv non si fanno per facili moralismi, devono andare fatte.

  2. Un’analisi molto interessante. La manifestazione è stata molto complessa, ma non credo che la violenza in questo caso sia un atto gratuito, quanto la denuncia di un’assenza di movimento politico che abbia a cuore i reali problemi del Paese. Quando la voce non basta, segue l’esagerazione, l’estremismo. E alle bocche, da molto tempo a questa parte, hanno messo tantissimi bavagli. Con questo non giustifico le cause che hanno scatenato il terrore sabato a Roma,soprattutto ai residenti di San Giovanni, via Merulana e via Cavour, ma certe analisi, che nelle tv non si fanno per facili moralismi, devono andare fatte.
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