I sette nani operai

Alberto Valente

FIUMANA - performance di POP Rete Dinamica (settembre 2011). Foto di Nino Baiano, tutti i diritti riservati.

In un tempo lontano da questo tempo, ma non troppo lontano da non crederci, le fabbriche di automobili erano diventate più grandi di città e regioni. Erano sistemi intricati dove piccoli uomini dovevano servire e azionare e lucidare imponenti macchinari neri e oleosi. Mostruosi macchinari che sbuffavano più di cento pensionati in una stanza, cigolavano più del letto di una pensione a una stella, rumoreggiavano più di un branco di scapoli dopo una cena a pasta e fagioli.
Queste fabbriche erano foreste d’alto fusto, scure e aggrovigliate, con bracci meccanici al posto dei rami, cavi al posto dei rovi, sirene invece di gufi, corvi e civette. Era tutto un sollevare, armeggiare, risuonare, colpire, sbattere, ululare, quasi che il sistema delle macchine fosse diventato negli anni un’entità viva, scura, minacciosa, per niente benevola.
Gli uomini, i piccoli uomini perché così apparivano dinanzi alle mostruose fattezze di ingranaggi, mandrini e robot, erano delle piccole e silenziose comparse che sbucavano indaffarate, guardinghe e stanche da qualche angolo arrugginito per infilarsi veloci in un altro buco dove assemblare, battere, avvitare. Era, questo mondo, una realtà con regole proprie, se mai si può parlare di regole giacché, se non giravi con qualcuno di esperto e fidato, poteva capitarti ogni sorta di guaio. Un braccio meccanico poteva afferrarti all’improvviso e assemblarti d’amblé con una scocca o una portiera; minacciosi capisquadra che ti cogliessero a girovagare potevano trattenerti per tempi kafkiani in una delle loro celle o ancora farti espellere in malo modo o, peggio ancora, bollarti a vita con una procedura di mancata produttività.
In questo mondo disumano, gli uomini erano corpi al servizio delle macchine. Non si sentiva mai la loro voce, per paura o perché coperta dal frastuono dei mostri metallici; se una voce si sentiva era lo sbraitare dei capisquadra che, come mastini, abbaiavano ai lavoratori insulti e minacce di licenziamento per piccoli ritardi o imperfezioni. All’interno della fabbrica si formavano e vivevano comunità, piccoli villaggi, assembramenti umani che nel corso dei tempi ne erano diventati diventandone parte essenziale e permanente. Avevano nomi primitivi che sembravano provenire da culture protogermaniche o eurasiatiche: i Cissel, gli Uilli, i Fiomms. Lontano da queste tribù v’era l’abitazione di sette di loro, i nani operai conosciuti da tutti per la loro instancabile operosità e allegria. I loro nomi erano Sbattilo, Svitolo, Cingolo, Escilo, Scazzolo, Mettilo e Trainolo.

FIUMANA - performance di POP Rete Dinamica (settembre 2011). Foto di Nino Baiano, tutti i diritti riservati.

Da un po’ di tempo nella loro casa mancava la gioia e l’armonia. La splendida Biancaneve non la si vedeva più alla macchina del caffè o al ristoro dietro alle presse. Si mormorava che fosse preda di un incantesimo e girasse tutta nuda alla ricerca della mitica polverina che ti sbatte sottosopra o, ancor peggio, che fosse diventata l’amante del capo, il grande Agnello, al quale non dispiaceva né la carne né la polverina.
Tutte queste, chiaramente, erano solo dicerie poiché ciascuno dei sette nani era pronto a giurare sulla verginità e purezza di Biancaneve, anche perché da un po’ di tempo il grande capo non parlava né si vedeva più. A quanto pare, s’era ritirato dai comandi o forse era morto e non lo si poteva dire per paura di rivolte e disordini. Al suo posto si vedeva di frequente un suo occhialuto sottoposto, impallinato con le questioni di casato. Per questo molti lo chiamavano il Re Marchio o meglio Marchiorre. Tale triste figuro era noto ai più per le sue mirabolanti trovate per aumentare il ritmo lavorativo e ingraziarsi così e forse sostituirsi, una volta per tutte, al grande Agnello e alla sua genie. In particolare, al ritorno dai suoi viaggi – sempre e non si sa perché verso est, ma forse si sa e non si dice – introduceva modi e tempi di quelle culture infarcite di sottomissione e devozione.
Di recente, forse affascinato da qualche orientale specializzata in massaggi o altro che tacciamo, il buon Marchiorre s’era intestardito a voler far indossare a tutti le tipiche scarpine cinesi per camminare col loro tipico passo svelto. Inoltre aveva istituito dei corsi obbligatori di lingua mandarina perché, pensava, pronunciare le parole con la elle al posto della erre faceva sorridere il volto e accettare meglio le condizioni subumane del lavoro. Per farla breve, tra queste tristi novità e la mancanza di Biancaneve, il clima nella casa dei nani diventava ogni giorno più grigio e non c’era mito o musa che potesse cambiare l’umore o prendere il suo posto. Se a questo aggiungiamo i risolini e le occhiate che li accompagnavano da dietro, possiamo facilmente comprendere anche una certa incazzatura dei sette.

FIUMANA - performance di POP Rete Dinamica (settembre 2011). Foto di Nino Baiano, tutti i diritti riservati.

Fu in un giorno come questi che Scazzolo, il più meridionale e sanguigno di loro, stava trafficando alla catena quando uno dei mastini di cui sopra gli si avventò contro accusandolo di pensare solo alla gnocca invece di lavorare, di non frequentare i corsi di cinese e di danneggiare così il grande Agnello e il suo regno. Scazzolo non smentì la sua fama di alacre e onesto operaio ma, dopo mesi e mesi di privazioni, iniziò, senza peraltro mai interrompere il lavoro, a rigurgitare la rabbia compressa e a vomitare in faccia del malcapitato una serie di improperi siculi irripetibili.
In seguito a quello sventurato evento Scazzolo non ebbe più pace: venne perseguitato in continuazione e spostato in posti infami, venne accusato di non voler imparare il cinese anche se ogni tanto a camminare come loro, però, ci provava. In compenso, nel suo girovagare incappò in Biancaneve e, fottendosene del grande Agnello e di tutti i capisquadra, se la fece con ardore e lungamente dietro la macchina del caffè.

Il racconto I sette nani operai è stato ispirato da una intervista di Alberto Valente a un operaio metalmeccanico torinese e portato in scena, con la regia dell’autore stesso, da POP rete Dinamica al Festival FIOM di Torino (Parco Michelotti, 9 – 18 settembre 2011).

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