La vita è una fiaba

Alessandro Barella

Cenerentola, illustrazione da un'edizione del 1865. Immagine di pubblico dominio

“Guarda che la vita non è tutta rose e fiori”; “non siamo mica in una fiaba, che ti pensi?”; “ancora credi al principe azzurro? Stiamo freschi”.
La vita non si adegua quasi mai ai nostri sogni e desideri, e per questo molti sono profondamente insoddisfatti. Spesso si fanno chiamare realisti (anche se il termine in realtà indica tutt’altra cosa) e provano un gusto particolare nel tentativo di distruggere i sogni di chi gli sta intorno con lo stesso pessimismo: “bisogna sdraiarsi per terra, per evitare di cadere”, potrebbe benissimo essere il loro motto.
Ma quali sogni, quali aspirazioni vogliono distruggere? Ciò che prendono più spesso come pietra di paragone di tutto ciò che è “irreale,” desiderabile e irraggiungibile, sono le fiabe. La fiaba sarebbe un ideale fallace e menzognero: racconta che tutto va bene, è un mondo di magia, letizia, gioia e amore imperituro. È davvero così? Davvero le fiabe parlano solo di principi azzurri, principesse meravigliose e vite allegre e contente?
Non è così, e non c’è bisogno di studiare Bettelheim o Propp per rendersene conto. Basta leggere una raccolta di fiabe (meglio non rivederne gli adattamenti cinematografici della Walt Disney, come Biancaneve, Cenerentola o la Bella addormentata, profondamente edulcorati e non il frutto di una tradizione millenaria).
Proviamo a farlo: cosa succede ai protagonisti di tanti racconti popolari? Vivono forse in mezzo alla bambagia, circondati dagli ori e baciati dalla buona sorte?
La loro è una vita di stenti, dolori e avversità. Identica alle nostre, se non ancora più dura da sopportare (pensiamo ai genitori di Hansel e Gretel). Soltanto alla fine della storia, quando sono stati sottoposti a chissà quante prove, hanno sopportato chissà quali lutti e perdite e superato chissà quali ostacoli, soltanto alla fine, dicevamo, riescono a raggiungere il loro obiettivo.
Attenzione, però: a questo punto la storia si ferma. È finita, non c’è altro. Tutto resta sospeso e cristallizzato in quell’istante eterno, che per il bambino (ma anche, erroneamente, per l’adulto) finisce per riassumere e significare un po’ tutta la fiaba. Si arriva al momento della gioia, e non essendoci nessun racconto a riempire il futuro da lì in poi, ci sembra che essa continui a riecheggiare fino alla fine dei tempi, come se al protagonista non restasse che una vita lineare e monotona. Da un certo punto di vista è meglio così, o il racconto perderebbe il suo senso e la sua bellezza.
Chi si lamenta dell’irrealtà delle fiabe pensa solo a questo momento finale, e si lamenta di non vivere in un lieto fine per tutta la durata della propria esistenza. Ma il lieto fine non dura tutta la vita neppure per il protagonista del racconto. È un’isola di gioia in un fiume che fino a quel momento è stato composto solo di dolori.

La matrigna offre a Biancaneve un pettine avvelenato, da un'edizione islandese del 1852. Immagine di pubblico dominio

Cos’ha, questo, di diverso dalle nostre vite? Non capita a tutti, prima o poi, di incappare in una terraferma del genere? È solo che la nostra vita continua, e prima o poi ci spinge lontano da quei lidi sereni, mentre questo non accade agli eroi delle fiabe. Quando si arriva all’isola il racconto finisce, e la fine del racconto, per loro, è la fine della vita. È solo ovvio, a questo punto, che la vita non possa più portarli via di lì.
Chi si lamenta del fatto che la vita non rispecchia le fiabe, e di conseguenza assume un atteggiamento rassegnato, dimostra di non avere capito nulla. Anzi, di agire attivamente per allontanare la sua vita da quelle fiabe che, pare, sarebbero invece il suo ideale. Cosa fanno il principe, il popolano, il sempliciotto o il garzoncello, quando la strega malvagia o il gigante cattivo gli ostacolano il cammino con ogni mezzo possibile? Decidono forse di andarsene dalla fiaba con la coda tra le gambe e smettere di inseguire sogni irrealizzabili? Tutto il contrario: restano là a lottare e, vuoi per la forza delle braccia, vuoi per la rapidità dell’intelletto o l’aiuto di qualcun altro, riescono a trionfare e raggiungere il traguardo.
La fiaba rispecchia la vita, perché nasce dalla vita: per semplificarla e renderla comprensibile ai bambini (che affondi o meno le sue radici negli antichi riti tribali di iniziazione, non fa alcuna differenza: anche questi servivano alla stessa funzione), e per insegnargli ad affrontarla. Proprio per questo, però, non è indirizzata solo ai bambini, e non sono certo loro gli unici che se la possono godere.
Infine, due parole a chi già sta sollevando l’obiezione “eh, ma il principe azzurro/la principessa…” Basta, non dite oltre. Pensate solo a quante sono le fiabe in cui quello che si spaccia per promesso/a sposo/a del protagonista non è altro che un impostore, un antagonista camuffato che è riuscito a relegare l’originale in una posizione da cui è difficile agire, farsi notare e riconoscere. C’è forse qualcosa di diverso tra questo e le vostre vite, in cui tante volte avete pensato di essere stati illusi? Forse sì, il numero di illusioni e la presenza della magia. D’altra parte: mondo che vai, regole del gioco che trovi.

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