La dittatura del presente

Giovanni Guizzardi

Mi capita ogni anno di dover spiegare ai miei alunni che una corrente artistica o filosofica reagisce a quella in voga per proporre un cambiamento di stile, di gusto o di pensiero che in seguito si impone e diventa quello dominante, finché qualcuno si stufa anche di quello e ne propone un altro. Sbuffano, annoiati, mentre cerco di dare un senso a questo avvicendarsi di -ismi, e mi domando spesso perché mi affanno tanto. Cosa mi frega, in realtà, che capiscano il travaglio di quegli uomini che dedicarono tanta parte della loro vita a questo scopo che a loro appare così remoto e insulso? Eppure mi frega, eccome. Solo che non capivo perché. Poi una sera ho visto la luce.
Mia figlia, e la perdono perché ha solo sette anni, era rapita davanti alla tivvù, in estatica adorazione di alcuni bambini che, vestiti come adulti, cantavano canzoni di altri tempi con voce stentorea e gesti scimmieschi da cantante di pianobar. Uno spettacolo orrendo, che può soddisfare solo i gusti di un bambino, di un adulto semianalfabeta o di Mariano Apicella. C’era un bimbo di circa dieci anni che si sgolava cantando una canzone di quando ero un adolescente. Si trattava di Wight is Wight, cantata un tempo da tale Michel Delpech, e sfido chiunque sia più giovane o più vecchio di me a ricordarsi di costui. Ma il punto è proprio questo. Quando avevo quindici anni impazzivo per quella canzone. C’era in quelle note tutta la mia ansia di libertà e di indipendenza, tutta la mia voglia di essere oltre i limiti imposti dalle regole della società in cui ero cresciuto e secondo le quali ero stato educato.
Wight is Wight, Dylan is Dylan,
Wight is Wight, viva Donovan.
Toi qui a voulu t’emprisonner,
as-tu le droit de condamner
Celui qui cherche à s’évader?
Chacun mène sa vie comme il veut,
tu ne peux plus baisser les yeux
Car aussi vrai que tu es né.

Un tempo il francese a scuola lo studiavamo tutti, come oggi l’inglese. Per chi però un tempo non c’era e quindi non fosse in grado di tradurre questi sublimi versi, offro gratuitamente la traduzione:
Wight è Wight, Dylan è Dylan,
Wight è Wight, viva Donovan.
Tu, che hai voluto imprigionarti,
hai il diritto di condannare
chi cerca di evadere?
Ognuno conduce la sua vita come vuole,
tu non puoi abbassare gli occhi
perché è così vero come il fatto che sei nato.

Fremevo ascoltando quelle lapidarie parole che non capivo molto bene, perché erano un po’ in inglese e un po’ in francese, ed io non conoscevo la prima lingua e capivo male la seconda. Ma anche questo faceva parte di quell’universo esotico di cui mi beavo nella mia adolescenza, in quell’ansia di assoluto che attraversava nell’animo la mia generazione, come suppongo abbia attraversato ogni altra, prima e dopo di allora, anche se ciascuno a suo modo. Appunto.
In una sorta di coazione a ripetere, dopo aver abbandonato mia figlia alle sue abbiette frequentazio-ni televisive mi sono attaccato a Youtube e ho trovato sia Michel Delpech che tanti altri che condivisero con lui quell’epoca remota della musica pop. Chi si ricorda più di Michel Polnareff? E di Barry Ryan? Ben pochi, per fortuna. Sì, per fortuna, perché non so se rivederli e riascoltarli mi ha provocato più ilarità o più imbarazzo. E in definitiva una gran tristezza. Sic transit gloria mundi, ma non solo la loro, anche la mia. Davanti ai miei occhi scorreva il video in cui con assoluta goffaggine Michel Delpech cantava in playback la sua patetica canzoncina. E poco dopo restavo allibito nell’osservare due bonazze in bikini che zampettavano su un prato attorno al pianoforte a coda di Michel Polnareff che si affannava a cantare Love me, please love me con la faccia di uno che non capisce perché si trova lì ma lo fa perché lo pagano e allora chi se ne frega.
Una colossale madeleine, d’accordo, ma non solo questo. Se io ho potuto entusiasmarmi per quella roba lì, dovevo essere molto diverso da quello che sono ora, certo, ma doveva essere molto diverso anche il mondo in cui vivevo. E in quel mondo ci stavano benissimo sia Michel Delpech che Michel Polnareff, anche se oggi mi appaiono ridicoli.
Sembra finita qui, ma non è così. Ascolto volentieri un concerto brandeburghese di Bach, anche se sono passati quasi trecento anni da quando fu composto. Come mai? Perché non mi fa sorridere? Ma è una domanda sbagliata: i miei alunni, al 95%, non ne sopporterebbero l’ascolto nemmeno per cinque minuti. E uso il condizionale perché la maggior parte di loro non sa nemmeno chi sia, Bach, e qualcuno, il più erudito, potrebbe al massimo avanzare l’ipotesi che sia uno che ha a che fare con dei fiori.
I classici e la cultura alta delle élites quindi hanno poco a che fare con questo discorso.
E mi vengono in mente Mussolini al balcone e Hitler che arringa il suo popolo a Norimberga. Certo, sono grotteschi fino all’imbarazzo, ma non lo furono, lo sono ora. Allora invece fecero sognare un’intera generazione di ragazzi normali che li seguì perdendosi fra le sabbie del deserto egiziano e nelle steppe dell’Ucraina, come patetici titani alla scalata dell’Olimpo.
Ma anche le élites non si salvano poi più di tanto da questa condanna.
Che dire infatti di Luigi XIV e delle sue ingombranti parrucche? C’è qualcosa di inquietante nello sfarzo cafone con cui l’uomo più potente del mondo di trecentocinquanta anni fa si agghindava per essere d’esempio alla nobiltà più elitaria d’Europa.
Non era allora e non è adesso solo una questione di moda, è invece una questione di sensibilità collettiva. E come la lancetta delle ore in un orologio analogico, impercettibilmente questa sensibilità cambia, si trasforma in qualcosa d’altro e non ci lascia che un vago ricordo di ciò che provammo, di ciò che fummo. Così tanta parte dell’esperienza del nostro passato, anziché costituire un bagaglio per il viaggio della nostra vita, si trasforma col tempo in ingombrante zavorra, e ognuno di noi è condannato a vivere nel presente.

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