La nascita delle istituzioni ‒ L’Italia e la teologia del potere

Alessandro Barella

Trionfi di Cesare, IX, Giulio Cesare sul carro trionfale, dipinto di Andrea Mantegna. Opera nel pubblico dominio.

Le recenti vicende politiche dell’Italia sono state talmente particolari che non possono non aver spinto ognuno di noi, almeno una volta, a porsi qualche domanda al riguardo. Un governo che si diceva incarnazione della volontà popolare ha cercato di restare al suo posto nonostante il popolo chiedesse un passo indietro e ha infine dato le dimissioni solo quando si è imposto qualcosa di superiore e più potente, i Mercati e la Finanza. Subito dopo l’ha sostituito un altro governo, nominato dal Presidente della Repubblica. Dalla gente si sono levate grida di giubilo per questa liberazione (almeno finché non è stata presentata la manovra ‘lacrime e sangue’).
Sembra una riscrittura politica dei Promessi Sposi. Ecco, la divina provvidenza è venuta a tirarci fuori dai guai! Ci ha imposto un nuovo governo che ci farà soffrire, ma il Cielo ha i suoi piani e dobbiamo aspettare che si rivelino.
La concezione italiana del potere non è molto differente dalla teologia. Se osserviamo come i politici guardano se stessi e come la gran massa della popolazione guarda i politici, sembra piuttosto evidente.
Il mondo della politica e il mondo reale sono come due Regni differenti e separati. Uno è popolato da santi e beati che vivono in una quieta eternità, intoccabili, potenti, invidiati, ineffabili, sacri, infallibili. A sentirli, non possono cadere in errore, e tutto ciò che fanno, lo fanno per il bene degli altri. L’altro è la dimora dei peccatori mortali, vittime impotenti di tutte le decisioni prese ai piani più alti, visto che “tanto loro fanno comunque come gli pare e noi non ci possiamo fare niente. Che vuoi risolvere scendendo in piazza?”.
In Italia è sempre stato così. Perlomeno dal tempo dei Cesari e degli Augusti, che portarono sì la civiltà romana alla massima espansione e gloria ma, proclamandosi imperator e facendosi venerare come dei, accompagnarono al tramonto la già declinante importanza dei tribuni della plebe. È il mito dell’individuo eccezionale che da solo può influenzare il corso della storia (mito ripreso ed esaltato da tanta parte della filosofia della storia e soprattutto da Hegel). Secoli dopo, quando l’impero esalò l’ultimo respiro, la situazione rimase immutata. Anzi, peggiorò. A molti dei vari stati che si formarono nel corso della storia il governo fu imposto dall’alto, con la forza delle armi, mentre uno, anziché essere governato da un dio minore tra molti, era ora retto dal portavoce dell’unico vero Dio. L’unità d’Italia ha cambiato qualcosa? No, perché partì dai ceti medi della borghesia, ma fu comunque portata a compimento dall’alto: non fu unificazione dal basso, ma guerra di conquista. La cacciata del fascismo? I partigiani hanno avuto il loro importantissimo ruolo, ma quelli che vengono chiamati liberatori sono gli americani, “la più grande potenza del mondo occidentale”.
In uno scenario del genere, non sorprende che il famoso discorso del 26 gennaio 1994 di Berlusconi abbia trovato terreno fertile per attecchire. Riascoltiamolo insieme:

Scelta consapevole o meno, il lessico di questi storici nove minuti e mezzo rappresenta la prima volta (quantomeno dalla fine della dittatura fascista) in cui le categorie della teologia vengono applicate al discorso politico in maniera evidente, senza maschera.
Soffermiamoci sul modo in cui rappresenta la sua entrata in politica: ho deciso di scendere in campo. Scendere, un verbo che implica un movimento dall’alto: da un regno superno, dall’acropoli popolata di templi, dal castello dove vive il signore o dal cielo dove osano solo le aquile; all’alto associamo sempre inconsciamente un significato positivo. Per contrapposizione, il basso è un luogo negativo, è il marasma della vita quotidiana, è il caos in cui nessuno riesce a fare ordine, è il campo di battaglia dell’Armageddon ai cui abitanti, dice, siamo costretti a contrapporci.
Sono i toni di chi attende l’arrivo dell’apocalisse e prende posto al comando di una delle due armate. C’è un senso di urgenza impellente, bisogna agire prima che sia troppo tardi, o l’Italia rischia di non farcela, di essere affossata una volta per tutte. Soltanto se tutte le forze del bene (in che altro modo possiamo chiamare chi crede nella Libertà e nella Giustizia?) si riuniranno (è una forza che nasce con l’obiettivo di unire sotto un’unico vessillo), potranno traghettare il Paese al di là di questo tenebroso abisso storico, verso l’era della nuova Repubblica. Sembra il più becero dei discorsi millenaristi riguardo l’avvento della Terra Promessa, del Regno dei Cieli o dell’età dell’oro.
Si descrive come una persona ineguagliabile e al di fuori del comune, un abitante di un mondo più elevato, dal quale può scrutare la nostra realtà e discernere senza tema d’errore ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Nessuno ha la sua saggezza né le sue capacità. Sulla Terra ci sono soltanto i demoni (comunisti), ma la sua luce li scaccerà e riporterà l’ordine nelle tenebre. Perché si scomoda, lui, essere beato e benedetto? Ha forse degli interessi secondari?
Assolutamente no, è chiaro sin dall’inizio. Tutto quello che fa lo fa per amore (agape) verso la sua patria. Senza questo ineguagliabile slancio altruistico non si sarebbe mai azzardato a calarsi nel lordume del pantano politico. In nome di questo ideale disinteressato è pronto a combattere una battaglia in cui crede con assoluta determinazione, senza compromessi. Vincere, e vinceremo! Ah, no, scusate, questo lo diceva un altro statista.
Sul finale i toni si fanno ancora più mistici: sogno una società libera di donne e di uomini dove non ci sia la paura, dove al posto dell’invidia sociale e dell’odio di classe stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l’amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita. Per non parlare della sequela di io vi dico, nei quali riecheggia, neppure troppo velato, l’evangelico in verità vi dico del Cristo. Che dire poi del nuovo miracolo italiano?
Oh beh, forse è strano, forse dico cavolate quando lo presento in questa luce, visto che nel discorso afferma che l’Italia non ha bisogno di profeti e salvatori. È mai possibile una contraddizione così palese all’interno di un discorso? Sì, è possibile, perché non è affatto palese. Sono pochi quelli che ascoltano veramente e fino in fondo un discorso. Non è una critica, è un dato di fatto dovuto alla conformazione dei nostri cervelli.
In secondo luogo, le parole esatte non sono importanti: a contare non è la forma, ma i significati che trasmette. E poi, come si può dimenticare l’affermazione che fece in seguito, quella di essere l’unto del Signore? (Ah, quanto temo che persone che all’epoca erano più grandi e mature di me, invece, l’abbiano scordata).

Leggi l’articolo successivo della serie: L’Islanda e la democrazia reale

Leggi Il terzo articolo della serie: La natura del potere

4 thoughts on “La nascita delle istituzioni ‒ L’Italia e la teologia del potere

  1. andrea ha detto:

    ottima analisi, bene: passato questo bisogna guardare oltre, oltre anche ai più potenti mondi della finanza, che peraltro hanno avallato la permanenza di un fenomeno come B, finchè faceva comodo.
    Il modo è nostro e nostro è il destino, questa è la vera rivoluzione della coscienza collettiva e sia che la solidarietà ed una visione più ampia dell’individuo si impongano sulla macroeconomia dettando loro legge e non siano solo rivalutate per salvare la baracca e poi dimenticate in un angolo quando rinasce l’illusione di arricchirsi allo scapito di altri ricominciando a mentire a stessi non pìù riconoscendosi come uomini.

  2. Anonimo ha detto:

    Bravo Alessandro. Continua a diffondere il tuo spirito critico. Lo spirito critico è il vero antidoto contro tutti gli imbroglioni di questo mondo. Un fraterno abbraccio, anche se non ti conosco personalmente. Dario

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