Sambusi 2/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Una notte. Questo il tempo impiegato per fuggire dall’accampamento di Rognetta.
Avevano attraversato Rosarno come un esercito di lanzichenecchi, distruggendo auto e rovesciando cassonetti. Le serrande erano state abbassate dai negozianti, una dietro l’altra, e le strade si erano svuotate. L’obiettivo dell’armata disperata: condizioni di vita dignitose. Ammassati in fabbriche e capannoni centinaia di extracomunitari sottopagati nei campi della piana e stritolati in una società povera, razzista e infiltrata dalla ‘ndrangheta avevano raggiunto il limite. Quando tre ragazzi erano stati impallinati con fucili ad aria compressa l’insofferenza covata aveva preso il sopravvento. La rivolta era esplosa e le vie di Rosarno erano state invase e devastate.
Ghedi si era spaventato: gli abitanti armati di mazze, bastoni e spranghe erano scesi in strada e avevano organizzato ronde, posti di blocco e spedizioni punitive. La pelle scura la divisa del nemico. Molti erano stati presi e massacrati, altri erano stati gambizzati, qualcuno investito. Le forze dell’ordine con cui gli extracomunitari si erano scontrati il giorno prima ora intervenivano in loro aiuto. Le comunità straniere, terrorizzate, avevano chiesto di essere evacuate. Li attendevano i centri di identificazione ed espulsione. Prigione e rimpatrio.
Questo non poteva permetterselo. Nel pomeriggio del secondo giorno si era tenuto a distanza della vecchia fabbrica in cui i suoi compagni si erano asserragliati e si era nascosto dalle ronde xenofobe e dalla polizia con Asad, un altro ragazzo somalo. Avevano deciso di attendere la sera per fuggire. Possedevano a malapena quanto serviva per raggiungere Torino.
Spostarsi di notte lungo le strade, gettarsi nei fossi alle luci delle automobili, lasciarsi alle spalle Rosarno: dodici ore di cammino per arrivare a Vibo Valentia e alla stazione che stava oltre la città. Asad aveva preso i biglietti per il treno delle sei di sera, il più economico. Ne aveva dato uno a Ghedi.
«Viaggeremo separati. Quando arrivi a Torino prendi il bus numero 57 e scendi dopo sette fermate, capito?»
«Sì, ho capito. E tu?»
«Farò la stessa cosa. A questo indirizzo abita mia cugina. Ci incontreremo là.»
Ghedi aveva preso il foglietto, lo aveva letto e se lo era infilato in tasca.
«Perché non viaggiamo insieme?»
«Per avere più possibilità.»
Si erano divisi alla stazione. A Roma, dove avevano cambiato treno, Asad era salito su un vagone di testa. Ghedi si era rintanato nel primo scompartimento vuoto che aveva trovato all’altra estremità del convoglio. Seduto vicino al finestrino si era addormentato.

Sambusi è un racconto a puntate di Davide Picatto.
I disegni di Simone Ferrarini non sono illustrazioni al testo, ma note integrative.

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