Sambusi 3/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

La ragazza si alza poco dopo Grosseto e da uno zainetto prende un sacchetto di carta. Ne tira fuori una bottiglietta d’acqua e un panino avvolto nella stagnola.
Ghedi non mangia da due giorni. Le narici fremono al profumo del pane e di quella che potrebbe essere una frittata: ne vede il verde compresso nella pagnotta. Osserva le briciole cadere sui jeans chiari nella luce soffusa che inquadra la ragazza. Si getterebbe in ginocchio a raccogliere pure i frammenti finiti in terra. Lo stomaco si chiude, si apre, si muove: i succhi gastrici cominciano a gorgogliare.
Non ne può più, si allontana. Scavalca l’uomo che russa disteso fra i sedili ed esce a sgranchirsi lungo il corridoio. Sbircia negli scompartimenti. Qualcuno legge, qualcuno ascolta musica, qualcuno dorme. Entra in bagno e si lava la faccia. Raccoglie l’acqua nelle mani e beve.
Nello specchio c’è qualcuno che non si sarebbe mai immaginato di diventare: un disperato.
Non è nato bene Ghedi, ma suo padre era riuscito a farlo studiare, un miracolo in un paese inesistente come la Somalia. Aveva tenuto il naso fra i libri fino al primo anno di università: facoltà di medicina. Poi tutto era cambiato: il governo di transizione somalo e i signori della guerra si erano ritirati di fronte alle Corti Islamiche, la nazione era crollata nel caos e l’università era stata messa a ferro e fuoco. Lui aveva aderito al movimento studentesco che si era riunito a Mogadiscio per manifestare contro il regime. Le milizie erano intervenute caricando la folla: morti e feriti, lui arrestato. Sei mesi a marcire e a crepare di caldo e di fame in un carcere sovraffollato, poi la pena commutata in un servizio militare di quattro anni. Marchiato come traditore era maltrattato e schiavizzato: quando non doveva scavare fossati e trasportare massi puliva cessi e svuotava latrine.
Dopo un anno aveva capito che nell’esercito sarebbe morto. La famiglia e gli amici erano riusciti a mettere insieme un gruzzoletto per aiutarlo: doveva fuggire, andarsene dalla Somalia e tentare una vita nuova. L’Europa la meta. Due anni per raggiungerla, fra frontiere valicate illegalmente, clandestinità e lavori intermedi per pagare i trafficanti d’uomini. Il deserto da attraversare, e poi il mare. Nessuna possibilità di tornare: a casa incombeva una condanna a morte per diserzione. La paura di essere scoperto e rispedito indietro, il timore di essere tradito o abbandonato da un trafficante, il terrore folle della polizia libica. E poi un motoscafo su cui era salito di notte assieme ad altri cinquanta profughi con una bussola e una sola indicazione: sempre dritti a nord. Quindi l’Italia, l’asilo politico negato e una nuova clandestinità fatta di lavori sottopagati nei cantieri e nei frutteti e di rifugi in edifici abbandonati senza alcuna speranza in un futuro migliore, la nostalgia di casa e della vita da ragazzo e la certezza di non poter tornare.
Allo specchio, un disperato.

Sambusi è un racconto a puntate di Davide Picatto.
I disegni di Simone Ferrarini non sono illustrazioni al testo, ma note integrative.

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