La nascita delle istituzioni ‒ L’Islanda e la democrazia reale

Alessandro Barella

L'orazione di Pericle, dipinto di Philipp von Foltz. Immagine di pubblico dominio

Nell’articolo precedente abbiamo parlato della rappresentazione del potere politico che sembra la più diffusa tra gli italiani. Riassumendo brevemente, spesso si vede il potere attraverso le categorie della teologia: qualcosa di diverso e separato dalla realtà quotidiana, più in alto, in grado di governare e indirizzare ciò che sta quaggiù, che per contro non può sfuggirgli ma soltanto scegliere tra una resa incondizionata e una lotta tragica e impari.
Questa è, a tutti gli effetti, una teoria sulla natura del mondo, per quanto poco articolata e naïve, e in quanto tale può e deve essere messa alla prova per capire se funziona o meno, se è una rappresentazione appropriata della realtà.
Certo, l’idea di testare una tesi sulla natura del potere può sembrare assurda. Che cos’è il potere? Se non possiamo osservarlo né manipolarlo, come facciamo a fare esperimenti per confermare o smentire le nostre idee?
La risposta è più semplice di quanto si pensi, perché abbiamo a disposizione un banco di prova eccezionale: la storia. Se nei secoli precedenti c’è almeno un evento che non si accorda con la teoria generale ma funge da controesempio, allora siamo autorizzati a guardarla con sospetto, se non a rigettarla. Siamo fortunati: non serve sfogliare decine di pagine polverose di qualche tomo per specialisti. Basta guardare alla cronaca degli anni più recenti. Alla reazione dell’Islanda alla crisi economica globale, nello specifico.
Se il potere avesse veramente delle somiglianze con la teologia, che cosa dovremmo aspettarci di trovare? Innanzitutto un’attesa millenaristica del salvatore, una persona saggia e benevola nelle cui mani porre tutto il potere. Questi dovrebbe presentarsi o giungere dall’alto, dicendo di sapere come uscire dalla situazione infernale a patto che lo si lasci fare. Ghe pensi mi. Proprio quello che è successo in Italia, dove il sommo potere del Presidente della Repubblica ha collocato un nuovo Primo Ministro sullo scranno precedentemente occupato da Berlusconi, l’autoproclamato unto dal signore. Il potere che genera se stesso per mezzo di decisioni e nomine prese ai piani alti.
Bene, in Islanda non è successo niente di tutto questo. La situazione ha anzi un’immagine completamente diversa e opposta: è stato ciò che è partito dal “basso” ad avere ripercussioni sulle sfere “alte” e a modificare la situazione (uso le virgolette perché in un contesto non teologico la divisione tra alto e basso non ha senso), dimostrando che la possibilità di agire non appartiene in maniera esclusiva alle istituzioni, legali o meno, e soprattutto che tra i due mondi non c’è alcuna barriera, ma comunicazione e interscambio diretti. Anzi, politica e mondo quotidiano sono semplicemente lo stesso mondo visto sotto due aspetti differenti.

Case islandesi col tetto di zolle di terra. Immagine di pubblico dominio

Cos’è accaduto, di preciso? Di fronte a una manovra che avrebbe ridotto sul lastrico la popolazione per risarcire una parte dei debiti contratti dalle tre grandi banche nazionali, la gente comune è scesa nelle piazze e nelle strade per far sentire alla politica la voce della propria contrarietà. Quattordici settimane ininterrotte di manifestazioni (sì, più di tre mesi) hanno fatto sì che la legge venisse sottoposta a referendum popolare e bocciata col 93% dei voti. Il Governo è stato pacificamente cacciato via e il debito pubblico contratto dallo Stato è stato dichiarato una truffa e abolito. I banchieri responsabili del disastro economico sono stati arrestati e l’ex Primo Ministro è stato denunciato per il modo in cui ha gestito la situazione ed è ora sotto processo.
Ma non è finita qui. Ogni crisi dimostra l’inadeguatezza di un sistema (di pensiero, di istituzioni o altro) rispetto alla realtà in cui si trova, e deve perciò essere lo stimolo per andare oltre, per riformare e ricostruire qualcosa di migliore. Più di novecento privati cittadini sono stati sorteggiati e hanno ricevuto l’incarico di riflettere sulle modalità di stesura di una nuova carta costituzionale. Già solo questo fatto ha dell’incredibile per chi crede nella teologia del potere; le loro deliberazioni però sono ancora più sconvolgenti.
Il popolo è stato chiamato a eleggere i membri della nuova Assemblea Costituente tra candidati che dovevano possedere requisiti ben precisi: la maggiore età, la cittadinanza islandese, la firma di almeno trenta persone disposte a sponsorizzarli e il non essere legati in alcun modo a partiti politici. I venticinque eletti appartengono a fasce sociali anche parecchio differenti (professori, artisti, un agricoltore, un rappresentante sindacale, giornalisti, un infermiere…) e hanno svolto i loro lavori in maniera assolutamente pubblica. Gli articoli della nascitura Costituzione venivano pubblicati su internet, dove chiunque poteva commentarli e fare le proprie proposte. Quello che in tutti gli altri Stati è stato il lavoro di una èlite rinchiusa nel segreto di quattro mura, in Islanda è diventato l’opera di un popolo intero. In barba alla vetusta idea di Cartesio secondo cui le leggi migliori sono quelle stese da un’unica persona.
È dai tempi delle assemblee cittadine nell’agorà di Atene che non si vedeva all’opera la vera democrazia, la partecipazione reale ed effettiva di un popolo al proprio governo. Forse l’Islanda è stata addirittura in grado di andare al di là di questo esempio proverbiale, stabilendo un nuovo standard per questa parola di cui tutti si riempiono la bocca ma di cui perlopiù si ignora il reale significato. La tesi di partenza crolla come un castello di carte: è più che evidente che il potere non appartiene a qualcuno o qualcosa come una sorta di attributo necessario ma ha una natura diversa, più complessa, su cui ci si soffermerà nel prossimo articolo.

Leggi l’articolo precedente della serie: L’Italia e la teologia del potere

Leggi Il terzo articolo della serie: La natura del potere

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