Luoghi selvaggi

Salvatore Smedile

Per la collana Frontiere Einaudi, il cui elenco è un bel compendio di autori trasversali, è uscito Luoghi selvaggi di Robert Macfarlane con un lungo sottotitolo di ispirazione naturale. Quindici capitoli, ciascuno annunciato da una foto in bianco e nero in cui la natura regna incontrastata. Si parte dal faggeto e passando dalla brughiera, dalla foce, dalla spiaggia alluvionale si ritorna nuovamente al faggeto come per completare un cerchio dell’esistenza. In chiusura, ordinatamente divise per sezioni (Acqua, Pietra, Boschi, Aria, Mondo selvaggio, Mappe, Terra, Movimento), elenchi di letture scelte che hanno accompagnato l’autore nei suoi luoghi.
Ero solo uscito a fare due passi, ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto, perché uscire, come avevo scoperto, in realtà voleva dire entrare”. La citazione di John Muir in apertura sintetizza i movimenti del viaggio. “Chiunque abiti in una città avrà ben presente quella sensazione di esserci stato per troppo tempo”, e l’autore, che vive in una Cambridge notevolmente coltivata e popolata, quando può si rifugia nel suo faggio, “un posatoio”, il punto di osservazione della grigia vita urbana.
Nel retro di copertina c’è una mappa del territorio che il lettore andrà ad esplorare: siamo nel wildness dell’arcipelago britannico dove si parla inglese ma anche norreno, gaelico, gallese, scozzese, irlandese. Tutto molto vicino e molto lontano. È un invito a melodie recondite pronunciare e immaginare luoghi come Coruisk, Rannoch Moor, Coille Dubh, Burren, Cape Wrath nei quali Macfarlane ci porta in mente e in corpo. Il pragmatismo britannico si sposa con una visione più ampia del viaggio: in un posto ci si va con i piedi ma anche con la mente e la memoria di come eravamo.
Il primo approdo è Ynys Enlli, “isola della correnti”, estremo ovest gallese, colonizzata nel 500 d.C. da monaci ed eremiti in cerca di luoghi dove meditare, “isola remota dove poter cogliere i primi barlumi di una coscienza selvaggia”. È questo il perno del libro. A un certo punto l’autore, trasportato dalla passione di voler capire, chiama in causa l’etimologia. “Si ritiene che i due termini inglesi wild e wood provengano entrambi dalla radice wald e dall’antico teutonico walthus, che significa [foresta].” Macfarlane cerca una mappa fisica arricchita da saghe, leggende, racconti di viaggio. Nel cammino si incrociano poeti e scrittori inglesi come Stevenson, Coleridge, Auden e autori meno noti ma formidabili nelle loro esposizione.
In conclusione, l’autore torna a casa, nel suo osservatorio, e conclude che “ci siamo frantumati in mille pezzi ma la natura selvaggia può ancora restituirci a noi stessi”. La questione è cruciale. Non possiamo più permetterci di fare finta che non sia un problema il fatto che la civiltà si sia dimenticata del bosco. Nell’era della tecnica lì dobbiamo, in qualche modo, ritornare. Per dirla alla Auden “una cultura non è altro che i suoi boschi”.

2 thoughts on “Luoghi selvaggi

  1. Dear Robert, here there is an abstract of the article translated by me. Sorry for my poor English…

    Davide Picatto

    “Fifteen chapters, each announced by a black and white photo where nature reigns unchallenged. You start from the beech forest and passing from the moors, the river mouth and the beach you get back to the forest as to complete a circle of existence. At the end, neatly divided in sections (Water, Stone, Woods, Air, Wild world, Maps, Earth, Movement), a list of selected readings that have accompanied the author in his places […]
    On the back cover there is a map of the territory that the reader will explore: we are in the wildness of the British islands where English is spoken, but also Norse, Gaelic, Welsh, Scottish and Irish. All very close and very far away. It is an invitation to hidden melodies to pronounce and imagine places like Coruisk, Rannoch Moor, Coille Dubh, Burren, Cape Wrath, in which McFarlane leads us with the mind and the body. The British pragmatism marries a broader view of travel: you go to a place not only with the feet, but also with the mind and the memory of how we were.
    The first landing place is Ynys Enlli […] This is the core of the book. At one point the author, moved by the passion of wanting to understand, calls in question the etymology […] McFarlane search a physical map enriched by sagas, legends, travel tales. On the path you meet English poets and writers like Stevenson, Coleridge, Auden and authors less known but formidable in their presentation. In conclusion, the author returns home, in his observatory […] The question is crucial. We can no longer afford to pretend it is not a problem that civilization has forgotten the forest. In the age of technology there we must, somehow, get back.”

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