Hugo Cabret

Giacomo Bosio

Parigi, anni Trenta. Un giovanissimo orfano, Hugo (Asa Butterfield), vive tra i vecchi cunicoli dimenticati della stazione dei treni di Parigi-Montparnasse, dove continua il lavoro di orologiaio del padre (morto) e dello zio (ubriacone). Solo al mondo, Hugo vive di furtarelli e di un sogno: rimettere in funzione un misterioso automa umanoide sul quale stava lavorando col padre al momento della morte. Sulla sua strada, un ispettore ferroviario (Sacha Baron Cohen) che non vede l’ora di catturarlo e spedirlo in orfanotrofio (dal quale egli stesso proviene), e il proprietario del negozio di giocattoli della stazione (Ben Kingsley), che nasconde un incredibile segreto.
Martin Scorsese abbandona decisamente “quei bravi ragazzi” e si cimenta in un film per famiglie che in realtà (ovviamente) tale non è. O, per lo meno, non solo: ciò che Scorsese ci presenta in Hugo è molto di più, un vero e proprio inno alla fantasia, al sogno, al trovare la propria strada nella vita. Il che non può tradursi che in un inno al cinema, per il quale Scorsese abbandonò il seminario nel 1956, trovando decisamente la sua strada nella vita. L’ispirazione arriva dal romanzo dello scrittore americano Brian Seltznick, cui si preoccupa di dare vita sullo schermo John Logan, già nominato all’Oscar, oltre che per questo film, anche per The aviator e Il gladiatore, e sceneggiatore tra gli altri di L’ultimo samurai e Rango. I personaggi creati da Seltznick/Logan incarnano uno dei periodi meno sognanti del XX secolo, ovvero quello che seguì la Grande Guerra, intesa retrospettivamente come l’inizio dell’Orrore che chiuse tragicamente un’epoca fiorente di idee, speranze e invenzioni come fu quella a cavallo tra i due secoli. Come può infatti continuare ad avere la forza di sognare un popolo che “ha visto troppa realtà”? Per questo George Mèliés, autore, regista e interprete del Viaggio sulla luna, pietra miliare della storia della cinematografia, e di almeno altri 500 cortometraggi, il padre del cinema come fabbrica di sogni, è di fatto morto durante quella guerra e non è ritornato che il guscio vuoto e disilluso di lui sotto le mentite spoglie di un giocattolaio; della sua produzione non è rimasto più nulla… o forse no. Quando Hugo, con l’aiuto di Isabelle (Cloe Grace Moretz), figlia adottiva proprio di Papa George, riuscirà a rimettere in moto l’automa, questi non gli restituirà alcun messaggio segreto del padre – come il ragazzo segretamente sperava: al contrario, inizierà a produrre una serie di disegni di fervida immaginazione nei quali Hugo riconosce alcuni fotogrammi di film che suo padre gli raccontava di aver visto da giovane mentre Isabelle potrà confrontarli con altri assai simili ritrovati in un vecchio scatolone. I due ragazzi, con l’aiuto di un giovane cinefilo e collezionista di cimeli del regista Mèliés (Michael Stuhlbarg), decidono perciò di scommettere così sul valore dei sogni e di quello che è riuscito a fare Georges, tentando di convincerlo a lasciarsi alle spalle i rimpianti e a rimettersi sulla propria strada.
La pellicola prodotta da Scorsese (e Johnny Depp), quasi 110 anni dopo l’immaginifico Viaggio di Mèliés sulla Luna, con colori, Dolby Digital Surround e tre dimensioni – ovvero ciò che sembra essere agli esatti antipodi dell’opera del regista francese – invita invece a guardare all’essenza dello spettacolo cinematografico: il sogno. Si può ben dire allora che la sfida raccolta da Scorsese – a dispetto di tutti i vari gadget tecnologici che l’accompagnano, o forse proprio a causa loro – sia tutt’altro che facile, se invita a sognare proprio quell’umanità postmoderna assuefatta da spettacoli di tutti i tipi e alquanto disillusa da pluriennali crisi economiche nonché morali. Ma, d’altronde, è un periodo che il cinema fa parlare di sé soprattutto quando parla di e, interrogandosi, si riscopre: e così, tra The artist e Hugo, è una pioggia di 21 nomination agli Oscar del 26 febbraio. Sperando che non siano che un preludio ad altri 110 anni di sogni. Chissà che non ne abbiamo bisogno.

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