I giovani

Giovanni Guizzardi

Giorgio Napolitano ad un comizio a Milano del Partito Comunista Italiano del 1975. Immagine di pubblico dominio.

Leggo che il Presidente della Repubblica è molto preoccupato per il futuro dei giovani. Peccato, mi è tanto simpatico Giorgio Napolitano. Mi era simpatico anche negli anni settanta, quando era un alto dirigente del PCI e io militavo, come lui, in quel vecchio e defunto partito e mi consideravo politicamente molto affine a lui. Come ora, tra parentesi. Ricordo bene però che in quegli anni non c’era giorno che non si levasse una voce autorevole a lamentarsi per il precario futuro dei giovani, tra i quali, vedi tu, allora c’ero anch’io. Quanto mi angustiava tutto ciò, se voi sapeste. Mi domandavo ogni giorno perché mai ero stato così sfortunato da nascere proprio nel momento in cui il lavoro per i giovani non c’era più e mi indignavo non poco per questa evidente e iniqua ingiustizia della vita. Come se la vita fosse sottoposta al vaglio di un qualche tribunale che facesse riferimento a un qualche codice di leggi universali e biologiche… Mah, quante balle si ha in testa a quell’età, come dice Francesco Guccini.
Fa niente. Dicevo dunque che ero molto preoccupato per il mio futuro. E invece di pensare a inventarmi qualcosa, passavo giorni e notti a fare domande e a trovare il modo di conquistare “il posto fisso”. Un amico di mio padre che di mestiere faceva il professore di Italiano e Storia nell’Istituto Tecnico Commerciale Luigi Tanari di Bologna (casualmente lo stesso in cui lavoro io oggidì) e che si chiamava Giulio Cavazza mi diede un giorno un consiglio: “Giovanni, non ti preoccupare. Tu continua ad accettare tutte le supplenze che ti offrono, continua a fare domande, fai tutti i concorsi che in futuro dovessero essere banditi e vedrai che il posto lo trovi.” Poi, per onestà intellettuale aggiunse: “A meno che tu non sia un perfetto imbecille…” Poiché non lo ero, seguii il suo consiglio e divenni nel giro di sette-otto anni un professore di Italiano e Storia come lui.
Non è un lieto fine.

O' Posto. Fotografia di udaberri17, CC 2.0

Senza scomodare Steve Jobs, avrei potuto fare ben altro e ben di più. Ma ero ossessionato dall’incubo del posto fisso, e dedicai tutte le mie energie a questo obiettivo. È per questo che non ho mai frequentato gli ambienti che avrei dovuto e voluto frequentare. È per questo che mortificai le mie ambizioni e non cominciai a volare. È per questo che non provai a fare della mia vita il mio capolavoro. Mi limitai a sopravvivere, e siccome non ero un imbecille ci riuscii benissimo.
Attorno a me vedo invece un mare di deficienti e di farabutti che occupano ruoli di alta responsabilità e mi domando: chi gli ha permesso di andare a fare del danno in parlamento, nelle pubbliche amministrazioni, nelle aziende? E la risposta più vera e più sincera è: “Io.” Io e tutti quelli come me che si sono rinchiusi nel loro particulare, che non hanno cercato di fare di più accontentandosi del poco garantito. Noi abbiamo lasciato un vuoto che gli imbecilli e i farabutti, secondo una legge fisica, hanno riempito.
E così quando è stato necessario trovare in Italia delle persone decenti per mandare avanti un governo decente che facesse cose decenti in un’Italia indecente il suddetto Presidente Giorgio Napolitano è dovuto andare a tirar fuori dalle Università degli oscurissimi cattedratici che non chiedevano di meglio che continuare a fare il loro oscuro lavoro. E così, grazie alla sospensione della democrazia, che ci ha fatto il regalo di poter fare a meno dei prescelti da un popolo cretino e ignorante, oggi abbiamo finalmente un governo non dico buono, ma almeno decente.
Giacché la decenza è una dote che in Italia difetta da molto tempo.
Io non vado in solluchero quando mi si nominano gli Stati Uniti. Deploro che in quella società l’unico vero metro di giudizio sia il denaro. Ma approvo che l’unico vero metro di giudizio per determinare chi sa produrre denaro sia il merito. Un po’ come nello sport: tu puoi mettere anche in prima squadra uno sfigato il cui solo merito è quello di essere raccomandato da tua zia, ma poi la tua squadra va in serie B. E se del calcio non ti frega niente, è così lo stesso. Questo è il mondo in cui viviamo, questa è la logica che governa la nostra vita, che ci piaccia o no. E quindi, non c’è posto in Italia per quelli che vorrebbero che la rivoluzione americana e quella francese non fossero mai scoppiate, ma che adorano la rivoluzione russa dell’ottobre del 1917 o quella fascista del 1925. Mi dispiace per loro, il trinomio che regola la nostra esistenza è quello che divenne famoso a Parigi nel 1789: Liberté, Egalité, Fraternité.
E il concetto di uguaglianza non significa che se tu sei uno sfigato e io no io e te abbiamo lo stesso diritto di avere le stesse responsabilità pubbliche e private. Significa il contrario: che siccome io e te abbiamo gli stessi diritti, se io sono meno sfigato di te io mi assumo una responsabilità e tu invece no, anche se tua zia ti può raccomandare e mia zia invece sa fare solo le tagliatelle.
È una faccenda complicata. Mi sembra chiaro che la democrazia è un sistema che funziona solo laddove ci sia una pubblica opinione consapevole, istruita e critica nei confronti del reale. Laddove invece c’è una massa indistinta di mucche al pascolo pronte a bersi la prima stronzata che Emilio Fede ti propina al TG4 o che Susanna Camusso ti spara dagli altoparlanti di qualche piazza, allora la democrazia produce effetti simili a quelli di 1984 di Orwell. Come ogni altro sistema politico, anche la democrazia non si dovrebbe esportare. E la democrazia non è nata in Italia, purtroppo.
Arriviamo al dunque. Non è vero che i giovani in Italia oggi non hanno un futuro. Non ce l’hanno mai avuto e al tempo stesso ce l’hanno sempre avuto e anche oggi ce l’hanno. Dipende solo da loro. Basta che non vogliano la pappa fatta. Cosa a cui purtroppo le loro mamme li hanno abituati fin da piccoli.

Amante a progetto. Fotografia di Rivolta_Kulturale, tutti i diritti riservati.

Il problema non è se c’è lavoro oppure no. Il lavoro c’è sempre, se c’è la voglia di lavorare e di inventarsi un’attività che soddisfi le esigenze di un mercato che per Dio esiste! L’Italia per ora non è il Bangladesh, mi pare. E se l’Italia ti sta stretta, c’è un intero pianeta a tua disposizione. Solo i cretini pensano che la globalizzazione sia una brutta faccenda. Il problema è liberarci dai vincoli creati da una società passata che non esiste più e proiettarci con coraggio e consapevolezza in un futuro che solo noi possiamo progettare e costruire, senza più barriere né culturali né nazionali. Sempre che non siamo dei deficienti e degli incapaci, ovviamente.
Vorrei tanto avere quarant’anni di meno, per vivere di nuovo la mia vita e accettare questa sfida. Disse una volta Vittorio Gassman: “Bisognerebbe avere due vite: una per fare le prove, e una per andare in scena”. Per me non è più possibile, ma per fortuna ho una figlia, Ginevra, e lei può. Le dissi, quando ancora aveva due anni e non mi poteva capire: “Figlia mia, mi auguro che tu da grande vada a fare il camionista in Nuova Zelanda, se questo fosse mai quello che realizzerà i tuoi sogni.”
Oggi ne ha solo sette, di anni, ed è ancora presto. Ma spero tanto che per lei sia così, per la Madonna.

One thought on “I giovani

  1. Pietruccio ha detto:

    Hai ragione.

    Sono della tua generazione e faccio lo steso mestiere (insegno) e mi sa che ci abbaino proprio fregato e anche che sia stata colpa nostra: del resto la stessa cosa me la disse mio padre tanti anni fa, prima di morire, era insieme a un suo amico e la guerra l’avevano fatta su fronti opposti, ma entrambe erano arrivati alla stessa conclusione.

    Condivido quello che dici ma mi sembri un po’ troppo ottimista quando parli di “mercato” e dell’italia che non è un paese sottosviluppato. Secondo me lo siamo: solo che, finchè non avremo finito le risorse economiche, la cosa non sarà palese.

    Ti sembro troppo pessimista?

    No, io sono ottimista di carattere. Il fatto è che sono abituato ad analizzare le questioni dal punto di vista tecnico, e una bottiglia da un litro conterrà sempre e solo un litro.

    Come dice nel film il progettista del Titanic a chi, a discorsi, gli prospettava chissà quali mirabolanti proprietà della nave: “questa nave è fatta di ferro… e andrà a fondo”… e le premesse, da queste parti, per andare a fondo, ci sono tutte.

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