La nascita delle istituzioni ‒ La natura del potere

Alessandro Barella

Ritratto dell'imperatore Carlo V, dipinto da Tiziano. Immagine di pubblico dominio

Il potere è una chimera dai molti volti. A volte ci si presenta come un attributo esclusivo di chi “sta in alto”; altre volte le sue forme e sedi abituali vengono stravolte dall’azione di chi “sta in basso”, di chi nella vita quotidiana appare come impotente. Come sciogliere una tale contraddizione? Che cos’è il potere?
Proviamo per un attimo a cercarne le tracce nel cosiddetto stato di natura (cioé a considerare solo i domini di fisica, chimica e biologia): la cosa che più gli somiglia è la nozione di capacità, cioè essere in grado di raggiungere un risultato per mezzo delle proprie qualità fisiche e/o eventuali strumenti.
Anche il potere ha a che fare con il raggiungere certi obiettivi, ma è evidente che siamo ancora lontani da ciò che stiamo cercando. Con la nozione di capacità possiamo rendere conto della riproduzione umana, ma non riusciamo a spiegare perché il figlio del re sarà re a sua volta o perché entrambi possano decidere della vita e della morte dei propri sudditi. Se tentiamo di spiegarci la natura di confini nazionali, parlamenti e banche d’affari, la situazione si complica ulteriormente.
Bisogna capire perché certi esseri od oggetti possono svolgere funzioni che non hanno nulla a che fare con la loro struttura fisica. La risposta è che possono perché c’è un gruppo di persone che gli riconosce (ma non necessariamente approva) un ruolo che comporta il significare determinate cose e la possibilità di agire in certe maniere. Affinché possa esserci un processo del genere, c’è bisogno del linguaggio.
Spesso pensiamo ad esso solo come a uno strumento per raccontare il mondo, ma il suo spettro d’azione è molto più vasto. Non tutte le rappresentazioni che siamo in grado di produrre, sono calchi fedeli del reale. Siamo perfettamente in grado di parlare di stati di cose che non esistono: possiamo mentire, raccontare storie di fantasia o modificare il mondo in modo che si adegui a ciò che diciamo.
Quest’ultimo punto è quello in assoluto più interessante. A prima vista sembra un’assurdità, ma in realtà lo sperimentiamo molto frequentemente. Pensiamo ad esempio all’ufficiale di stato civile che dice “vi dichiaro marito e moglie”. Ecco, questa semplice emissione vocale modifica la realtà creando una cosa che prima non esisteva, la coppia marito-moglie, dotata di statuto, diritti e doveri diversi rispetto a quelli che avevano i due individui da cui è formata.
Certo, ciò può accadere solo perché ci si trova in un contesto regolato da determinate leggi ma queste leggi non hanno forse la stessa struttura del “vi dichiaro marito e moglie”, quella di parole pronunciate da alcuni esseri umani, che generano così una nuova realtà e nuovi comportamenti da seguire? E il processo con cui vengono promulgate? E il meccanismo con cui vengono investite di potere legislativo quelle persone e non anche altre?
Il mondo è una rete fitta e inestricabile di istituzioni che legittimano altre istituzioni, di pronunciamenti di esseri umani che attribuiscono ad altri esseri umani il potere di fare pronunciamenti in grado di modificare la realtà. Nella realtà effettiva delle cose (fisica, chimica, biologica) non c’è niente che lo giustifichi. Capi di governo si viene proclamati, non si nasce né si diventa per il possesso di qualità particolari. Una banca d’affari o un’associazione culturale vengono istituite per mezzo di una dichiarazione, non esistono di per sé.
Se cerchiamo la giustificazione di un’istituzione, la troveremo sempre e soltanto in un’altra istituzione. Si può tentare di spezzare questo circolo vizioso proponendo buon senso e ragionevolezza come radici di tutto… ma il contenuto di queste varia anche di parecchio da una persona all’altra, perciò la situazione non migliora affatto.
Tuttavia alle istituzioni non serve un fondamento primo. Anzi, «funzionano meglio quando sono semplicemente date per scontate e non viene mai chiesta o offerta una giustificazione» (John R. SearleCreare il mondo sociale). Tutto ciò di cui hanno bisogno è un gruppo sociale che agisca, pensi, parli e in generale regoli la propria vita su di esse. Ciò non solo fà sì che “funzionino”, ma ne determina l’esistenza stessa.
Sembra paradossale, ma non lo è. Ripensiamo a qualsiasi grande rivoluzione istituzionale o sociale (anche scientifica, ma qui non ci interessa): tutto ha inizio quando lo status quo viene messo in discussione, se ne cerca la giustificazione e la si trova insufficiente. Il primo passo di tutti i movimenti rivoluzionari è appropriarsi del vocabolario per cambiare il significato dei termini chiave usati dalla società. La rivolta (che non deve necessariamente essere violenta, come hanno dimostrato l’esempio di Gandhi e il berlusconismo) ha successo, un successo duraturo, solo se riesce ad estendere questo passaggio cruciale a vaste fasce del tessuto sociale. Altrimenti la Restaurazione è imminente.
Il potere si conserva attraverso il suo stesso esercizio. Una rivoluzione è un fallimento se si limita a creare nuove istituzioni formali e non riesce a cambiare il modo di pensare e agire delle persone. Non importa quanto successo può sembrare che essa abbia avuto. Il potere, infatti, non si esercita soltanto attraverso l’uso della forza o di mezzi esteriori e razionali. La sua forza è massima quando un gruppo sociale percepisce, consapevolmente o meno, come praticabili alcuni corsi d’azione e non altri. Basta inculcargli sottilmente desideri, obiettivi, l’idea di un destino: non serve altro.
Finalmente veniamo a capo della contraddizione di cui parlavamo all’inizio. Il potere è sì formalmente esercitato “dall’alto”, nel senso di “dall’istituzione che lo detiene”, ma la sua esistenza è totalmente “in basso”, nelle persone che pensano e agiscono tenendo conto dei suoi principi e delle sue norme (che li seguano o li rigettino muovendosi in opposizione non ha importanza, poiché il riconoscimento di esistenza dell’istituzione c’è in entrambi i casi). Ciò è significativo: per quanto il re possa sbraitare, se il popolo intero non gli obbedisce, egli di fatto non è re.
Certo, l’esistenza sociale concreta è più complessa di così: non una relazione bidirezionale, ma una rete sterminata e inestricabile di istituzioni e rapporti di potere… spetta a ognuno di noi riflettere sulla propria e capire quali sono le regole del gioco e in che modo può esercitare la propria costitutiva libertà.

Leggi il primo articolo della serie: L’Italia e la teologia del potere

Leggi l’articolo precedente della serie: L’Islanda e la democrazia reale

2 thoughts on “La nascita delle istituzioni ‒ La natura del potere

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...