Quaderni russi

Salvatore Smedile

Igor Tuveri ne ha fatta di strada da quando, ancora giovane, lascia la sua Sardegna per diventare Igort, un graphic novelist di portata internazionale. In Quaderni russi, il narratore che parla per lui fa un racconto dentro il racconto, mischia biografie e storia di personaggi realmente esistiti ma talmente forti e caratterizzati che appaiono invenzioni letterarie più reali della realtà.
L’idea iniziale del viaggio in Russia è quella andare a curiosare tra le dacie di Čechov ma lo stato delle cose pone Igort davanti a un altro disegno. A est dell’Europa troppi sogni si sono infranti e troppe ingiustizie rimangono ancora taciute per ragioni politiche. Igort decide di raccontare quello che vede e quello che sente da diretti testimoni. Dopo i Quaderni ucraini è il momento dei Quaderni russi. In copertina, oltre al sottotitolo “La guerra dimenticata del Caucaso”, la scritta “Un reportage disegnato” a evidenziare la categoria dentro cui si colloca questa graphic. Siamo nel cuore della questione: dobbiamo considerare Quaderni russi un’opera narrativa o un’opera di giornalismo? Probabilmente è qualcosa di impuro: nessuno dei due e tutti e due. Quello che scatena sfogliare i Quaderni è proprio una duplice ottica. Si respira il desiderio innato del racconto grafico e l’intento di lasciare una testimonianza su fatti che cadono con troppa facilità nell’oblio della storia. E che storia quella dell’Unione Sovietica! Nessuna ragione di stato può giustificare un dominio nella coscienza e nell’esistenza come quello dell’era staliniana e post staliniana. Il motore della narrazione, il personaggio principale che ha dato l’impulso alla graphic è Anna Politkovskaja, condannata a morte perché “si era denudata della distanza della giornalista”.
La prima cosa che vediamo è l’arma del delitto: la Makarov IZH col silenziatore con cui è stata spenta “una luce importante della coscienza russa”. Poi il luogo, l’ascensore dove è stata crivellata. Il seguito è un accavallarsi di avvenimenti nella grande Storia che fagocita fatti più o meno conosciuti o riconosciuti. Siamo dentro un fluente processo graphic dove i tempi sono destrutturati e ricomposti per persuadere e testimoniare. Un diario di viaggio dove si attraversano varie sfumature di colori che sicuramente vogliono indicare uno stato d’animo. Rosso, giallo, verde, azzurro, blu, viola, grigio. Verso la fine prevale il bianco e nero. Testo e immagini si completano e si spiegano a vicenda. Si entra nelle stanze della memoria russa, nei grandi personaggi che ancora non hanno esaurito il loro messaggio. Viene voglia di saperne di più e soprattutto di tornare in un inconscio collettivo che ci appartiene. 180 pagine senza numerazione ma divise da sezioni che tentano di mettere ordine in un tessuto apparentemente molto disordinato e sconnesso. Il meglio dovrà ancora venire. Igort ha avviato un processo dove estetica e testimonianza si sono magnificamente incontrate e stanno cercando una loro grammatica. È il tempo di una nuova narrazione.

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