Un bambino e la verità della Bibbia

Alessandro Barella

Mosè riceve i dieci comandamenti. Dipinto di Gebhard Fugel. Immagine di pubblico dominio

Mi ricordo ancora del giorno in cui, ancora bimbo, mi posi una delle tante domande che avrebbero influito sulla mia visione del mondo e condizionato una certa parte delle mie scelte future.
Avevo otto anni e a scuola avevamo iniziato ad affrontare lo studio dei miti greci e romani. È un mondo affascinante, un repertorio di storie, mostri ed eroi in grado di rapire l’immaginazione di un bambino come solo un romanzo di avventure riesce a fare. Tuttavia, per quanto potessi fantasticare sui tempi mitici dell’Iliade e dell’Odissea, sapevo che erano falsità, perché Dio è uno solo, è quello dei cristiani, che si è fatto uomo per redimerci del peccato originale.
A casa affrontavo una molteplicità di letture, tra le quali spiccava la Bibbia (per libera scelta, non perché la fede mi fosse mai stata imposta da qualcuno). Certo, come libro non era il massimo del divertimento ma almeno, pensavo, conteneva la verità… per quanto una verità un po’ difficile da conciliare con quella, in cui credevo altrettanto fermamente, della biologia, dell’astronomia, della paleontologia e della storia antica. Tuttavia non ci facevo troppo caso: a volte escogitavo da solo risposte come «Ma è facile! I dinosauri si sono estinti perché l’ha deciso Dio, ecco perché!», altre pensavo che prima o poi su qualche libro avrei trovato la soluzione dell’enigma, altre ancora non vedevo proprio il problema. Diamine, per quanto sveglio e vorace di conoscenze, ero pur sempre un bambino di otto anni!
Un giorno, però, un pensiero mi balzò in testa all’improvviso: dio è buono e vuole che gli uomini vadano in paradiso. Però gli uomini possono andare in paradiso solo se si comportano bene, perché se sono cattivi vanno all’inferno. Ma se uno non ha studiato quali cose sono buone e quali cattive, come fa a sapere cosa deve fare? Allora Dio avrebbe dovuto rivelarsi a tutti i popoli fin dall’inizio dei tempi. Gesù però è nato da meno di duemila anni. E tutti i popoli che sono vissuti prima di lui? E tutti quelli lontani da Gerusalemme, che non potevano ascoltare il suo messaggio? Dio li ha lasciati nell’ignoranza? Li ha condannati all’inferno perché credevano in idoli che non potevano sapere fossero falsi? Ma è lui che non gli si è rivelato! Non è possibile che abbia lasciato sbagliare così tanti uomini per così tanto tempo senza venirli a correggere!
Praticamente ero davanti allo stesso paradosso di Hans Jonas in Il concetto di Dio dopo Auschwitz, solo formulato in maniera molto più ingenua. Quasi in contemporanea con la domanda, mi balenò nella mente una risposta… un po’ bizzarra, a guardarla con gli occhi dell’adulto, ma perfettamente sensata in quel contesto: «Gli uomini non possono essersi sbagliati per così tanto tempo, vuol dire che gli dei di tutte le religioni esistono e sono sempre esistiti! È solo questione di qual è quello più forte in un certo periodo, ma esistono tutti!» Ero certo di aver trovato la verità, perché non vedevo come avrei potuto smontare quel discorso senza mettere in crisi la bontà di Dio.
Negli anni successivi ho cambiato punto di vista sulla questione diverse volte, ma il problema non si è mai sciolto. Ancora oggi devo riconoscere che non riesco a immaginare come si potrebbero mettere in salvo capra e cavoli. Aver affrontato di nuovo la lettura delle Sacre Scritture con mente più matura non ha certo facilitato le cose. Tutt’altro.

Sant'Agostino di Ippona. Immagine di pubblico dominio

Uno dei primi ostacoli su cui ogni buon cattolico dovrebbe meditare è la Bibbia stessa. Non sono certo io il primo a notare che i Testamenti sono pieni di contraddizioni interne evidenti e che spesso le loro affermazioni, prese letteralmente, sono in esplicito contrasto con la dottrina della Chiesa. Ne era sconvolto persino Sant’Agostino, che infatti nella prima parte della sua vita aderì a uno dei molti cristianesimi gnostici (quello dei manichei), ritenendo che riuscisse a dare risposte credibili laddove il cattolicesimo non ne aveva.
La conversione a quella Chiesa di cui diverrà uno dei Padri più importanti, arriva soltanto dopo il contatto con le idee di Sant’Ambrogio. Secondo l’allora vescovo di Milano, infatti, la Bibbia non va letta ma interpretata. In ogni versetto si deve cogliere un’allegoria che ne riconcili il senso con la dottrina. Ovviamente non tutti sono liberi di farlo a piacimento, altrimenti si scadrebbe nel relativismo e nell’eresia.
Ho una grandissima stima per la mente geniale di Agostino, e il fatto che abbia potuto dare il suo assenso a una teoria del genere mi lascia perplesso.
Che senso ha per Dio, per il Dio universalista del Nuovo Testamento, rivelarsi in un’opera che non va letta ma interpretata? Perché un messaggio indirizzato a tutte le genti del mondo dovrebbe essere affidato a un testo oscuro e incomprensibile ai più? Non c’è niente, nella logica della bontà di Dio, che giustifichi una cosa del genere.
Perdipiù, è palesemente errato parlare di “rivelarsi”. Nel concetto di questa parola è insita un’immediatezza che non c’è modo, per noi, di riscontrare nelle Scritture. Dio si è rivelato agli autori dei vari libri della Bibbia, ispirandoli, dandogli una prova concreta senza alcuna mediazione. Ma a tutti gli altri? A chi quei libri li ha solo potuti leggere, magari in traduzione? Il resto del mondo deve accontentarsi di ciò che hanno scritto questi estensori del Verbo divino e della loro parola. E chi ci dice che possiamo fidarci della loro testimonianza? Il concilio di Nicea, nel quale il canone della Bibba è stato stabilito per alzata di mano. Tranquilli, ci dicono: non un’alzata di mano qualsiasi, bensì una mano ispirata dal Signore! Ma chi ci garantisce di questo? Oh, ma l’ispirato concilio di Nicea stesso, ovvio!
Ah, quanto sono lontani i tempi in cui ai dubbi di San Tommaso il Signore stesso rispose con una prova concreta, anziché fargli dire da qualcun altro a brutto muso «è così e basta.»

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