La mia vita in bicicletta

Salvatore Smedile

Per Ediciclo Editore è uscito questo racconto di vita dell’astrofisica Margherita Hack. Un’autobiografia che fa coincidere storia personale e collettiva con grande grazia. Dalla copertina si evince che non si parlerà esclusivamente di questioni astronomiche e che si pedalerà per le strade di un’esistenza poco incline all’agio borghese. Con il suo sorriso, i capelli bianchi, la pelle e le mani di una novantenne che ha usato tanto la testa ma anche tanto il corpo, appoggiata alla sua bicicletta la Hack sembra guardare il mondo con la disinvoltura di chi ha ben capito che sulla terra siamo di passaggio. La prefazione di Patrizio Roversi, che prende 12 delle 160 pagine complessive e che vale già l’acquisto del volume, è una lettera lasciata sul comodino di Zoe, la figlia sedicenne. Le idee più semplici sono le più riuscite. L’augurio è che l’autrice possa diventare per lei un modello: “se cerchi un un riferimento femminile, Margherita è perfetta!”. I titoli dei 32 capitoli costituiscono di per sé un micro racconto che all’autrice riesce molto bene. Pur dichiarando che tutto ciò che sta fuori dalla fisica sono “chiacchiere inconcludenti” parla di sé stessa raccontando un’Italia che è entrata ed è uscita dal Fascismo. La Hack, per indole naturale portata a sovvertire l’ordine preesistente, non tanto per spirito rivoluzionario ma per passioni che muovono l’esistenza, ci fa entrare dentro i capitoli della sua storia. Nel primo (Binda o Guerra?) in sole tredici righe riassume la sua passione per la bici e per Aldo, l’uomo che diventerà suo marito. Lei, undicenne, era per Binda; lui, tredicenne, era per Guerra.

Alti e bassi, differenze, contrarietà ma anche gioie inesprimibili fanno parte dello stesso copione che la Hack interpreta alla grande. La mia vita in bicicletta è un inno alla vita e a tutte le sue molteplici sfaccettature. A un certo punto della storia d’Italia a scuola si smette di insegnare il francese e viene introdotto il tedesco in virtù dell’alleanza con il Terzo Reich. Le leggi razziste arrivano presto: gli insegnanti di origine ebrea escono di scena, alcuni tragicamente. La stessa Hack viene sospesa con sette in condotta per spirito disfattista. L’autrice sopravvive al quel periodo e non si fa travolgere: “L’indignazione per le leggi razziali e la passione politica mi guarirono e mi fecero ritrovare me stessa”.

La sua carriera scientifica viene solo menzionata per cambiamenti di residenza e gli ultimi capitoli trattano questioni ambientali irrinunciabili. La scienza può e deve dare un contributo alla convivenza dell’umanità su un pianeta che è sempre più stretto; importante è ragionare senza pregiudizi. Nell’ultimissimo capitolo (Libertà nella natura) con poche pennellate tratta di quanto sia importante avere salute per poter far andare al meglio la macchina del nostro corpo.

In calce, alcune simpatiche immagini, completano il quadro. Il suo Aldo, i suoi cani, i suoi sport, i suoi paesaggi, la sua natura. Non è tipa da foto in posa la Hack. La bicicletta è la metafora di un procedere lento e poco intellettuale, di una fatica quotidiana che diventa piacere nella misura in cui è scoperta di quello che abbiamo intorno.

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