Majakovskij, specchio infranto dell’umanità

Michela Boccalini

Majakovskij, specchio infranto dell'umanità

Elaborazione grafica di Michela Boccalini. Immagine sotto licenza CC 2.5.

Sarebbe un approccio approssimativo e superficiale apprestarsi a leggere Vladimir Majakovskij per ritrovarvi il “poeta politico”, “il poeta della rivoluzione”.
Ben presto ci si accorge di aver dato troppo credito a delle etichette e di aver sottovalutato la sua tanto più complessa poesia.
Iscritto fin da giovane al partito comunista nella Russia dei primi decenni del Novecento, Majakovskij vive con profondo trasporto tutti gli eventi politici e sociali del periodo: il Socialismo, la Rivoluzione del ’17, Lenin, Trotsky, poi Stalin… È innegabile come la sua poesia fosse al servizio della rivoluzione proletaria e come le sue parole riecheggiassero nelle fabbriche, come le sue grida fossero un tutt’uno con le grida degli operai alienati dal Capitalismo.
Il suo linguaggio è così potente perché ha uno scopo pratico e un pubblico, entrambi ben definiti e accesi.
Stiamo parlando, è vero, di un comunista sfegatato, di un uomo votato alla lotta e alla propaganda; il portavoce di un’intera classe sociale. Ma non solo…
La scrittura di Majakovskij è un riflesso ancora più ampio della realtà, un ipermetrope che tutto vede a distanza di chilometri o millesimi di millimetri: nei suoi versi troviamo anche quotidianità e problematiche più “ristrette” e “domestiche”.
La sua utopica aspirazione al cambiamento e alla costruzione di una nuova vita (in assoluta simbiosi con il rigurgito futurista nei confronti dell’ammuffita stabilità della tradizione) non si limita a descrivere una coscienza collettiva ma anche una nuova forma d’amore totale e cieco, un atavico bisogno d’attenzioni, l’angoscia di non essere compresi e la speranza disperata di esserlo.

“L’amore è la vita, è la cosa principale. Da esso si dispiegano i versi e le azioni, e tutto il resto. L’amore è il cuore di tutte le cose. Se cessa di funzionare tutto si atrofizza, diventa superfluo, inutile. Ma se il cuore funziona non può non manifestarsi in ogni cosa, in tutte le cose.”

Majakovskij non indietreggia di fronte al proprio turbinio di sfumature, anzi! Utilizza tutti i toni possibili: grida e bisbiglia, picchia e accarezza, sbava e sputa… Una grande guida che, salita sul pulpito più alto, si rivolge al mondo intero e poi, la sera, rientrando a casa solitario, necessita di essere rassicurato.
Riesce ad esprimere così tutto se stesso, senza riserve o mezze misure. Solo così, d’altronde, sapeva essere e amare, contradditorio ed esagerato; cane che ringhia e allo stesso tempo gatto che fa le fusa.
Nella sua tragica profondità e fragilità di uomo dai molteplici volti, lui ha potuto parlare di tutti i sentimenti perché tutto ha saputo sentire e capire.
Ma questo suo morbo che lo faceva splendere come il sole, lo logorava anche e indeboliva sempre di più, giorno dopo giorno.
Le mie tre tavole non sono certo un tentativo di sintesi di un autore così maestoso ma la scelta stilistica di un trittico è un chiaro riferimento a quelle tre forze motrici che hanno spinto e nutrito Majakovskij per tutta la vita: rivoluzione, amore e arte.
A queste Majakovskij aveva conferito un ruolo fondamentale, salvifico: l’artista sarebbe stato il solo cuore profondo, l’anima “toccata” in grado di sondare la propria fragilità non facendo di essa debolezza; avrebbe avuto il coraggio di adempiere al ruolo a cui era destinato, assumendo la responsabilità di guida e servitore del popolo.
Majakovskij in persona avrebbe dovuto fare di se stesso un eroe, il budetljamin (uomo del futuro) per l’intero genere umano.

“Sono solitario come l’ultimo occhio di un uomo in cammino verso la terra dei ciechi!”

Se consideriamo come le sue parole non accennino a perdere intensità col passare delle epoche, possiamo senza indugi rendere onore ai suoi sforzi.
Con i suoi nervi scoperti ha frustato e cullato l’umanità intera e solo uno specchio infranto (come lo è stato lui) può essere in grado di riflettere una natura frammentata come quella umana, coltivandola e al contempo denudandone l’essenza, la grandezza e la vitalità.
Chi riconosce questo nelle sue parole, nel suo grido incessante, non può non amarlo anche quando la sua fede l’ha portato al fraintendimento supremo: lui, così deciso e coerente, alla fine è sembrato vacillare, malato di suicidio.

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