La lotta alla casta: tra antipolitica e astensionismo

Alessandro Barella

Le elezioni amministrative sono vicinissime e molti hanno già pensato: “No, io a votare stavolta non ci vado”. I motivi possono essere i più diversi, ma tra i principali c’è lo schifo nei confronti della classe politica attuale: “Io non mi sento rappresentato da questa manica di ladri, il mio voto non lo avranno mai”. Quante volte abbiamo sentito frasi del genere?
Chi pensa così, lo fa solo per sentirsi a posto con la coscienza (“Ah, quello manda tutto a rotoli? Mica l’ho votato”) o sperando di portare un cambiamento con questo suo non-gesto (“Non andiamoci più a votare, così prima o poi lo capiranno!”). Purtroppo sono solo cavolate, sogni di una persona che non guarda come funzionano le cose.
Pensateci bene: cosa ne può interessare alla classe politica se noi non andiamo a votare? Niente, perché per come sono strutturate le leggi elettorali qualcuno governerà sempre. Non si tratta di un referendum, dove bisogna raggiungere un quorum affinché la votazione sia effettiva. Che vada alle urne il 100% degli aventi diritto o solo una manciata di persone, le elezioni sono valide comunque. Chi ha il maggior numero di supporter vince e va a governare.
Possiamo pensare di avere tutti i motivi del mondo per non andare alle urne, ma questo fatto non cambia: astenersi non è votare contro la politica, ma lavarsene le mani e dire “chiunque vada su mi sta bene”. Da un punto di vista pratico, un voto non dato è un voto che va a vantaggio della coalizione che uscirà vincitrice. Per usare una metafora calcistica, non andare alle urne è come tifare per la squadra che vincerà lo scudetto, a prescindere da quale sia.
“Che me ne frega, io quelli non li voto comunque. Tanto sempre uno di quelli deve vincere, no?”
Sbagliato. E non lo dico perché mi piacciano i nostri attuali governanti. Tutt’altro. Però, se non li vogliamo, bisogna fare qualcosa. Non possiamo applicare le massime di Sun-Tzu e sperare di agire attraverso la non-azione. Può funzionare in altri casi, ma non qui. Non in un contesto regolato in modo da agire a prescindere dai comportamenti che possiamo tenere. Non c’è bisogno del quorum, ricordate?
“Eh, ma se nessuno andasse a votare…” bell’ideale, parole belle quanto vane. Pensarlo è semplicemente stupido. Non si può convincere il 100% della popolazione italiana a non andare alle urne, se non altro perché loro, i politici (per non parlare dei tesserati ai partiti), ci andranno comunque e tanto basta.
Che dobbiamo fare allora? Siamo destinati a una sconfitta eterna come nelle grandi tragedie greche? No, una cosa la possiamo fare, se pensiamo a come funzionano le elezioni.
L’unico modo per togliere il potere dalle mani di chi ci governa attualmente (a parte la rivoluzione, ipotesi per cui però non si vedono le condizioni) è votargli contro. Votargli contro non significa non votare, ma votare per i piccoli partiti, per quei partiti che non riescono mai a prendere più di una manciata di preferenze e sono in pratica sempre tagliati fuori dalle sale del potere.
Ecco, se il popolo degli astensionisti si decidesse ad andare alle urne e votare per i piccoli partiti, allora quelli grandi vivrebbero un vero e proprio tracollo. Non sarebbero più gli unici, dovrebbero confrontarsi con i nuovi astri nascenti e inizierebbero a prendere consapevolezza del fatto che anche loro possono tramontare, essere sconfitti. Forse, allora, si ricorderebbero che hanno bisogno del consenso del popolo, se vogliono tenersi strette le poltrone, e comincerebbero a fare qualcosa anche per il nostro benessere, anziché pensare soltanto ai propri interessi.
Votare e votare contro: per come sono strutturate le regole del gioco, è questa l’unica forma di antipolitica che può avere successo e riuscire in qualcosa.

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