La scelta di morire

Marzia Cikada

L’intesa di San Paolo, Torino 2011. Opera di Gec.

I primi due si sono tolti la vita che ancora non erano finiti i festeggiamenti per il nuovo anno, il 2012, l’anno dei suicidi. Capita a Catania, a Firenze, a Trento, a Pescara, a Verona, a Roma, a Torino senza differenze tra Nord e Sud, sebbene sembrerebbe il Veneto la regione con il triste primato. Alcuni in coppia, ma la maggioranza da soli, alcuni giovani, altri anziani. Imprenditori, disoccupati, commercianti, imbianchini, corniciai, pensionati, operai, portieri. Quasi ogni giorno un uomo, un nome, una storia, una famiglia. Il tasso di suicidi in Italia è in crescita, insieme con l’uso di psicofarmaci (quadruplicato dal 2010) e l’abuso di droga e alcol. Emergeva già da una indagine dell’Istituto di ricerche economiche e sociali Eures del 2009 quando l’incremento del fenomeno era del 5.6% rispetto all’anno precedente e oggi siamo a un più 24% (trattasi comunque di un dato stimato sui soli mesi trascorsi). Qualche giorno fa sono scese in piazza le vedove bianche d’Italia, le donne che hanno perso i loro compagni. Alla guida c’era la vedova di Giuseppe Campanello che si diede fuoco davanti all’Agenzia delle entrate di Bologna. Un corteo di un centinaio di persone che silenziosamente, accompagnato da bandiere bianche, ha voluto ricordare quello e altri gesti estremi che si sono susseguiti in questi cinque mesi.
Sono persone che non riescono a pagare il mutuo, vengono licenziate, non sanno come rispondere alle necessità quotidiane dei figli e alla fine non resistono più, adulti cresciuti con il valore etico del lavoro che non accettano di avere come unica possibilità il lavoro abusivo, quando se ne trova. Molti lasciano biglietti di scuse, mandano un ultimo sms alle persone care prima di morire. A volte si riesce a fermarli ma la maggior parte non vuole esserlo, la loro non è una richiesta di aiuto ma una comunicazione che vuole essere espressa.
Cosa sta succedendo in Italia? È una storia come quella della Finlandia degli anni novanta, quando vantava il triste primato in materia, prima di un poderoso calo dovuto all’attivazione di programmi preventivi, o come quella del Giappone, dove i suicidi sono nell’ordine di uno ogni circa venti minuti o della Grecia di pochi mesi fa?
È una storia italiana, condita con i mutamenti sociali ormai in atto da decenni qui in Occidente.
Una storia che potrebbe partire con molti c’era una volta. C’era una volta la politica, per esempio. Lo stato da cui i cittadini si sentivano rappresentati, accolti, una base sicura (per dirla alla Bowlby) che affiancava quella privata per costruire il proprio futuro. Anche essere contro lo Stato permetteva di entrare in un movimento dialettico di pensiero che costituiva un ideale portante per molti individui. Era chiaro allora il senso essenziale del verso di John Donne del 1624, quello che diceva che “Nessun uomo è un isola” , perché parte integrante di un tutto che contempla il mondo interiore come la vita intera dell’umanità.
C’era una volta la possibilità per tanti uomini e donne di stare al mondo, credere in determinati ruoli sociali, l’idea di etica accompagnava le vite fino alla fine, diventava interiorizzata, dentro. Permetteva a uomini come Kant di scrivere quanto “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me” avessero accompagnato il suo pensiero.
Ma, con gli anni, qualcosa cambiò.
Sottilmente, con il tempo e con le trasformazioni economico-finanziarie decise a livello mondiale, il disimpegno morale diventò normalità, l’apatia una caratteristica comune. Al posto dei grandi ideali, scambiati per qualche slogan, invece dei sistemi ideologici, del rispetto dei valori, al posto di un fuori, capace di sostenere la fiducia delle persone e di spingerle a sposare grandi cause, si promosse, e spesso rese unica alternativa, l’idea di ripiegare verso il proprio dentro, familiare e privato. Si barattò una fede morale forte per un individualismo fragile, docile. Perché la dimensione privata della vita, da sola, non riesce, da una parte, a fungere da unico spazio che tutto comprende e dall’altra è spesso ancorata a standard conflittuali, di una identità estetica non in armonia ma ossessionata dal corpo, cresciuta su modelli di intrattenimento di massa, modelli non sempre raggiungibili, spesso invitanti a una vita senza obblighi, svuotata.

Torino 2010, opera di Gec.

Dove porta questa storia? Al momento dove gli eroi si accorgono di non poter più raccontare oltre, all’inizio della fine. In questa storia, nel paese senza più un fuori dove stare, sono tanti i protagonisti cui è venuta a mancare la voce con cui chiedere, comunicare, raccontare la propria storia e senza una storia da raccontare la vita si impoverisce e i fantasmi come la povertà, la sconfitta, il biasimo dell’altro, spaventano di più. Non potendo né vivere nel mondo (non solo quello emotivo, privato ma quello sociale, etico, morale), né realizzarsi nel privato, sentendosi ogni giorno più fragili, falliti, lontani dalla vita sognata, molti uomini e donne di questa storia, hanno preso ad agire nel solo modo che sembra loro congruo alla situazione, scegliendo di morire.
Nella scelta della morte c’è la desolazione per il sapere come la propria vita dovrebbe cambiare pur sapendo di non poter realizzare tale cambiamento, il senso di colpa, il desiderio di reagire alla vergogna e alla umiliazione che l’impossibilità di azione provoca. Allo stesso tempo, in questa scelta estrema è possibile scorgere il desiderio di far morire attraverso sé quello Stato che non è stato possibile uccidere né combattere, portandolo con sé, pur solo in parte, nella morte. Nella scelta di togliersi la vita, molti si difendono dalla situazioni penose che vivono quotidianamente, sentendosi svalutati, inetti, senza possibilità. Il suicidio diventa il solo modo ritenuto capace di restituire la voce perduta e salvare la dignità che resta. Ogni morte restituisce all’individuo la sua storia, la comunica a quel fuori che lo ha messo alla porta, costringendolo a dargli uno spazio tutto suo, riporta l’individuo a una dimensione sociale collettiva perduta, che gli ha suggerito che potrà nuovamente essere solo quando non sarà più.
Se fosse davvero solo una storia e non la realtà dentro cui ci muoviamo, la morte sarebbe l’unica magia in grado di liberare dall’oppressione i nostri eroi. L’unica possibilità di rinascere e muoversi verso il lieto fine che si auspica funga da finale a tutte le favole del mondo. Ma quella italiana è una storia che, per ora, non sembrerebbe incline alla magia.
Dopo ogni singolo gesto rimane soltanto quanto questo stesso ha smosso che sia sdegno, partecipazione, rabbia, dolore o bisogno di cambiamento, quello che resta risuona in tutta la collettività e il suo compito è raccogliere queste emozioni per recuperare in quel dentro desolante la possibilità di un nuovo spazio fertile dove seminare una nuova storia.

4 thoughts on “La scelta di morire

  1. Anonimo ha detto:

    Complimenti Marzia per l’articolo che hai scritto. Colgo l’occasione per consigliare a tutti un bellissimo libro di James Hillman: Il suicidio e l’anima (Adelphi). Saluti e a presto. Dario

  2. maria ghisaura ha detto:

    quanto è triste e quanto è vero quello che scrive Marzia! In questa società decadente la solitudine colpisce accrescendo il senso di inadeguatezza di ciascuno di noi dinanzi alla “forzata” immagine che fa di ciascuna persona un essere capace di superare ogni difficoltà, basta che lo voglia.

  3. Uccidersi? E poi? Trascorso il momento, passata la notizia? E quelli che hai lasciato? E’ egoismo o vigliaccheria? Non so, ma a me fanno rabbia.

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