Per il Cev

Giovanni Guizzardi

Ho conosciuto Maurizio Cevenini tanto tempo fa. Se non ricordo male lui allora aveva 23 anni, io un paio di più. Eravamo tutti e due iscritti alla sezione Martelli Stefani del Partito Comunista Italiano, in via San Mamolo.
Io mi occupavo della attività di partito, lui invece era più interessato alla pubblica amministrazione. Era il capogruppo in consiglio di quartiere, il quartiere Colli, un feudo democristiano e liberale. Già, nella rossa Bologna Maurizio era costretto a stare all’opposizione. Fin da allora le cose non erano semplici, per lui. Mi volle con sé come consigliere, lo seguii volentieri. Allora le cariche non erano ancora elettive, ma di nomina dei partiti, sulla base dei risultati elettorali comunali di ogni quartiere. Noi eravamo solo in tre: lui, io e la Lella. Ogni seduta in consiglio era un mal di pancia: ci toccava subire le rampogne e le critiche di chi di Bologna vedeva solo quel che non andava, malgrado la fama internazionale di buon governo che accompagnava da trent’anni la nostra città. Vabbè, più spesso di quanto avremmo voluto eravamo costretti ad arrampicarci sugli specchi per difendere l’operato della giunta comunale, che essendo composta da esseri umani non era ovviamente infallibile, e Maurizio era un vero campione in questa pratica ardimentosa.
Stremati dallo sforzo, dopo ogni seduta per rifarci la bocca andavamo a berci qualcosa in un bar vicino a una di quelle famose osterie di fuori porta che pochi anni prima Francesco Guccini aveva cantato nel suo album Stanze di vita quotidiana. Erano bei momenti: finalmente liberi di criticarci a vicenda ci tuffavamo in lunghe e accanite discussioni sulle varie anime del partito, che per puro caso noi tre incarnavamo. Io tifavo per Ingrao, la Lella per Amendola, Maurizio, già allora fedele alla linea, per il segretario Berlinguer.
Parlavamo anche d’altro: non del Bologna F.C., perché a Lella non importava un fico, ma ricordo ancora una sera in cui Maurizio ci deliziò con un lungo e particolareggiato racconto su suo padre, che pare fosse un formidabile e rinomato ballerino alla Filuzzi, con tanto di scarpe di vernice portate nelle balere dentro una borsa, per non rovinarle.
Rimase storica fra noi tre la discussione dei bilanci delle aziende municipalizzate: per quanto nessuno di noi fosse un economista ci pareva abbastanza chiaro che quei bilanci facevano acqua da tutte le parti, e non sapevamo come difenderli in consiglio dai prevedibili attacchi della maggioranza. Maurizio, forse per celia, esclamò a un tratto: “Ma scusate”, disse, “perché non diciamo semplicemente la verità? Tanto la parola in consiglio la danno per primi a noi, per poter avere l’ultima loro. Diciamo che questi bilanci fanno schifo: sono tanto abituati a smentirci che magari lo fanno anche questa volta”. Sembrava una battuta, e probabilmente lo era, ma io, stolto, la presi sul serio e in consiglio mi alzai e dissi peste e corna del bilancio dell’ATC. Vidi i volti del presidente e di tutti i democristiani e liberali sbiancare, come se si aspettassero che da un momento all’altro quattro cosacchi mi arrestassero e mi deportassero in un gulag a far compagnia a Sacharov. Maurizio invece taceva, impassibile come una statua dell’isola di Pasqua. Poi prese la parola il capogruppo democristiano e pur riconoscendo che le mie critiche erano giuste, ritenne doveroso mitigare i miei giudizi draconiani e alla fine propose l’approvazione del bilancio.
Quella sera, davanti a una birra, io mi sentii una specie di Tallierand e Lella non la finiva più di ridere. Maurizio invece sorrideva solo, sembrava pensare che probabilmente aveva avuto una buona idea. Ma io e Lella eravamo due dilettanti, lui no.
Già allora sembrava nato per la politica e dirlo oggi, quando la politica è così poco di moda, può sembrare un’offesa. Ma non lo è. Per lui fare politica non era un mestiere né un affare, per lui era un servizio alla città, anzi una vocazione, a cui era pronto a dedicare tutte le sue energie, tutta la sua vita. E aveva stoffa, aveva carattere, aveva intuito: ricordo una sera in cui fu chiamato a partecipare a un dibattito organizzato dai repubblicani sul futuro dell’Europa. I democristiani avevano mandato a rappresentarli un giovane emergente molto in gamba, ma Maurizio gli tenne testa alla grande. Quel giovane emergente si chiamava Pier Ferdinando Casini.
Nel corso degli anni ho continuato a seguire la carriera politica di Maurizio Cevenini, anche se avevo abbandonato il mio impegno di militante e lo avevo quindi perso di vista. Quando lessi sui quotidiani che era il superfavorito alle elezioni comunali del 2010 non mi stupii affatto. Ma non perché da anni celebrava tutti i matrimoni civili e quindi era stranoto e benvoluto da un gran numero di giovani sposi. E nemmeno per il fatto che stravedeva per il Bologna, il che lo rendeva stranoto e benvoluto da un gran numero di tifosi. No, non mi stupii perché sapevo, perché avevo sempre saputo che diventare sindaco era il suo sogno, e che era perfettamente in grado di realizzarlo. Forse per questo quando lessi che era stato colpito da un attacco ischemico e che forse avrebbe dovuto rinunciare alla candidatura mi augurai che non mollasse. In fondo, pensai, se Bossi è ancora in circolazione anche il Cev può farcela. Pochi giorni dopo lessi la sua lettera ai bolognesi in cui annunciava il suo ritiro. E non ne fui felice. Non solo perché Bologna aveva perso un sindaco coi fiocchi, ma proprio per lui. Non potevo immaginare la sua vita dopo che era arrivato così vicino a quel traguardo a cui aveva dedicato tanti anni e tante fatiche, e dopo averlo mancato in quel modo.
A quanto pare, nemmeno lui poteva immaginarsela più.

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