Le cetre sui salici

Giovanni Guizzardi

Collaboro a Linea fin dal primo numero ed ho cercato sempre nei miei articoli di mantenere il tono dei miei interventi un po’ al di sopra dell’attualità. C’è un abisso tra ciò che ha rilevanza solo in un certo momento e ciò che invece ha rilevanza sempre. Ci sono cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare e cose che immaginiamo senza alcuna fatica. Di queste ultime ho sempre cercato di non parlare nei miei contributi a Linea. Poi, si sa, un conto è la teoria, un altro la pratica. Non sempre è possibile, non sempre è opportuno, non sempre è giusto, perché in ultima analisi siamo tutti umani, non androidi. Per esempio, di recente ho letto un bell’articolo di Alessandro Barella (di cui fra parentesi ho apprezzato tutti i contributi a Linea) che è in soldoni un invito ad andare a votare, e a votare per i partitini che sperano di tirar su voti facendo gli stravaganti.
In un primo momento ho provato fastidio, per quella sorta di ruvida sgradevolezza che il contingente produce sulla pelle sensibile dei tornitori di nuvole. Poi però mi sono chiesto perché mai da un paio di mesi non mi riesce di scrivere più nulla per Linea. E la risposta che mi sono dato, e che considero tuttora valida, è che in questo momento il contingente è troppo ingombrante per lasciar spazio alla filosofia. Già qualche mese fa ero rimasto letteralmente sconvolto (ma non stupito) nell’apprendere che il papà di Linea è un NoTav, o per lo meno che con i NoTav se la intende alla grande. Ma si restava, sia col recente voto che con l’alta velocità, comunque all’interno di avvenimenti di cui, fra pochi anni, nessuno si ricorderà più. Ciò che invece mi perseguita è il carattere epocale del momento storico che tutti stiamo vivendo, e la scarsa coscienza collettiva di questo passaggio. Non mi riesce di pensare ad altro.
Ho riletto gran parte dei miei passati contributi a Linea e mi rendo conto che il legame con l’attualità c’è quasi sempre stato, con una particolare attenzione al più rivoluzionario dei fenomeni del nostro tempo, quello dell’immigrazione, cioè della globalizzazione. Ma mai come ora avverto la sconvolgente immediatezza delle conseguenze di lungo periodo di questa palingenesi economica e sociale che sconvolge gli stili di vita dei miei deplorevoli connazionali. E quindi anche, seppur in modo speculare, i miei.
Non c’è spazio nemmeno per i poeti, quando tuona il cannone. Lo aveva ben compreso Salvatore Quasimodo quando scrisse a proposito del periodo della seconda guerra mondiale

Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Non resta che immergersi nel contingente e nuotare nel fango in cui siamo immersi. Ciascuno a suo modo, comunque. E quindi secondo coscienza. Così, non posso che domandarmi se gli italiani si rendano conto che un’epoca è finita, e un’altra sta cominciando, nella quale nulla sarà più come prima. Dice la Tavola smaraldina:

Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto
è come ciò che è in basso, per fare il miracolo di una cosa sola.

Ebbene, quando una cicala si è riempita di debiti e non è più in grado di ottenerne altri perché i creditori non hanno più fiducia nelle sue capacità di rifondere il dovuto, i casi sono due: o è in grado di trasformarsi per incanto in formica, o muore di fame.
Non c’è più spazio per i furbetti che non pagano le tasse per permettersi i Suv e le vacanze alla Maldive, non c’è più spazio nemmeno per quelli che credono che sia un loro diritto venire pagati in eterno per fare sotto casa e con molta calma cose che non servono a nessuno e a prezzi troppo alti. Non c’è più spazio per i corrotti ed i malavitosi, ma nemmeno per quelli che ogni volta che qualcosa non gli garba smettono di lavorare e credono di poter risolvere tutto andando a ragliare come somari nelle piazze.
Come nella favola di Pinocchio, i discoli dell’una e dell’altra specie si trasformano in ciuchi, ma nella favola di Collodi almeno si mettono a piangere, mentre nella realtà si indignano, si ribellano, si incazzano. Perché hanno perso il senno e non sono più in grado di capire la differenza tra le balle che hanno in testa e che da trent’anni si raccontano per sentirsi forti e la realtà. Gli uni e gli altri, sia ben chiaro.
I più somari di tutti se la fanno con la classe politica, così come i loro nonni fecero settant’anni fa con i fascisti. Si indignano, si ribellano, si incazzano, come se i politici fossero marziani scesi con le loro astronavi sulla Terra, e non fossero invece degli italiani come loro, che proprio loro hanno mandato in parlamento e al governo. E ce li hanno mandati perché non c’era altro di meglio, perché la nazione era in grado di esprimere solo gentaglia così, gente che le assomigliava.
Dietro ogni politico corrotto ci sono migliaia di italiani più corrotti di lui: alzi la mano il lavoratore dipendente che, pur potendo evitare di farsi fare regolare fattura, ha preteso di averla e di pagare l’IVA pur sapendo di non poterla scaricare; alzi la mano il lavoratore autonomo che, pur potendo evitare di rilasciare regolare fattura, ha preteso di farla pur sapendo che in tal modo avrebbe perso il cliente che non voleva pagare l’IVA.
L’onestà abbonda sulla bocca degli italiani, ma è assente dai loro cuori. Forse perché non hanno mai vissuto la Riforma, ma questo è un altro discorso.

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