Lydie. Una piccola dolce storia di integrazione e psicosi collettiva.

Marzia Cikada

Romeo diceva a Giulietta, sospirando sotto il fatidico balcone, che una rosa sarebbe rimasta sempre una rosa, anche se l’avessero chiamata in altra maniera. Non era importante il nome, era importante quello che della rosa era l’essenza condivisa, il profumo, la spina, il gesto di donarla come amoroso pegno. L’interrogativo che ne deriva, allontanandoci dai due tragici innamorati è se abbiamo davvero bisogno di etichette che ci raccontino tutto di noi e del mondo, o forse, a parte nei supermercati, queste non siano solo una maniera per sfuggire il pensiero, accettando invece acriticamente quello di qualcuno ritenuto maggiormente competente, che sia un illustre psichiatra o una pop star,  il bugiardino di un farmaco o l’insegnante del liceo.
Cosa accadrebbe se si evitasse di diagnosticare e si seguisse una logica nuova, sottile, fino al limite della fede e del fantastico? Quello che accadrebbe è già accaduto, ed è un racconto, una graphic novel per dirla al passo con i tempi. La storia si chiama “Lydie”, l’ha pensata e scritta Zidrou e disegnata Jordi Lafebre. Si racconta di Camille, bizzarra mamma nella Parigi anni ’30 che perde e ritrova la sua bambina. A dar retta alle etichette, quello di Camille e di Lydie avrebbe tutta l’aria di essere un destino infelice. La piccola muore eppure, incredibilmente, riesce comunque a crescere, andare a scuola, trovarsi un lavoro. Inizialmente è la sola madre a fare questo atto di fede, ma poi, lentamente e con costanza, tutta la comunità impara a vedere con quegli stessi occhi.
Non per compassione ma per affascinazione della sua incrollabile certezza, in breve il mondo visto da Camille diventa una possibilità. La fede della madre coinvolge tutti, persino i bambini, che dai tempi dei vestiti nuovi dell’imperatore sono risaputamene i peggiori nemici delle ipocrisie degli adulti.
A dover trovare un nome a questa seconda vita di Lydie, la potremmo chiamare psicosi. Collettiva per giunta. Certamente uno dei più gravi tipi di disturbi psichiatrici espressi dall’uomo, dove l’equilibrio psichico si perde fino a creare una realtà maggiormente appetibile di quella accettata dalla maggioranza. In questo caso la psicosi passa dagli occhi della madre a quelli del padre, fino a quelli di tutta la comunità. L’impossibile diventa reale. Quotidiano. La personalità fragile di Camille, eppure così forte nella fede in sua figlia, riesce a disegnare una nuova realtà. La linea tra sanità e follia viene quindi ad essere tratteggiata e più volte valicata senza creare screzi con la collettività, senza diagnosi, privazioni, etichette.  Anzi. Il potere della comunità, che non espelle ma accetta la stravaganza di un pensiero insolito, trasformando gli eventi, rende possibile il salto da una storia di emarginazione e malattia ad una di accoglienza e opportunità. Il confine tra sano e folle diventa sottile, infine inutile. Se, come diceva Laing, la psicosi non c’è nelle persone ma tra le persone, se la comunità non si sente in pericolo non ha bisogno di una diagnosi che rassicuri. Accettando come pensabile quanto normalmente riconosciuto impossibile e  ritenendolo compatibile con il proprio benessere, permette allo “strano” di appartenere alla stessa comunità, lo fa proprio. Dove c’è sintonia, armonia nelle diversità, allora non resta molto posto per la malattia e le sue etichette. Pensare la storia di Camille in uno qualunque dei nostri quartieri ispira sviluppi ben diversi della stessa storia, da un semplice effetto rassicurazione svolto dal “classico” matto del villaggio a più estreme reclusioni in istituti, sradicamento e definitiva perdita di figlia ed identità. Non per nulla, “Lydie” ha vinto il primo premio per il concorso “Les BDs qui font la différence”, premio del mondo del fumetto contro l’emarginazione. La freschezza di questa piccola storia, suggerisce che non è detto che il mondo vada visto sempre e solo con un paio di occhi e che come suggeriva  La Rochefoucald forse chi vive senza follia non è cosi saggio come crede.

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