Il Cavaliere Oscuro alla berlina. Quando il cinema genera, si dice, violenza.

Marzia Cikada

Guns Don’t Kill People, I Kill People With Guns.
Jon Lajoie

Il cavaliere oscuro- Il ritorno (The Dark Knight Rises) è il terzo film della trilogia su Batman, personaggio nato dalla fantasia di Bob Kane e Bill Finger in forma di fumetto e incarnato nella pellicola dall’attore Christian Bale, diretto dal regista Christopher Nolan. In Italia è uscito lo scorso 29 agosto, preceduto da un vento di voci sulla sua pericolosità, quando non sulla maledizione che si porterebbe dietro. Batman è due cose, un film e un’occasione. Rappresenta la possibilità di godersi uno spettacolo e allo stesso tempo di riflettere sul rapporto cinema violento e sue conseguenti (?) manifestazioni.

Ma partiamo dal film. La storia, senza dire troppo, è quella del sofferto supereroe, dubbioso sul palesarsi di nuovo o meno, alle prese con il cattivo di turno. Alla fine, come si può immaginare, l’eroe mascherato ristabilirà l’ordine, non senza parecchi morti e qualche tuffo nel passato. Ne Il cavaliere oscuro, dietro la spettacolarità delle scene, ci sono temi importanti per ogni singolo spettatore seduto in platea. La paura, il doppio, l’identità, la scelta.
Perché, inseguendo una trama complessa, una volta che si elimini l’effetto speciale, l’esplosivo e il fuoco divampante, abbiamo davanti la storia di un uomo che deve rendere conto con il suo presente al passato vissuto e, cercando di dare senso al racconto della sua vita, affronta i fantasmi e i segreti di quanto è stato. Batman, maschera di Bruce Wayne, diventa inutile solo quando la persona che la porta riesce a inventarsi un presente dove non ci sia il bisogno di nascondersi. La maschera permette di agire restando coperti, come se le azioni fatte restassero in un tempo mitico che non viene intaccato dal volgare quotidiano degli uomini, salvo poi capire che la mancanza di questo priva la stessa esistenza di umanità e piacere, condannandosi a una sopravvivenza nella colpa ben poco allettante. Si diventa adulti togliendo la maschera e affrontando le piccole cose della vita, fosse pure pasteggiare una bevanda al bar. Ma affinché sia possibile sedersi a quel tavolino occorre trovare la paura. Altro tema centrale del film. Che, bizzarramente, rispetto a molti altri, non elogia la sconfitta della paura, bensì la possibilità di provarne, esaltando un aspetto che spesso sfugge del temere: se non si teme nulla, non si avrà cura di niente. Viene ristabilito il valore biologico della paura che ci annuncia la presenza di un pericolo attivandoci perché non ci sia fatale. La paura non solo serve, in molti casi salva. Per questo, in un passaggio fondamentale del film, un prigioniero dice a Bruce Wayne intrappolato in una prigione profonda, che per poter uscire dalla stessa non è necessario essere impavidi come si presenta l’eroe, bensì occorre avere paura. Solo provando la paura di perdere la possibilità di vivere si incontra il desiderio di farcela. Perché è proprio in quel timore vitale, nella consapevolezza di voler esistere che si trova l’entusiasmo, questo sì eroico, di essere realmente vivi e capaci di imbastire una nuova narrazione della propria storia.

The Dark Knight Rises

Se questi sono gli aspetti cardine, abbiamo poi l’occasione. L’accadimento, che la rende tale, è stato su tutti i giornali. Un giovane uomo, armato di pistola e lacrimogeni, è entrato nel cinema di Aurora, cittadina del Colorado e ha ucciso 12 persone, ferendone altre 50. C’erano dei bambini. Da questo episodio è partita la solita diatriba sul cinema violento, sulla necessità della censura, sul dover evitare di produrre film così aggressivi. Quindi Il Cavaliere Oscuro, peraltro personaggio non troppo avvezzo a uccidere se proprio non sia necessario, diventa l’occasione di pensare al legame tra la violenza e il cinema.
Esiste? È diretto? Regalare un videogioco a nostro figlio o portarlo al cinema, equivale a mettere la nostra vita in pericolo o a rovinare la sua, spingendolo in un baratro di violenza?
Un dato di fatto è che la violenza nei film c’è. La troviamo a grandi mani anche nei videogiochi e nei libri (benchè un bene in disuso, ormai rilegato a un pubblico colto e maturo e quindi meno soggetto a tali accuse). Davvero possiamo solo censurarla? Porsi questa domanda significa ritenere la violenza insita nel cinema. Come se l’impulso di impugnare un’arma avvenisse naturalmente alla prima o seconda esposizione a una fonte sensibile di violenza. È questo che succede?
La cultura della violenza, vende. È un fatto come lo è che la violenza esiste, è presente in forme diverse, nella vita di ognuno. Come l’amore, la rabbia, l’allegria. Eppure, c’è un altro aspetto che non andrebbe sottovalutato, quando si giudicano le pellicole del genere o i videogiochi, ed è che sono divertenti. Divertente viene dal latino divertere e significa letteralmente volgere altrove, andare in un altro luogo, svagarsi. Guardare uno spettacolo che ci porti, per un breve periodo, in una dimensione piacevole, dove vedere la paura non ci mette in pericolo, dove è possibile sperare che qualcuno muoia per le sue malefatte, permettendoci di scaricare energie, di staccare senza punizioni per i nostri eventuali pensieri “cattivi”. Semmai, il problema, non del cinema ma offerto dal cinema, è l’eccesso. Come è possibile vivere solo in e per quella dimensione altra, irreale? E questo ci riporta a puntare la nostra attenzione non sul film, sul libro, sul videogioco bensì sul fruitore, sullo spettatore, su chi traduce, e come lo fa, il messaggio comunicato, trasformandolo, a seconda della propria storia, in un urlo di rabbia, in uno sparo di pistola o in un sorriso rilassato per l’intrattenimento vissuto.

Forse, più che cercare la strega di turno da dare al rogo, occorrerebbe sporcarsi le mani di più, guardando le molte facce di questi episodi di violenza. Non parlare di censura, ma di educazione all’immagine, di accompagnamento, fermo restando i limiti di età per particolari pellicole e il buon senso. Forse, sarebbe più utile investire in politiche di prevenzione del disagio, aguzzando la capacità di rilevare il malessere nelle singole individualità, piuttosto che gridare allo scandalo per un gioco troppo aggressivo o un film con troppe sparatorie.
Dal magazine online Slate arrivano interessanti spunti che allargano il nostro sguardo, permettendoci di vedere altro nella semplice equazione cinema violento = psicotico assassino. Vengono raggruppati episodi di violenza come quello di Aurora e della Columbine High School, episodi di omicidi di massa. La distanza tra le due cittadine è solo 13 chilometri. Per la storia, a Columbine più di dieci anni fa, due giovani studenti uccisero a scuola 12 dei loro compagni e un insegnante. Il regista Michael Moore ne ha tratto un interessante documentario che focalizzava l’attenzione sulla facilità di comprare un’arma in America e sulle sue valenze economiche, tali da rendere più appetibile per molti investitori il puntare il dito sulla cultura giovanile, piuttosto che sulla possibilità che un minore si ritrovi una pistola carica in mano.

Si ritiene che la violenza si manifesti in maniera epidemica, raggruppandosi nello spazio, nel tempo e nel luogo. Citando Bandura, si fa riferimento all’Apprendimento Sociale per cui, essendo il comportamento umano modellato su quello degli intimi per vicinanza, i luoghi esercitano un profondo peso sul manifestarsi o meno della violenza. Fra i fattori di rischio viene nominato, certamente, l’aver subito o il vivere nella violenza, il conoscerne i modi e il linguaggio. Secondo la Violence Prevention Alliance esistono due forme di violenza, acuta e cronica. Se quest’ultima è la fase in cui il comportamento violento latita, c’è ma non si esprime, quella acuta è la sua manifestazione (omicidi di massa, guerriglia, genocidio, Aurora, Columbine). A seconda della forma di violenza ci sono luoghi e modalità predilette, mi esprimerò diversamente diverso se soffro per esclusione sociale o per il mio licenziamento, per l’abuso subito o per altri motivi. Sono particolarmente a rischio gli uffici postali, le scuole, i cinema. Spesso il contagio della violenza fa sì che un episodio segua un altro cercando però di intensificarlo, renderlo più forte, terribile. Ma tutte queste informazioni non ci aiutano a far altro che capire che il film in sé, seppure passibile di giudizi negativi per eventuali eccessi di violenza al limite dell’istigazione, non è, da soli, più pericoloso di quanto non lo siano le letture dei testi sacri. Come spesso capita, la soluzione non c’è e va costruita insieme. Faticosamente.

Se non si cade nella trappola/scorciatoia del capro espiatorio, il lavoro da fare è lungo e non senza problemi, ma certamente aiuterebbe più di facili dita puntate ai danni del film o del videogioco di turno. Si tratta di educare alle emozioni, di fare attenzione alle famiglie, a quello che succede nelle scuole e nelle istituzioni, di non prendere a modello la politica della vendita delle armi americana, scandagliare la propria realtà consapevoli che sono molte le cose da cambiare e che gli interessi di tutti non sono spesso gli interessi economici di pochi. Se gli adolescenti si ispirano ai videogiochi sperando di renderli reali allora è arrivato il momento di cambiare qualcosa di questa realtà. Partendo dal modello educativo, fino ad allargare la sfida a moltissimi aspetti della quotidianità, inventando come interpretare ed esorcizzare la violenza, sapendone cogliere, davanti a uno schermo anche le sfumature divertenti, giusto il tempo dello spettacolo.

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