La teoria dei falò

Giacomo Bosio

La chimica non è mai stata la mia materia preferita. Probabilmente perché non l’ho mai capita davvero. Per esempio, non ho idea di come l’odore del fuoco si possa attaccare ai tessuti dei miei abiti, e di come lo stesso poi, a poco a poco (o un po’ più rapidamente, nel caso si scelga di lavarli), svanisca, e rimanga solo nel ricordo.
Così torno a casa, riapro la borsa (dove prima di ogni viaggio tento disperatamente di far entrare tutto ciò che mi potrebbe tornare utile per poi sorprendermi ogni volta di non aver usato che i due terzi del poco che vi avevo sistemato), e lo ritrovo. L’odore del falò. Mi ha seguito. Nascosto come un viaggiatore clandestino, ben protetto dalla zip del mio borsone verde, ha resistito per ore al buio e agli scossoni del bagagliaio. Affondo il volto nel tessuto della maglia grigia cui si è aggrappato questo gradito parassita di ricordi e, in un lampo, eccola: la consapevolezza che l’estate è finita mi investe con tutta la sua forza. Aveva rifiutato di manifestarsi allo scorrere dei giorni sul calendario, agli addii che pure proprio da questo erano stati causati, e allo stesso falò, che era stato acceso in occasione del finale di questa stagione. E, finalmente, mi commuovo un po’ anch’io. Non è tanto la consapevolezza della fine di questi mesi, nemmeno il trascorrere del tempo in sé ad investirmi; piuttosto, rivivo tutte le emozioni, le nuove esperienze, i luoghi visti e vissuti. Soprattutto, rivedo le persone, tantissime, e penso a quanto sia stato fortunato in così poco tempo a incontrare (e reincontrare) così tante persone e così fantastiche, ognuna in quel suo personalissimo, indescrivibile modo che le rende uniche. Con loro ho scambiato abilità, storie e indirizzi, e con tutti ho condiviso un pezzo di strada.

E, forse per la prima volta, con la testa affondata nella maglia, capisco davvero una cosa: così come amo questo odore così penetrante e, pur avendo visto la legna e il fuoco e il fumo, non ne comprendo davvero la causa, così è anche per molte persone, non solo quelle che mi hanno accompagnato per un po’, ma anche quelle che ho la fortuna di chiamare Amici. Non c’è bisogno di comprendere per amare. Probabilmente questo, come tutti i miei assiomi, non è che una discutibile certezza temporanea, ma in quel momento credo davvero che quell’intuizione che scatta tra due animi umani, la “compassione”, o “simpatia”, intese nei sensi classici dei termini, non ha bisogno della comprensione. Forse, semplicemente, perché non ne ha accesso. E forse è meglio così. Le persone, anche quelle a noi più vicine, non sono altro che ognuna un incredibile, affascinante mistero. E anche se, almeno per alcune di loro, conosciamo molti “ingredienti di vita”, tanto da intuire ciò che sentono e le emozioni che possono provare, in realtà le amiamo sempre senza capirle: come a dire che possiamo distinguere gli elementi ma non comprenderne l’equazione; o che il tutto è più della somma delle singole parti. Anche quando il nostro legame ha la forza di attaccarsi a noi e non abbandonarci più, e noi non possiamo più in alcun modo fare a meno di loro, è del loro mistero che abbiamo bisogno. Forse perché così affine al nostro (del quale poi, onestamente, quanta parte comprendiamo davvero?); o forse proprio perché lo sentiamo così distante, o per entrambi questi motivi, per lo stesso fatto di condividere questa mistica essenza. Comunque sia, quando ciò accade solo di una cosa possiamo essere certi: che siamo fortunati, perché abbiamo trovato un’Amante, o un Amico.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul blog La Conchiglia online.

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