La luce dell’anima

Salvatore Smedile

Dieter Schlesak – Vivetta Valacca, LA LUCE DELL’ANIMA. Zeit Los brennt dieses Licht hier (Edizioni ETS 2011).

Dopo la trilogia omerica uscita per Campanotto Editore (Il mare dai mille occhi, Lo specchio del mondo, La danza degli onde) e aver avviato la poetica del Mitoesistenzialismo, Vivetta Valacca porta avanti la sua ricerca in simbiosi con Dieter Schlesak, poeta rumeno di lingua tedesca. La luce dell’anima è un libretto alchemico che l’Editore ETS comprime in 162 pagine.
La raccolta ha una struttura ben articolata, visibile soltanto dopo alcune letture. Due voci complementari, maschile e femminile, in un dialogo intimo deciso a confessarsi. Le voci si differenziano anche per origine geografica. Le poesie di Schlesak sono scritte in tedesco e sono tradotte in italiano dalla Vivetta. Il progetto è misterico e vuole dimostrare che è possibile un unico discorso che unisce gli opposti. In una nota esile si specifica che le liriche in corsivo sono dell’autrice e che quelle in tondo sono dell’autore. La fusione delle parole, delle immagini e del ritmo si radica nel midollo della loro poetica. Non più parti separate e distinte ma un unico sangue, corpo pensante che dall’unione interiore, spirituale vien da dire, si fa di due uno. Anche il titolo contiene una doppia valenza semantica. C’è un sottotitolo che è un’unica rappresentazione nella quale è ben denotato il brennen (bruciare, ardere) della Licht (luce).

L’opera potrebbe essere una partitura teatrale. L’inserimento dei versi di Vivetta si compie sui versi di Schlesak e li compenetra. Prende una lingua altra da sé, appartenente a un altro ceppo, nel sorgere stesso del canto. La traduce e la tradisce, la continua, facendola diventare sua. Apparentemente è la parte femminile a comandare il gioco, disponendo immagini liriche a suo piacimento. Ma non c’è Re e non c’è Regina. “Dove finisce Io? / Dove incomincia Tu? / È / soltanto Noi dovunque”: sono questi i versi, scolpiti sul retro di copertina, che condensano il viaggio poetico.
L’erudita introduzione di Angelo Tonelli, come nelle precedenti raccolte, sintetizza saperi fluidi che stanno a monte di ogni discorso. Questo è uno di quei casi dove l’accompagnamento non è forma ma contenuto, chiave di lettura, proposta, inquadramento, ermeneutica.
Ci sono due canti, due voci, due lingue che a loro volta sono affluenti di fiumi più estesi che nascono in alto e scendono tortuosamente a valle sfociando in un mare quieto e mosso. Il mare, ancora il mare che incessantemente ci comprende e ci racconta storie che in fondo abbiamo sempre saputo.

Un erotismo puro si respira in ogni pagina e in certi punti è talmente figurato che è più forte della carne: “È il mare che sa / Lui maestro di marea / come arriva / l’onda / morbida piena / inarrestabile / a colmare il porto / a battere / il faro…”. Si rivelano intimità, dialoghi segreti che per amore della verità non rinunciano a dirsi e scoprirsi. Il verso di Vivetta qui è denso, concentrato, pieno. Ha lasciato la cadenza di prosa che pensavamo la potesse contraddistinguere. Non poteva esser altrimenti: il matrimonio verbale con Schlesak non poteva che avere queste conseguenze. Finché si è soli non si cambia. Tutti abbiamo bisogno dell’altro per amare. L’unione di intenti è reciproca e, verso la fine, Schlesak traduce in tedesco liriche di Vivetta. Il gioco è stato invertito.
Contenere tutto il liquido dei versi in un volumetto come questo è un’impresa perdente. Il formato non è di aiuto alla lettura. Troppo scivolosi i significati e i sospiri dei ritmi contemporaneamente calmi e irrequieti. Ho fiducia nelle voci degli autori in occasione delle presentazioni del volume (cosa di cui accennano nella postfazione) ma mi chiedo cosa potrebbe diventare La luce dell’anima interpretata da voci esterne alla pulsione desiderante che l’ha originata. Siamo vicini a Rilke, al mito di Orfeo che ancora non si è spento. Qui è lì si sente che è passato da queste strade del cuore e della memoria. È una fortuna che il canto sia ancora vivo.

One thought on “La luce dell’anima

  1. Trovo singolare che l’amico Salvatore Smedile ritenga scarsamente adeguato il formato del libro di Valacca e Schelsak. Il motivo del mio stupore sta nel fatto che proprio Salvatore ha pubblicato il suo libro di poesie “La taverna di Brest” (2005) nella stessa collana, quindi sa benissimo che il formato della collana alleo/ets è quello, avendone perfino richiesta una seconda edizione del proprio titolo. Tra l’altro anche la collana di Campanotto ha lo stesso formato, così come molte altre collane di poesia pubblicate in Italia.
    Dunque dove sta il problema?
    Sono d’accordo che si possa sempre fare meglio (certamente si potrebbe ridurre la dimensione del carattere interno ai libri della collana alleo/ets. Tuttavia ritengo siano “scureggine” su cui, se si vuole, si può anche basare una recensione, ma a chi giova?
    Saluti a tutti
    alessandro agostinelli

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