Il Cavaliere Oscuro alla berlina. Quando il cinema genera, si dice, violenza.

Marzia Cikada

Guns Don’t Kill People, I Kill People With Guns.
Jon Lajoie

Il cavaliere oscuro- Il ritorno (The Dark Knight Rises) è il terzo film della trilogia su Batman, personaggio nato dalla fantasia di Bob Kane e Bill Finger in forma di fumetto e incarnato nella pellicola dall’attore Christian Bale, diretto dal regista Christopher Nolan. In Italia è uscito lo scorso 29 agosto, preceduto da un vento di voci sulla sua pericolosità, quando non sulla maledizione che si porterebbe dietro. Batman è due continua

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Hugo Cabret

Giacomo Bosio

Parigi, anni Trenta. Un giovanissimo orfano, Hugo (Asa Butterfield), vive tra i vecchi cunicoli dimenticati della stazione dei treni di Parigi-Montparnasse, dove continua il lavoro di orologiaio del padre (morto) e dello zio (ubriacone). Solo al mondo, Hugo vive di furtarelli e di un sogno: rimettere in funzione un misterioso automa umanoide sul quale stava lavorando col padre al momento della morte. Sulla sua strada, un ispettore ferroviario (Sacha Baron Cohen) che non vede l’ora di catturarlo e spedirlo in orfanotrofio (dal quale egli stesso proviene), e il proprietario del negozio di giocattoli della stazione continua

Il vento fa il suo giro

Salvatore Smedile

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Se è vero che la speranza non muore continueremo ad avere delle aspettative su film indipendenti che partecipano con successo a numerosi festival (seppure non a quelli giusti, evidentemente) e aprono varchi nelle questioni della contemporaneità. Il vento fa il suo giro è uno di questi. Diretto da Giorgio Diritti, un regista andato a scuola da Pupi Avati, va subito detto che la sua opera prima è sua e non è sua. Alla coproduzione hanno partecipato gli attori principali, la troupe e, indirettamente, i valligiani che hanno messo a disposizione del progetto beni materiali (mezzi, case, oggetti di scena) e animali. Ispirato da una storia di Fredo Valla, interpretato da due attori professionisti e da una fantastica comunità occitana che si è lasciata persuadere a raccontare se stessa, il film è ambientato in un mondo rurale e locale metafora di qualcosa di più esteso. Un microcosmo che ha valore universale. Ogni aspetto della narrazione non si risolve nella narrazione stessa: un mistero, un che di segreto si continua

Wall Street

Salvatore Smedile

Passerà anche questa crisi e chissà se ci saremo arricchiti di un po’ di esperienza. Alcuni prospettano che il centro del mondo non sarà più l’Occidente e che faremo fatica ad abituarci a questo cambiamento radicale di prospettiva. Persino l’arcivescovo di Monaco di Baviera, Reinhard Marx, ha affermato in un’intervista sul Der Spiegel che il suo omonimo Karl Marx aveva visto giusto rispetto al capitalismo. Di questi tempi la scienza economica fa sentire la sua rilevanza a tutti i livelli. Ognuno, nel suo piccolo, cerca di capire come sia possibile che nella quotidianità si riflettano decisioni globali di uomini fedeli solo al proprio tornaconto. In ogni caso viene voglia di intendersene un po’ di più, di masticare un linguaggio che ci possa aiutare a decifrare quello che succede. Da una settimana all’altra cambia tutto, di ora in ora i prezzi della benzina ai distributori oscillano con logiche che a noi consumatori sfuggono. I professori di economia, i nuovi santoni della conoscenza, vengono interpellati come antichi oracoli. Uno su tutti Paul Krugman, il neo Nobel titolare di cattedre a Yale, Harward, Mit e opinion maker sul New York Times. Dove stiamo andando? Come sarà il nostro domani? Forse lui ce lo può dire.
Capita che il cinema svolga una funzione di guardia di certi problemi epocali. Un’arte particolarmente ambigua. Se da un lato costruisce e predispone i nostri sogni collettivi, ci seduce senza tante resistenze sul piano dello svago, dall’altro diventa un’arma tagliente di critica sociale. A volte legge con grande anticipo gli scenari del futuro. Wall Street (1987) di Oliver Stone, è un film incredibilmente continua

Standard Operating Procedure

Mattia Plazio

S.O.P.: Standard Operating Procedure. Sigla gelida e asettica che sembra riemergere dalle carcasse più nere della storia, evocando qualcosa di lugubre e inquietante, ancorché difficilmente afferrabile. È con queste tre parole che la commissione giudicatrice delle torture perpetrate dall’esercito americano nel lager di Abu Ghraib ha liquidato alcune fra le pratiche più umilianti cui i prigionieri iracheni sono stati sottoposti in questo luogo franco, dove tutto è parso come sospeso, un purgatorio terrestre che ha accolto anime in attesa di giudizio, uno dei tanti – forse dei pochi svelati – che hanno trovato e trovano tuttora posto nella nostra storia più o meno recente. Ed è questo, anche, il titolo scelto da Errol Morris per il suo ultimo, invisibile documentario, che mette sotto la lente di ingrandimento i protagonisti di questo spettacolo raccapricciante da loro stessi voyeuristicamente impressionato su pellicola e poi incautamente divulgato, in un corto circuito cognitivo nel quale è la ragione stessa, offuscandosi, ad autocondannarsi. Sì perché il sipario di questo triste spettacolo non si sarebbe mai aperto se l’ossessione tutta moderna per la registrazione del reale non avesse spinto i malcapitati a fissare indelebilmente le atrocità commesse per mezzo di una o più macchine fotografiche, come divertiti nell’immortalare le loro ignobili “prodezze” e nel rendere poi partecipi tutti del loro stesso divertimento. Quegli scatti hanno fatto il giro del mondo, hanno scosso, a dire il vero un po’ ipocritamente, le coscienze civili, macchiando di fatto l’immagine già ampiamente compromessa dell’America, costretta a imbastire in fretta e furia un’inchiesta per fare luce sull’accaduto. Un’inchiesta che, nella più autentica tradizione a stelle e strisce, si è conclusa con continua

Maradona di Kusturica

Tiziano Colombi

TITOLO ORIGINALE: Maradona by Kusturica; REGIA: Emir Kusturica; SCENEGGIATURA: Emir Kusturica; FOTOGRAFIA: Rolo Pulpeiro; MONTAGGIO: Svetolik Zajc; PRODUZIONE: Francia/Spagna; ANNO: 2006; DURATA: 90 min.

Si dice che quando il presidente del Napoli Corrado Ferlaino comprò Maradona dal Barcellona per portarlo all’ombra del Vesuvio, in realtà, non avesse i quattrini da versare alla società catalana. Forse per questa ragione ai 70mila tifosi che accorsero al San Paolo per la presentazione del nuovo acquisto fu chiesto di pagare 2000 mila lire per l’ingresso allo stadio. Un obolo per due palleggi e per i futuri trionfi, col senno di poi si può dire che ne valse la pena.
Anche il regista serbo-bosniaco Emir Kusturica ha pagato un piccolo pegno per riuscire a portare a termine il progetto di raccontare la vita del più grande calciatore di tutti i tempi. Infatti, gli ci sono voluti due anni, qualche viaggio intercontinentale e alcune attese forzate, causa improvvisi ricoveri del protagonista. Ma a giudicare dal sorriso radioso dello slavo mentre gioca a pallone con Diego nel campo della Stella Rossa di Belgrado, c’è da giurare che anche per lui, come per i tifosi partenopei, il gioco valeva la candela. Quello che Kusturica mette in scena è un documentario d’azione sceneggiato con lacrime e sangue continua

La zona

Maurizio Ermisino

TITOLO ORIGINALE: La zona; REGIA: Rodrigo Plà; SCENEGGIATURA: Rodrigo Plà, Laura Santullo; FOTOGRAFIA: Emiliano Villanueva; MONTAGGIO: Ana García, Nacho Ruiz Capillas, Bernat Vilaplana; MUSICA: Fernando Velázquez; PRODUZIONE: Messico/Spagna; ANNO: 2007; DURATA: 97 min.

“Neorealismo preventivo”. Con queste parole Boris Sollazzo di Rolling Stone e Liberazione ha descritto La zona di Rodrigo Plà. E ci sembra giusto aprire con queste parole la recensione, visto che è forse la migliore definizione che è stata data a questo film, perché ribadisce come anche un’opera che lavora sull’enfatizzazione di elementi reali sia molto vicino alla realtà. Quella del titolo è una zona residenziale recintata e videosorvegliata, dove un gruppo di famiglie benestanti si è rifugiato riparandosi dal mondo. Cioè dalla povertà delle favelas di Città del Messico. A seguito di un incidente, e di uno squarcio nella recinzione, due giovani riescono ad entrare, per poi decidere di compiere un furto. Una donna e uno dei giovani perdono la vita, mentre l’altro resta imprigionato nella “zona”. Scatta così una sorta di caccia all’uomo privata, dalla quale l’autorità pubblica resta continua

La banda: music makes the people come together

Gianmarco Zanrè

Dai sognatori targati Lennon al pubblico pop di Madonna, passando attraverso le trascinanti ballate di Goran Bregović e le febbricitanti improvvisate jazz di Bird, non si può negare alle sette note di avere da sempre avuto lo straordinario potere – e, in questo caso, ancor più del cinema – di riunire coscienze, masse e generazioni di padri e figli affinché il mondo, con tutte le difficoltà del momento storico, avanzasse di un passo alla volta nel grande viaggio del genere umano. Il caso – e l’idea vincente – di questo piccolo, grande film è proprio l’aver colto, per merito del suo regista/sceneggiatore (l’esordiente, rispetto al lungometraggio, Eran Kolirin) lo spirito della musica e averlo applicato alla settima arte senza la preoccupazione di avere, alla base, una vera e propria “colonna sonora”, sia essa prettamente musicale o, a livello di scrittura e narrazione, contenutistica. Spesso, infatti, parlare del conflitto arabo/israeliano equivale, per un cineasta, a confrontarsi continua

Biutiful cauntri

Tiziano Colombi

Sfogliando le pagine di un qualsiasi vocabolario della lingua italiana alla voce emergenza si legge: “circostanza imprevista”, e subito di seguito “momento critico per la sicurezza pubblica”. Nelle strade di Napoli e provincia le parole hanno vita propria, connotati altri, significati complessi che dimenticano l’etimologia. Roberto Saviano (autore di Gomorra) prova a fare da interprete: “l’emergenza è uno dei momenti in cui si guadagna di più. Quando si cumulano sacchetti, i bronchi dei cittadini si irritano, la continua

Slasher

Mattia Plazio

Che le aberrazioni più feroci della moderna globalizzazione siano l’effetto di un radicamento acritico del modello liberal-capitalistico coltivato e imposto su scala planetaria dagli Stati Uniti d’America è un fatto unanimemente riconosciuto. Lo è meno che sia proprio dal suo interno che negli ultimi anni sono nate – moltiplicandosi ad ogni nuova mossa dell’amministrazione Bush – le voci di dissenso e di denuncia contro una deriva etica e civile galoppante. E se questo, da un lato, conferma la vitalità e lo spirito vigile e battagliero dell’intellighenzia statunitense, dall’altro sottolinea il lassismo politico e il vuoto che circonda il mondo delle idee nella vecchia e stanca Europa, che, proprio per l’incapacità di promuovere valide alternative, di quel radicamento ne è certo corresponsabile.
continua…