Le cetre sui salici

Giovanni Guizzardi

Collaboro a Linea fin dal primo numero ed ho cercato sempre nei miei articoli di mantenere il tono dei miei interventi un po’ al di sopra dell’attualità. C’è un abisso tra ciò che ha rilevanza solo in un certo momento e ciò che invece ha rilevanza sempre. Ci sono cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare e cose che immaginiamo senza alcuna fatica. Di queste ultime ho sempre cercato di non parlare nei miei contributi a Linea. Poi, si sa, un conto è la teoria, un altro la pratica. Non sempre è possibile, non sempre è opportuno, non sempre è giusto, perché in ultima analisi siamo tutti umani, non androidi. Per esempio, di recente ho letto un bell’articolo di Alessandro Barella (di cui fra parentesi ho apprezzato tutti i contributi a Linea) che è in soldoni un invito ad andare a votare, e a votare per i partitini che sperano di tirar su voti facendo gli stravaganti. Continua

Annunci

Sambusi 6/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

«Biglietto?»
Si gira. È un controllore. Tira fuori quello del treno e glielo porge.
«Questo è del treno. Voglio quello del bus, ce l’hai?»
Fa finta di non comprendere, mette nello sguardo l’aria da cane spaventato.
«Mi capisci?»

continua

Sambusi 5/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Il treno si ferma per l’ultima volta e Ghedi è pronto a saltare giù. È in fondo al binario e si affretta nel risalirlo alzandosi ogni tanto in punta di piedi per scrutare la folla alla ricerca di Asad. Spera che sia da qualche parte ad aspettarlo, ma era stato chiaro sul luogo dell’incontro: casa della cugina. E Ghedi ne comprende il motivo: conta nella stazione quattro divise di polizia e fuori ne vede altre.

continua

Sambusi 4/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Dei controllori Ghedi non ha paura: la divisa che teme è quella della polizia ferroviaria. Asad lo aveva avvertito: «Tieni d’occhio le stazioni». Ma sonno e stanchezza gli hanno strappato di dosso l’impellenza della sicurezza: convinto di avercela fatta si lascia andare alla sorte.
continua

Sambusi 3/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

La ragazza si alza poco dopo Grosseto e da uno zainetto prende un sacchetto di carta. Ne tira fuori una bottiglietta d’acqua e un panino avvolto nella stagnola.
Ghedi non mangia da due giorni. Le narici fremono al profumo del pane e di quella che potrebbe essere una frittata: ne vede il verde compresso nella pagnotta. Osserva le briciole cadere sui jeans chiari nella luce soffusa che inquadra la ragazza. Si getterebbe in ginocchio a raccogliere pure i frammenti finiti in terra. Lo stomaco si chiude, si apre, si muove: i succhi gastrici cominciano a gorgogliare.
Non ne può più, si allontana. Scavalca l’uomo che russa disteso fra i sedili ed esce a sgranchirsi lungo il corridoio. Sbircia negli scompartimenti. Qualcuno legge, qualcuno ascolta musica, qualcuno dorme. Entra in bagno e si lava la faccia. Raccoglie l’acqua nelle mani e beve.
Nello specchio c’è qualcuno che non si sarebbe mai immaginato di diventare: un disperato.
continua

Sambusi 2/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Una notte. Questo il tempo impiegato per fuggire dall’accampamento di Rognetta.
Avevano attraversato Rosarno come un esercito di lanzichenecchi, distruggendo auto e rovesciando cassonetti. Le serrande erano state abbassate dai negozianti, una dietro l’altra, e le strade si erano svuotate. L’obiettivo dell’armata disperata: condizioni di vita dignitose. Ammassati in fabbriche e capannoni centinaia di extracomunitari sottopagati nei campi della piana e stritolati in una società povera, razzista e infiltrata dalla ‘ndrangheta avevano raggiunto il limite. Quando tre ragazzi erano stati impallinati con fucili ad aria compressa l’insofferenza covata aveva preso il sopravvento. La rivolta era esplosa e le vie di Rosarno erano state invase e devastate.
continua

Sambusi 1/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Il villaggio ha i colori sciacquati dal sole, i muri in argilla intonati con i tetti e la strada polverosa che lo attraversa fatta della stessa sostanza del deserto che tutto circonda: a lacerare il mezzogiorno solo la violenza accecante della lamiera di qualche copertura.
Un uomo cammina al centro dell’unica via, sandali che alzano nubi di sabbia finissima a ogni passo. Guarda a destra, guarda a sinistra, e poi ancora a destra e a sinistra in tutti gli usci aperti: solo buio e silenzio all’interno delle abitazioni.
Avanza lentamente, prima un piede poi l’altro. Sente la fatica di ogni movimento nella calura, sente il sudore sulle tempie.
Si ferma davanti a una casa. Chiama forte: mamma, Nadif, Roble! Non c’è risposta. Avanza adagio verso la porta, la apre e viene inghiottito dal nero assoluto dell’unica stanza. Poi tutto comincia a tremare, sente degli scossoni e perde l’equilibrio.

continua

Immigrant Song

Riccardo Magagna

Joan Baez e Bob Dylan durante la marcia per i diritti civili a Washington, 28 agosto 1963. Immagine di dominio pubblico.

Fin dall’inizio ho sentito mia madre usare le parole wop e dago in tono che denota un profondo disgusto. È come se le sputasse fuori. Come se le si slanciassero dalle labbra. Per lei, contengono l’essenza stessa della povertà, dello squallore, della sporcizia. Se non mi lavo i denti, se non mi scappello quando è il caso, mia madre dice: “Non fare così. Non fare il wop”. Così, mano mano che i suoi valori diventano i miei, wop e dago sono sempre più sinonimi del male.
Mio padre no. Come gli gira, così continua

L’entropia: la globalizzazione omologante

Giovanni Guizzardi

Rudolf Clausius, lo scopritore del concetto di entropia. Immagine di dominio pubblico.

Ciò che è affascinante del concetto di entropia sta nel caos di cui è sinonimo, in relazione ad un sistema chiuso. Infatti quando in un sistema non vi è più alcuna differenza termica fra i suoi componenti, ciascuno di essi è perfettamente amalgamato e mescolato agli altri in modo irreversibile. Una classica metafora di tutto ciò è lo zucchero nella tazzina di caffè o il sale nell’acqua degli spaghetti.
Una definizione divulgativa del concetto di entropia può essere quindi quella di disordine. Quando in casa non si trova qualcosa, ciò dipende dal fatto che non si trova dove dovrebbe essere. Una scarpa nel frigo, un prosciutto nella vasca da bagno o un bagnoschiuma sotto il materasso sono espressioni vistose ma corrette di disordine. E tale disordine è il frutto di un uso indiscriminato dello spazio, per cui ogni luogo è uguale ad continua

Donne romene in cerca di lavoro

Giulia De Paoli

Donne romene in cerca di lavoro a Torino:l’associazione italo-romena “Fratia”. Università degli studi di Torino, Facoltà di Scienze Politiche, Corso di Laurea in Servizio Sociale. Relatore: Prof. Luigi Berzano, anno accademico 2006-2007.

Conclusioni

L’oggetto del mio lavoro è il fenomeno dell’immigrazione, più specificatamente il flusso migratorio romeno. In particolare mi sono in più occasioni interrogata su quali potessero essere i motivi che spingono alcune persone a voler lasciare la propria terra e la propria famiglia per raggiungere un Paese lontano, senza avere la certezza di trovare in questo condizioni di vita e di lavoro più favorevoli rispetto a quelle in cui vivevano precedentemente.
Il lavoro che ho prodotto si articola in tre capitoli: nel primo ho deciso di analizzare le caratteristiche dell’immigrazione, inizialmente di quella Piemontese poi, più nello specifico, di quella che è possibile riscontrare nella realtà Torinese.
Da questa iniziale analisi ho potuto verificare che la maggior parte del flusso migratorio proviene dall’Area Balcanica, in particolare dalla Romania (24.000 presenze regolari nel Torinese). I dati attestano, inoltre, che la maggior parte delle persone che decidono di lasciare la Romania per raggiungere Torino è di sesso continua