Le cetre sui salici

Giovanni Guizzardi

Collaboro a Linea fin dal primo numero ed ho cercato sempre nei miei articoli di mantenere il tono dei miei interventi un po’ al di sopra dell’attualità. C’è un abisso tra ciò che ha rilevanza solo in un certo momento e ciò che invece ha rilevanza sempre. Ci sono cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare e cose che immaginiamo senza alcuna fatica. Di queste ultime ho sempre cercato di non parlare nei miei contributi a Linea. Poi, si sa, un conto è la teoria, un altro la pratica. Non sempre è possibile, non sempre è opportuno, non sempre è giusto, perché in ultima analisi siamo tutti umani, non androidi. Per esempio, di recente ho letto un bell’articolo di Alessandro Barella (di cui fra parentesi ho apprezzato tutti i contributi a Linea) che è in soldoni un invito ad andare a votare, e a votare per i partitini che sperano di tirar su voti facendo gli stravaganti. Continua

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I giovani

Giovanni Guizzardi

Giorgio Napolitano ad un comizio a Milano del Partito Comunista Italiano del 1975. Immagine di pubblico dominio.

Leggo che il Presidente della Repubblica è molto preoccupato per il futuro dei giovani. Peccato, mi è tanto simpatico Giorgio Napolitano. Mi era simpatico anche negli anni settanta, quando era un alto dirigente del PCI e io militavo, come lui, in quel vecchio e defunto partito e mi consideravo politicamente molto affine a lui. Come ora, tra parentesi. Ricordo bene però che in quegli anni non c’era giorno che non si levasse una voce autorevole a lamentarsi per il precario futuro dei giovani, tra i quali, vedi tu, allora c’ero anch’io. Quanto mi angustiava tutto ciò, se voi sapeste. Mi domandavo ogni giorno perché mai ero stato così sfortunato da nascere proprio nel momento in cui il lavoro per i giovani non c’era più e mi indignavo non continua

Sambusi 6/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

«Biglietto?»
Si gira. È un controllore. Tira fuori quello del treno e glielo porge.
«Questo è del treno. Voglio quello del bus, ce l’hai?»
Fa finta di non comprendere, mette nello sguardo l’aria da cane spaventato.
«Mi capisci?»

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Sambusi 5/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Il treno si ferma per l’ultima volta e Ghedi è pronto a saltare giù. È in fondo al binario e si affretta nel risalirlo alzandosi ogni tanto in punta di piedi per scrutare la folla alla ricerca di Asad. Spera che sia da qualche parte ad aspettarlo, ma era stato chiaro sul luogo dell’incontro: casa della cugina. E Ghedi ne comprende il motivo: conta nella stazione quattro divise di polizia e fuori ne vede altre.

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Sambusi 4/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Dei controllori Ghedi non ha paura: la divisa che teme è quella della polizia ferroviaria. Asad lo aveva avvertito: «Tieni d’occhio le stazioni». Ma sonno e stanchezza gli hanno strappato di dosso l’impellenza della sicurezza: convinto di avercela fatta si lascia andare alla sorte.
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La nascita delle istituzioni ‒ L’Islanda e la democrazia reale

Alessandro Barella

L'orazione di Pericle, dipinto di Philipp von Foltz. Immagine di pubblico dominio

Nell’articolo precedente abbiamo parlato della rappresentazione del potere politico che sembra la più diffusa tra gli italiani. Riassumendo brevemente, spesso si vede il potere attraverso le categorie della teologia: qualcosa di diverso e separato dalla realtà quotidiana, più in alto, in grado di governare e indirizzare ciò che sta quaggiù, che per contro non può sfuggirgli ma soltanto scegliere tra una resa incondizionata e una lotta tragica e impari. continua

Sambusi 3/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

La ragazza si alza poco dopo Grosseto e da uno zainetto prende un sacchetto di carta. Ne tira fuori una bottiglietta d’acqua e un panino avvolto nella stagnola.
Ghedi non mangia da due giorni. Le narici fremono al profumo del pane e di quella che potrebbe essere una frittata: ne vede il verde compresso nella pagnotta. Osserva le briciole cadere sui jeans chiari nella luce soffusa che inquadra la ragazza. Si getterebbe in ginocchio a raccogliere pure i frammenti finiti in terra. Lo stomaco si chiude, si apre, si muove: i succhi gastrici cominciano a gorgogliare.
Non ne può più, si allontana. Scavalca l’uomo che russa disteso fra i sedili ed esce a sgranchirsi lungo il corridoio. Sbircia negli scompartimenti. Qualcuno legge, qualcuno ascolta musica, qualcuno dorme. Entra in bagno e si lava la faccia. Raccoglie l’acqua nelle mani e beve.
Nello specchio c’è qualcuno che non si sarebbe mai immaginato di diventare: un disperato.
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Sambusi 2/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Una notte. Questo il tempo impiegato per fuggire dall’accampamento di Rognetta.
Avevano attraversato Rosarno come un esercito di lanzichenecchi, distruggendo auto e rovesciando cassonetti. Le serrande erano state abbassate dai negozianti, una dietro l’altra, e le strade si erano svuotate. L’obiettivo dell’armata disperata: condizioni di vita dignitose. Ammassati in fabbriche e capannoni centinaia di extracomunitari sottopagati nei campi della piana e stritolati in una società povera, razzista e infiltrata dalla ‘ndrangheta avevano raggiunto il limite. Quando tre ragazzi erano stati impallinati con fucili ad aria compressa l’insofferenza covata aveva preso il sopravvento. La rivolta era esplosa e le vie di Rosarno erano state invase e devastate.
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Sambusi 1/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Il villaggio ha i colori sciacquati dal sole, i muri in argilla intonati con i tetti e la strada polverosa che lo attraversa fatta della stessa sostanza del deserto che tutto circonda: a lacerare il mezzogiorno solo la violenza accecante della lamiera di qualche copertura.
Un uomo cammina al centro dell’unica via, sandali che alzano nubi di sabbia finissima a ogni passo. Guarda a destra, guarda a sinistra, e poi ancora a destra e a sinistra in tutti gli usci aperti: solo buio e silenzio all’interno delle abitazioni.
Avanza lentamente, prima un piede poi l’altro. Sente la fatica di ogni movimento nella calura, sente il sudore sulle tempie.
Si ferma davanti a una casa. Chiama forte: mamma, Nadif, Roble! Non c’è risposta. Avanza adagio verso la porta, la apre e viene inghiottito dal nero assoluto dell’unica stanza. Poi tutto comincia a tremare, sente degli scossoni e perde l’equilibrio.

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La nascita delle istituzioni ‒ L’Italia e la teologia del potere

Alessandro Barella

Trionfi di Cesare, IX, Giulio Cesare sul carro trionfale, dipinto di Andrea Mantegna. Opera nel pubblico dominio.

Le recenti vicende politiche dell’Italia sono state talmente particolari che non possono non aver spinto ognuno di noi, almeno una volta, a porsi qualche domanda al riguardo. Un governo che si diceva incarnazione della volontà popolare ha cercato di restare al suo posto nonostante il popolo chiedesse un passo indietro e ha infine dato le dimissioni solo quando si è imposto qualcosa di superiore e più potente, i Mercati e la Finanza. Subito dopo l’ha sostituito un altro governo, continua