Chi ha paura muore ogni giorno

Anna Maria Occasione

Chi ha paura muore ogni giorno, Giuseppe Ayala, copertina.

Poco meno di duecento pagine, in cui Giuseppe Ayala, pubblico ministero del maxi processo contro la mafia (Palermo, dicembre 1986 – febbraio 1987) mette a fuoco fatti, concetti e norme, intrecciando questioni di giustizia e colpe della politica, Cosa Nostra e metodiche di istruttoria, ricordi personali e amicizia.
Il libro, idealmente diviso in due parti (ante processo e processo vero e proprio), dedica alla morte di Falcone e Borsellino, tratteggiati poche parole, l’ultima delle pagine.
È la vita che Ayala vuole ricordare, il lavoro compiuto, le migliaia di verbali scritti, le indagini caparbie, i riscontri di ogni aspetto, le notti insonni, l’applicazione puntuale dell’art. 416 – bis codice penale che disciplina il reato di associazione mafiosa e i suoi capisaldi (patto d’onore e morte, territorio e continua

Il Piccolo Principe nel paese normale

Davide Picatto

Copertina del sedicesimo numero di Linea, gennaio-febbraio 2010. Alberto Valente (rielaborazione grafica di Chiara Costardi).

Terremoti, isole devastate, migliaia di morti, soccorritori in competizione, bambini rapiti. Montagne che scivolano, paesi pericolanti, cementificazione selvaggia, condoni edilizi, massaggi. Tangenti, ricatti, fotografie compromettenti, paparazzi. Pentiti, infiltrazioni mafiose, partiti, magistrati, politici intoccabili. Omicidi internazionali, servizi segreti, Mossad, gruppi di killer, passaporti falsi. Arricchimento dell’uranio, centrali nucleari, testate atomiche, Iran, Golfo Persico. Cina, Tibet, Dalai Lama, Obama. Afghanistan, Nato, Taliban, civili bombardati, guerra senza fine.
È il mondo del nuovo millennio. È identico a quello del secolo precedente. È un pianeta in fiamme, corrotto, malato, inquinato, sfruttato. Non stupisce, è normale, tutto va bene.
O quasi.
È l’erede dei Savoia. È tornato in continua

Campi Bisenzio, 12° vertice antimafia

Maria Genovese

21 Novembre 2009 – 12° Vertice Antimafia di Campi Bisenzio

Anche quest’anno si è svolto il consueto vertice nato nel 1999 per volontà di Antonino Caponnetto, e che continua ad essere portato avanti dalla Fondazione Caponnetto a Campi Bisenzio presso la limonaia che porta il nome del magistrato.
Campi Bisenzio. Un piccolo comune della provincia di Firenze, che da tempo ha preso la consapevolezza del fatto che la mafia non è un fenomeno locale che fa scempio del sud, ma una precisa responsabilità dell’intero Paese. Un paese che stenta ancora oggi a prendere coscienza del fatto che la mafia è ormai sistema diffuso, che rischia di intaccare istituzioni e tessuto sociale anche delle realtà più sane. Consapevolezza importante che deve diffondersi rapidamente, per evitare la pericolosa sottovalutazione di un problema che non riguarda più da tempo il solo Sud.
L’entità di questa sottovalutazione diventa drammaticamente evidente ed eclatante, se osserviamo gli ambiti europei: essendo considerato problema specifico dell’Italia, la vita di chi vive sotto scorta per la sua attività contro continua

Quella sporca dozzina

Maria Genovese

Campi Bisenzio, 22 novembre – 11° vertice antimafia

Mica vorrai parlarne sul serio? Ma sembrano usciti da Quella sporca dozzina!
Quella sporca dozzina: anche se non sono dodici mi sembra un bel titolo per un articolo che parli della security della Fondazione Caponnetto, tanto che lo stesso Salvatore Calleri, il presidente della Fondazione che così scherzosamente li ha appellati, si convince e lascia che faccia quattro chiacchiere con questi ragazzi.
Siamo a Firenze, nella hall dell’albergo dove sono riuniti gli ospiti della Fondazione che prenderanno parte al vertice. Chi come relatore. Chi come sostenitore. Chi anche solo per ascoltare e parlarne, scriverne, far uscire fuori dalla Limonaia “Caponnetto” in Villa Montalvo a Campi Bisenzio, sede dell’11° Vertice Antimafia, i temi che sono stati discussi. Volti noti e meno noti di chi vive una vita sotto scorta, e con loro volti anonimi di uomini e donne che hanno macinato chilometri per essere qui, ognuno con la sua piccola o grande realtà, con nel cuore la voglia di portare il suo impegno, e nella memoria il ricordo di Falcone e Borsellino. E di Antonio Caponnetto, ovviamente. Ognuno con il diritto a vivere con serenità la sua permanenza a Firenze per il vertice.
E per garantire a tutti questa serenità la Fondazione ha la sua sporca dozzina: chi lavora nelle security facendo servizio d’ordine presso i grandi continua

Vertice Antimafia: intervista a Salvatore Calleri

Maria Genovese

Campi Bisenzio, 22 novembre – 11° vertice antimafia

Sabato 22 novembre a Campi Bisenzio, Firenze, si è tenuta l’11° edizione del Vertice Antimafia organizzato dalla Fondazione Caponnetto.
È singolare la presenza di una fondazione antimafia in una città come Firenze, tanto lontana da quelle considerate “terre di mafia”. È singolare che in una località come Campi Bisenzio, si svolga uno dei più importanti appuntamenti con le personalità che su questo fronte sono impegnate.
Perché Firenze? Proviamo a chiederlo a Salvatore Calleri, Presidente della continua

Vertice antimafia

Maria Genovese

Campi Bisenzio, 22 novembre – 11° vertice antimafia

È una giornata piovosa, ma questo non scoraggia i tanti che sono accorsi da ogni angolo d’Italia per prendere parte a questo evento, diventato ormai una consuetudine per Campi, pur essendo piuttosto inusuale: un vertice antimafia, in una cittadina fuori Firenze, a chilometri di distanza dalle terre della mafia.
Il senso di tutto questo lo dà in apertura dei lavori il sindaco di Campi Bisenzio, Adriano Chini: “Perché a Campi? Perché aiuta a ricordare che anche qui in Toscana la mafia è ricca e in fermento. Il fenomeno esiste ed è preoccupante”. E prosegue ricordando non solo le ferite che Firenze porta ancora su di sé, memoria delle bombe di Via dei Georgofili, ma soprattutto la testimonianza del pentito Leonardo Messina di fronte alla Commissione Parlamentare Antimafia presieduta nel 1992 da Luciano Violante, che dichiara che esistono in Toscana continua

Libero Futuro: intervista a Enrico Colajanni

Maria Genovese

Nel 2005 Confindustria e Associazione Nazionale dei Magistrati organizzarono un convegno aperto a imprenditori e commercianti di Palermo. Scopo: parlare del fenomeno del racket. Probabilmente i tempi nel 2005 non erano ancora maturi, e la sala del convegno rimase vuota.
Oggi, a soli 2 anni di distanza da quel fallimento, nel novembre 2007 una sala gremita applaude la nascita di Libero Futuro, l’associazione antiracket nata dall’esperienza di Addio Pizzo, e dedicata a Libero Grassi, l’imprenditore palermitano assassinato il 29 agosto 1991 dopo aver intrapreso un’azione solitaria contro la richiesta del pizzo.
“Adesso è il momento giusto per smettere di pagare il pizzo e denunciare” dichiara Enrico Colajanni, imprenditore e presidente dell’associazione, nel suo discorso di presentazione di fronte alla platea di imprenditori presente in sala.
Ma perché oggi è il momento giusto? Cosa è cambiato rispetto a quell’iniziativa di soli 2 anni prima?

Lo chiediamo direttamente a Enrico Colajanni.
È cambiato tantissimo. Nel 2005 c’era un sostanziale silenzio delle istituzioni, e in città c’era una sorta di convivenza generalizzata con il fenomeno, che si tentava in qualche modo di nascondere. In realtà, però, sotto la situazione ribolliva: era intollerabile che le cose andassero avanti così, dopo la morte di continua

Addio pizzo?

Maria Genovese

Lo scorso novembre 2007, in un blitz delle forze dell’ordine in una villa a Giardinello, a 30 Km da Palermo, viene arrestato Salvatore Lo Piccolo, l’erede di Provenzano alla guida della Cupola. Nella villa viene rinvenuta una serie di documenti, tra cui un vero e proprio archivio: l’elenco degli estorsori e delle vittime del pizzo, che oggi rischiano l’accusa di favoreggiamento. La Repubblica di Palermo ne pubblica i nomi. Confindustria Sicilia minaccia l’espulsione degli associati presenti nell’elenco, che non hanno denunciato il pizzo. Qualcuno ha deciso per il silenzio, altri la via della collaborazione, ed hanno denunciato. Come l’imprenditore edile palermitano Ugo Argiroffi, secondo cui oggi è più rischioso pagare il pizzo che non pagarlo: continua