Quantum Discord

Salvatore Smedile

Prima o poi il pianista e compositore biellese Andrea Manzoni doveva cimentarsi nella formazione classica del trio. Trovati i giusti compagni di viaggio, Luca Curcio al basso e Ruben Bellavia alla batteria, prosegue un’avventura musicale che segue molte rotte.
Altri suoni, casa discografica svizzera, mette in catalogo questo Quantum Discord dalla copertina ammiccante e dal titolo intrigante che ha a che fare con la continua

Dublino da bar

Davide Picatto

Guinness, fotografia di Diego Meggiolaro, Dublino, novembre 2011.

La Guinness sembra un oggetto solido, un blocco di basalto sormontato da un disco di calcare, il tutto servito in una pinta vera, quella imperiale inglese, da 0,56826125 litri, e non in una farlocca tipica dei pub italiani, la media da 0,4.
Quando te la passano da sopra al banco sembra che debba pesare una dozzina di chili. L’afferri, avvolgi con la mano il vetro freddo, lo fai tintinnare contro quello dei tuoi compagni di viaggio, dici sláinte (salute), porti il bicchiere continua

Gli angeli di Altamont

Riccardo Magagna

Gli Stones nel 2006, Nizza.

“Erano il più grande gruppo rock del mondo, capite che intendo quando dico così? Erano qualcosa che non potrà esistere mai più. Quei tempi sono finiti. Eravamo tutti uguali. Le canzoni di Mick parlavano di quello che facevamo tutti. Scopare nel sedile di dietro della macchina, fare su e giù per le strade in cerca di qualcosa che non sapevamo come descrivere con esattezza neanche noi. La soddisfazione dei desideri. Satisfaction. Eravamo tutti figli della guerra. Mick e Keith continua

Gram, safe at home

Riccardo Magagna

Joshua Tree, California. Il memoriale di Gram Parsons. Fotografia di Staxnet, CC 2.0

“Una cosa è certa, amico, non voglio finire seppellito in una maledetta buca. Promettimi una cosa Phil, se muoio, giura che porti il mio corpo al Joshua Tree e gli dai fuoco”.
“Che cazzo stai dicendo Gram, sei completamente andato”.
“No, Phil, dico sul serio. Promettimi che se muoio, porti il mio corpo in mezzo al deserto, brindi e lo bruci. Non voglio finire in un fottuto cimitero con i fiori in testa, preferisco sapere le mie ceneri confuse con il luogo che ho amato di più nella mia vita”.
È il 19 luglio del 1973, Palmdale, continua

Immigrant Song

Riccardo Magagna

Joan Baez e Bob Dylan durante la marcia per i diritti civili a Washington, 28 agosto 1963. Immagine di dominio pubblico.

Fin dall’inizio ho sentito mia madre usare le parole wop e dago in tono che denota un profondo disgusto. È come se le sputasse fuori. Come se le si slanciassero dalle labbra. Per lei, contengono l’essenza stessa della povertà, dello squallore, della sporcizia. Se non mi lavo i denti, se non mi scappello quando è il caso, mia madre dice: “Non fare così. Non fare il wop”. Così, mano mano che i suoi valori diventano i miei, wop e dago sono sempre più sinonimi del male.
Mio padre no. Come gli gira, così continua

Il mistero delle barricate

Giovanni Guizzardi

François Couperin, c. 1638. Immagine di dominio pubblico.

Qualche mese fa mia figlia ha cominciato a prendere lezioni di pianoforte. È stata per me un’occasione ghiotta e scriteriata per rimettere le mani su una tastiera dopo più di quarant’anni. Malgrado la ruggine qualcosa ancora mi ricordavo, per cui mi sono scatenato alla ricerca su Internet degli spartiti di quei brani musicali che hanno costituito la colonna sonora della mia vita, da Imagine a Moon river, dal Canone di Pachelbel al primo movimento della Sonata al Chiaro di luna di Beethoven.
Tra gli altri, uno dei brani a me più cari è Les barricades mistérieuses di François Couperin. Solo ora però, dopo che da alcuni mesi mi affanno per domare le difficoltà esecutive delle sue tre variazioni, mi è sorta la voglia di scoprire perché mai il titolo sia questo. Perché le barricate? E perché poi sono misteriose?
François Couperin era nato a Parigi nel 1668. Nel 1693 fu assunto come continua

Cuori spezzati

Riccardo Magagna


Nell’universo esisteva un luogo dove il rock’n’roll era il bene più prezioso. Il bene ultimo. Ebbene quel luogo si chiamava Appledrama City.
E dove campa un bene ultimo, c’è chi vuole possederlo. Solo per sé.
Nella zona alta della città comandavano insegne e luci psichedeliche al neon. Sotto quel lucore un mosaico di varia umanità. Ogni tanto dei vuoti, ritagli che mostravano squarci di cielo azzurro.
Nella zona bassa locali malfamati e bande di allucinati, esaltati dalle droghe e dal desiderio di dominarlo. Il rock s’intende.
I punk-rocker portavano capelli pettinati verso l’alto, più in alto possibile, cosicché esprimessero in qualche modo la loro individualità. Sagome fatte a vite, uncini, aureole, grovigli di colori e di strati. Ma rispettavano il vecchio rock. Odiavano allo stesso modo i feticisti high-tech e i rastafan. Ma soprattutto odiavano i new-electro.
I new-electro erano post punk, elettronica delle continua

The Day The Music Died – Don McLean

Riccardo Magagna

I can’t remember if I cried
When I read about his widowed bride,
But something touched me deep inside
The day the music died.
So bye-bye, miss american pie.
Drove my chevy to the levee,
But the levee was dry.
And them good old boys were drinkin’ whiskey and rye
Singin’, “this’ll be the day that I die”.
“this’ll be the day that I die”.

American Pie, Don McLean

Non tutte le cose attorno a noi hanno la stessa temporalità. Deve essere così anche dentro il mio continua

Paralyzed – Legendary Stardust Cowboy

Riccardo Magagna

The Ledge in action at the Beachland Tavern on 5/19/07. Fotografia di Brian Siewiorek, CC 2.0

Il Texas è così, una dimensione dello spirito.
Cormac McCarthy è il suo aedo.
Un giorno entra in un bar a Sligo e un tizio gli chiede:
“Ehi vecchio! Che diavolo fai nella vita?”
“Scrivo libri”, risponde lui.
“Che tipo di libri?”
“Libri da cowboy, da hombres”.
Il Texas è così, storie da cowboy, da hombres.
Lubbock è vicina ad Amarillo che è vicina a Tucumcari che è vicina a Roswell che è vicina a Lubbock. Il Texas è così, circolare.
Il 5 settembre 1947 a Lubbock, Texas, nasce Norman Carl Odam.
Lo stesso anno e nello stesso posto nasce anche Joe Ely, che, un giorno, mi ha confidato di aver visto un UFO mentre viaggiava sull’interstate per Austin. E mentre si confessava teneva nella mano destra una banana e nella sinistra il continua

Max’s Mood: la musica di Massimo Urbani

Gianni Denitto

Max’s Mood,  “La musica di Massimo Urbani”. Conservatorio Statale di Musica “G. Verdi”, Torino, diploma di jazz, 2006/07, docente Furio Di Castri.

Prefazione

Nel maggio 2007 acquistai un Cd, Easy to Love, Red Records. Mi avevano già parlato di Massimo Urbani, ma non avevo ancora ascoltato nulla di suo. È stato come trovarsi improvvisamente di fronte ad un bivio.
Incominciai non troppo presto a pensare alla parola “jazz”, a giocare con il sassofono mentre concludevo i miei studi di clarinetto classico al Conservatorio di Torino, con l’amato maestro e padre artistico Vittorio Muò. Si parlava di improvvisazione, ma non come concetto da studiare e approfondire, semplicemente in senso ludico. Decisi quindi quasi per gioco di iscrivermi alla classe di Jazz del Conservatorio di Torino, docente Furio di Castri, nel 2004.
Non avevo una discografia jazz, solo qualche disco, ascoltato con disattenzione. Kind of Blue, una raccolta economica di pezzi di Charlie Parker, poco altro. Sentire i miei “compagni” parlare e discutere di standards, interpretazioni, versioni, musicisti jazz mi faceva venire la pelle d’oca. Aveva un senso continua