La nascita delle istituzioni ‒ La natura del potere

Alessandro Barella

Ritratto dell'imperatore Carlo V, dipinto da Tiziano. Immagine di pubblico dominio

Il potere è una chimera dai molti volti. A volte ci si presenta come un attributo esclusivo di chi “sta in alto”; altre volte le sue forme e sedi abituali vengono stravolte dall’azione di chi “sta in basso”, di chi nella vita quotidiana appare come impotente. Come sciogliere una tale contraddizione? Che cos’è il potere?
Proviamo per un attimo a cercarne le tracce nel cosiddetto stato di natura (cioé a considerare solo i domini di fisica, chimica e biologia): la cosa che più gli somiglia è la nozione continua

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Sambusi 6/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

«Biglietto?»
Si gira. È un controllore. Tira fuori quello del treno e glielo porge.
«Questo è del treno. Voglio quello del bus, ce l’hai?»
Fa finta di non comprendere, mette nello sguardo l’aria da cane spaventato.
«Mi capisci?»

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Sambusi 5/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Il treno si ferma per l’ultima volta e Ghedi è pronto a saltare giù. È in fondo al binario e si affretta nel risalirlo alzandosi ogni tanto in punta di piedi per scrutare la folla alla ricerca di Asad. Spera che sia da qualche parte ad aspettarlo, ma era stato chiaro sul luogo dell’incontro: casa della cugina. E Ghedi ne comprende il motivo: conta nella stazione quattro divise di polizia e fuori ne vede altre.

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Sambusi 4/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Dei controllori Ghedi non ha paura: la divisa che teme è quella della polizia ferroviaria. Asad lo aveva avvertito: «Tieni d’occhio le stazioni». Ma sonno e stanchezza gli hanno strappato di dosso l’impellenza della sicurezza: convinto di avercela fatta si lascia andare alla sorte.
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Sambusi 3/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

La ragazza si alza poco dopo Grosseto e da uno zainetto prende un sacchetto di carta. Ne tira fuori una bottiglietta d’acqua e un panino avvolto nella stagnola.
Ghedi non mangia da due giorni. Le narici fremono al profumo del pane e di quella che potrebbe essere una frittata: ne vede il verde compresso nella pagnotta. Osserva le briciole cadere sui jeans chiari nella luce soffusa che inquadra la ragazza. Si getterebbe in ginocchio a raccogliere pure i frammenti finiti in terra. Lo stomaco si chiude, si apre, si muove: i succhi gastrici cominciano a gorgogliare.
Non ne può più, si allontana. Scavalca l’uomo che russa disteso fra i sedili ed esce a sgranchirsi lungo il corridoio. Sbircia negli scompartimenti. Qualcuno legge, qualcuno ascolta musica, qualcuno dorme. Entra in bagno e si lava la faccia. Raccoglie l’acqua nelle mani e beve.
Nello specchio c’è qualcuno che non si sarebbe mai immaginato di diventare: un disperato.
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Sambusi 2/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Una notte. Questo il tempo impiegato per fuggire dall’accampamento di Rognetta.
Avevano attraversato Rosarno come un esercito di lanzichenecchi, distruggendo auto e rovesciando cassonetti. Le serrande erano state abbassate dai negozianti, una dietro l’altra, e le strade si erano svuotate. L’obiettivo dell’armata disperata: condizioni di vita dignitose. Ammassati in fabbriche e capannoni centinaia di extracomunitari sottopagati nei campi della piana e stritolati in una società povera, razzista e infiltrata dalla ‘ndrangheta avevano raggiunto il limite. Quando tre ragazzi erano stati impallinati con fucili ad aria compressa l’insofferenza covata aveva preso il sopravvento. La rivolta era esplosa e le vie di Rosarno erano state invase e devastate.
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Sambusi 1/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Il villaggio ha i colori sciacquati dal sole, i muri in argilla intonati con i tetti e la strada polverosa che lo attraversa fatta della stessa sostanza del deserto che tutto circonda: a lacerare il mezzogiorno solo la violenza accecante della lamiera di qualche copertura.
Un uomo cammina al centro dell’unica via, sandali che alzano nubi di sabbia finissima a ogni passo. Guarda a destra, guarda a sinistra, e poi ancora a destra e a sinistra in tutti gli usci aperti: solo buio e silenzio all’interno delle abitazioni.
Avanza lentamente, prima un piede poi l’altro. Sente la fatica di ogni movimento nella calura, sente il sudore sulle tempie.
Si ferma davanti a una casa. Chiama forte: mamma, Nadif, Roble! Non c’è risposta. Avanza adagio verso la porta, la apre e viene inghiottito dal nero assoluto dell’unica stanza. Poi tutto comincia a tremare, sente degli scossoni e perde l’equilibrio.

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Qualche considerazione su Roma e dintorni

Fulvio Ferrario

L'esproprio della piazza. Roma, 15 ottobre. Foto di nimzilvio, CC 2.0.

Primo: la violenza. Sono d’accordo con chi dice che alcuni dei gruppi che hanno dato vita agli scontri di P.za San Giovanni e dintorni sono, oggettivamente, funzionali al tentativo di criminalizzazione di ogni espressione di protesta sociale, di indignazione, di contestazione dei poteri forti, di rivendicazione dei diritti sociali, lavorativi, di democrazia. Il problema non è criminalizzare alcuni settori dei “centri sociali” o l’area degli continua

Strategie di piazza

Davide Picatto

Indignados. Roma, 15 ottobre 2011. Foto di msako23, licenza CC 2.0

Gli indignati ce l’hanno con il blocco nero che si è preso la piazza, gli obiettivi dei fotografi e l’attenzione tutta. La politica ce l’ha con i teppisti e ha sguinzagliato i suoi paladini per tutto lo stivale a mettere sottosopra i centri sociali. L’opposizione ce l’ha con il governo e con lo spazio lasciato per strada ai violenti. Gli agenti di polizia ce l’hanno con il Ministero dell’Interno perché ha impedito loro di caricare la folla dal volto coperto e di “ingrassare le ruote dei continua

Libia o Italia? Paura?

Marco Gobetti

Gheddafi al 12° summit dell'Unione Africana, febbraio 2009. Immagine di dominio pubblico.

Gheddafi sta facendo ammazzare la gente che manifesta. Sa che solo con un buona dose di paura indotta può tentare di salvarsi. Gheddafi ama farsi circondare da amazzoni che dovrebbero proteggerlo: per ora il nostro Presidente del Consiglio fa travestire le donne solo in occasioni particolari, senza mostrarle in pubblico (o almeno non avrebbe voluto).
Ma Berlusconi e Gheddafi sono amici. Notoriamente gli amici continua